Ma oggi, che la Riforma s'è innestata sulla ragion di Stato, una politica, sterminatrice d'ogni personalità giuridica, cassa arbitrariamente gli accordi colla Chiesa, e la vuole segregata affatto dallo Stato, protetta coll'ignorarla, in effetto perseguitata, spoglia della proprietà, dell'associazione, dell'insegnamento, e ridotta alle serene contemplazioni e a giaculatorie. Questa eresia sociale nel linguaggio nuovo adombrasi col nome di Chiesa libera, e serve alle volubili opinioni delle maggioranze politiche: anzichè accettare qual è naturalmente il dualismo umano di anima e corpo, per cui la società, attraverso alle cose mortali, pellegrina verso le eterne.

DISCORSO XLV. ERETICI NEL VENETO. ACCADEMIA DI VICENZA. FRANCESCO NEGRI. GIROLAMO ZANCHI. ALTRI.

Fin dal 1248 Venezia avea stabilito si punissero quelli che un concilio di prelati sentenziasse d'empietà; e nella promission ducale di Marino Morosini nel 1249, per la prima volta si legge: Ad honorem Dei et sacrosanctæ matris Ecclesiæ et robur et defensionem fidei catholicæ, studiosi erimus, cum consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis, quod probi et discreti et catholici viri eligantur et constituantur super inquirendis in Veneciis. Et omnes qui illis dati erunt pro hæreticis per dominum patriarcam Gradensem, episcopum Castellanum, vel per alios episcopos provinciæ ducatus Veneciarum, comburi faciemus de consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis ipsorum. Il 4 agosto 1289, ad istanza di Nicola IV s'introdusse l'Inquisizione, composta di tre giudici, che erano il vescovo, un domenicano e il nunzio apostolico: però non poteano seder a tribunale senza commissione sottoscritta dal doge: solo dal doge poteano aver ajuto nel loro uffizio: si depositerebbe una somma presso un deputato del Comune, il quale ne farebbe le spese, e ne riceverebbe tutti gli emolumenti e benefizj: vi assisterebbero tre savj dell'eresia, incaricati dal doge per impedire gli abusi e tener informato il Governo delle prese deliberazioni. Procedere doveano unicamente contra l'eresia; non contra Turchi ed Ebrei i quali non sono eretici; non contra Greci, perchè la loro controversia col papa non era ancora stata decisa; non contra i bigami, perchè, il secondo matrimonio essendo nullo, aveano violato le leggi civili, non il sacramento; gli usuraj pure non intaccavano alcun dogma: i bestemmiatori mancavano di riverenza alla religione, non la negavano: nè tampoco fatucchieri e stregoni doveano esser competenza di quel tribunale, salvo che si provasse aveano abusato de' sacramenti. Le ammende ricadevano all'erario, e agli eredi i beni de' condannati.

Essendo denunziato un libro favorevole alle opinioni di Giovanni Huss, la Signoria lo fece ardere, e l'autore mandò attorno colla mitera in capo, indi sei mesi di prigione e nulla di peggio. Viepiù tollerante era verso gli Ebrei, come negoziatori. L'ingegnere Alberghetti nel 1490 ideò un congegno nuovo, e per applicarlo essendosi associato ad alcuni Ebrei, domandò al collegio se l'ordinanza 19 marzo 1414 relativa ai privilegi fosse applicabile anche agli Ebrei. Risposto fu che quella concessione riguardava chiunque inventasse alcuna nobile ed utile opera, non distinguendo veneti o forestieri, cristiani od ebrei, di qual fossero città o setta. Anche più tardi vietossi d'inveir dal pulpito contro gl'Israeliti, nè di obbligarli andar alla predica o portar segni umilianti.

