Più tardi troviamo costui a Norimberga in mezzo a Luterani, «che cantava di bello contro la Chiesa con parole donde nascea non piccol carico τῶν ἑνετῶν». Ove l'Aleandro soggiunge: «Da Venezia messer Roberto Magio mi stimola con lettere che io vadi colà, che è molto necessario, e grande espettazion di tutti. In una che ebbi jeri mi è scritto, che questi sono tempi da potersi far per me in quella città di buone opere[154]».
Baldassare Altieri d'Aquila, stabilito in Venezia, e agente di molti principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee nuove; e tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere vi s'istituisse una chiesa: «Voi dovete conceder, particolarmente ai dotti, il diritto d'esternar le loro opinioni e insegnarle. La vostra patria è la sola che posseda un'aristocrazia vera, durata da secoli, e sempre avversa alla tirannia: assicurate dunque alle persone pie la libertà di pensare, e non si incontri costà il despotismo che pesa sugli altri paesi»[155].
La quaresima del 47 predicò in San Barnaba un giovane servita con maggior concorso che altri mai, e parendo avesse trasgredito i modi cattolici, fu detenuto, toltigli i libri e le scritture, dal cui esame apparve «luterano e persona di grande scandalo e degna di castigo»[156].
A Venezia da Enrico di Salz e Tommaso Molk di Königsgratz fu fatta stampare una Bibbia ussita, che or trovasi nella biblioteca di Dresda[157]. Vedemmo che il Bruccioli ivi pubblicò la sua Bibbia vulgare in senso luterano. Nelle case di Giovanni Filadelfo, il 1536 e 37, vi fu stampato il «Commento sull'epistola di san Paolo, compuesto per Juan Valdesio, pio y sincer theologo»; nel 46 da Paolo Gherardo il Beneficio di Cristo, e per Filippo Stagnino Le opinioni di sant'Agostino sulla Grazia e il libero arbitrio nel 1545 da Agostino Fregoso Sostegno. Ivi predicava l'Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio, e tenne scuola lo Spiera di Castelfranco (Vol. II pag. 124): a Treviso si formò un'accolta di novatori; e in una a Venezia tennero conferenze circa quaranta persone, che spingeansi ben oltre i confini dei Protestanti. Di ciò prese ombra Melantone, e nel 1539 scriveva al senato pigliasse precauzioni contro gli Antitrinitarj, nè lui confondesse con essi; finchè n'è tempo ci proveda, perchè è fama che più di quaranta persone nella loro città e campagne ne siano infette, persone nobilissime e d'acuto ingegno[158].
Dicemmo di monsignor Della Casa, ito nunzio papale a Venezia nel 1544, e della parte sua nel processo del Vergerio. Dalle sue lettere appajono le guise che quel Governo teneva coll'autorità ecclesiastica. Al cardinale Farnese il 29 maggio 1546 scrive: «Avendo io fatto mettere prigione un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene che traducesse in vulgare il Pasquillo in estasi, libro di pessima condizione e pestifero, e sendosegli trovato adosso, quando fu preso, uno epitafio mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro signore, ed avendo sua santità a Roma con l'oratore di questi signori fatta ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le diligenze possibili per potere mandare il detto Francesco a Roma, il quale è prete e stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e finalmente il serenissimo mi ha dato tanto precisa negativa jeri mattina, che giudico non sia più da tentare questa pratica; fondandosi sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato debba sforzarsi di mantenerla».
Il 29 giugno: «Sopra Francesco Strozzi la illus. Signoria mi ha promesso stamattina di darmelo in qualunque prigione io lo vorrò; e come io l'abbia in loco comodo, farò fare quanto richiede la giustizia in caso così atroce[159].
Il 25 agosto: «Qui son molti fautori de' Luterani che spesso spesso levano rumori assai. I quali non avendo modo di ribattere, quantunque questi signori siano prudentissimi, e non diano orecchio così facilmente a ogni cosa, crescono però e si dilatano per tutto».
Il 21 maggio seguente: «Io non ho ancora potuto aver risoluzione di quello ch'io debba fare del frate eretico, del quale io parlai mercoredì passato in Collegio (in senato) bene efficacemente, mostrando a quei signori che i rimedj ordinarj non bastavano a reprimere la malizia di questa setta, come l'esperienza dimostra tuttavia. E perchè lor sublimità furono di varj pareri, non ebbi risoluzione ferma: ed io ho molto riguardo di non pronunziar cosa che non sia poi eseguita da loro, che sarebbe poco onor di questo officio, e darebbe animo alli eretici. Averò la resoluzione lunedì, e sono assai certo che i signori deputati hanno novamente avuto ancora maggior autorità, e sono stati esortati alla severità e al rigore. Per il che io spero bene».
Raccogliamo da altro luogo che quel frate fu degradato in San Marco, in abito secolare condotto nel Forte, condannato in vita; e i suoi libri e la scritture bruciati[160].
L'11 giugno 1547 lo stesso Della Casa scriveva: «Io credo che quello che sua santità ha detto al signor ambasciadore abbia fatto bonissimo frutto nella causa delle eresie, perchè due di quei signori deputati mi hanno ringraziato molto delle buone relazioni che dicono saper che io ho fatte a Roma delle persone loro, mostrando di averne infinito piacere: e la causa in se va molto bene, e spero che, con qualche destrezza necessaria, in effetto in tutta questa negoziazione di qua si sarà, con l'ajuto del santo Dio, fatto assai opportuno rimedio a questa fastidiosa e pericolosa malattia».