Da una autobiografia di Giovanni Bembo veneziano, scritta nel 1536 e dall'erudito Teodoro Mommsen pubblicata nel 1861, raccogliamo che sua madre Angela Corner, con altre venete matrone, il nome delle quali scomparve in una laceratura del manuscritto, assistevano alla lettura e spiegazione del vangelo in lingua vulgare, fatta da Giovanni Maria da Bologna medico. Questo, denunziato da Francesco Giorgio frate Mendicante, fu posto in carcere, da cui venne liberato dopo molti anni da papa Giulio. Ciò dovette dunque accadere ne' primi anni del secolo, e avanti che di Germania tonassero i riformatori.

Al 26 agosto 1520 presentossi al senato il vicario del patriarca Contarini, esibendo la bolla pontifizia che condannava le opere e le proposizioni di Lutero, e minacciava di scomunica chi le tenesse e le professasse; e domandò di poter mandare i famigli nella libreria del tedesco Giordano, sita a San Maurizio per sequestrar di tali libri, venuti di Germania. Avutone licenza, li fece solennemente bruciare, ma già alcune copie n'erano uscite, e Marin Sanuto, autore di curiosi Diarj, dice averne avuta una, e tenerla nello studio. Il qual Sanuto racconta pure come «sul campo[149] san Stefano fo predicato per messer Andrea da Ferrara, qual ha gran concorso: era il campo pien, e lui stava sul pozuolo[150] della casa del Pontremolo, scrivan all'officio dei Dieci; el disse mal del papa e della Corte romana. Questo seguita la dottrina de frà Martin Lutero, ch'è in Alemagna homo doctissimo, qual seguita san Paolo, ed è contrario al papa molto, ed è sta per il papa scomunicato»[151].

Lamentossi il pontefice, per bocca del suo segretario Bembo, dell'impunità concessa a questo frate, e raccomandò che la Repubblica non permettesse di stampare un'opera di esso, di sentimento luterano: del che venne data sicurezza al legato; e il frate fu lasciato o fatto partire.

Quell'anno stesso Burcardo Scenck, gentiluomo tedesco, scriveva allo Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo. Lutero stesso per lettere[152] felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola di Dio, e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente vi s'adoperava; come di là giungevano esortazioni a Melantone perchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani.

Al 21 marzo 1521 il consiglio dei Dieci deliberava intorno ad eretici di Valcamonica, accusati di stregheria, e rammemorando lo zelo sempre spiegato a favor della Chiesa cattolica, soggiungea doversi però in tal materia procedere con cautela e giustizia, e affidarne la procedura a persone di chiara intelligenza, di retto giudizio e superiori a ogni sospetto. Pertanto ne fossero, insieme col padre inquisitore, incaricati uno o due vescovi insigni per dottrina, bontà, integrità, e s'accordassero con due dottori laici nella confezione del processo. Finito questo senza tortura, i rei sarebbero sottoposti a nuovo interrogatorio dai due rettori di Brescia colla corte del podestà e quattro altri dottori, procedendo con ogni diligenza e circospezione prima di passar alla sentenza, e ponendo mente che la cupidigia di denaro non fosse causa di condannare o diffamare alcuno senza colpa[153]. Raccomandavano poi di mandare nella valle predicatori, de' quali que' semplici e ignoranti montesi aveano maggior bisogno che non d'inquisitori.

Monsignor Aleandro scrive al Sanga da Ratisbona il 31 marzo 1532 d'un frà Bartolomeo minorita veneziano, fuggito per sospetto di luterano, e diceva, per malevolenza particolare contro lui di monsignor Teatino. Anguillava costui, chiedendo un breve del papa che lo giustificasse in modo da poter vivere tranquillo in patria, ma al tempo stesso parlava da luterano, e asseriva d'aver buone offerte dagli eretici se si desse con loro. L'Aleandro usava seco or dolci modi or aspri, ma non venendone a capo, gli parea meglio lasciarlo andare fra tante migliaja di Luterani, che non rimetterlo in Venezia, dove «avendo parenti e, per la tristezza de' tempi, molti fautori etiam de summatibus», potrebbe disseminar tristi germi.