95. La soverchia ed incomoda moltiplicazione delle feste ha prima d'ora determinato l'augusto nostro genitore a stabilirne una moderata riduzione, contentandosi di togliere la proibizione delle opere servili, restando in alcune il solo obbligo della messa.
L'esperienza ha fatto conoscere che questo rimedio non è stato bastante. Essendo rimasta una idea di festività a questi giorni, che diconsi di non intiero precetto, si considerano ancora da molti come giorni festivi; e col togliere al popolo l'obbligo della intera santificazione non si è conseguito, quanto bisognava, l'intento di renderlo applicato al lavoro. Spesse volte la necessità di aspettare o di andare in cerca della messa in specie nella campagna somministra il pretesto di passare nell'oziosità tutto il rimanente del giorno. Quindi è che vari sovrani han creduto necessario che fosse tolto affatto questo obbligo della messa, per ottenere così la troppo necessaria applicazione al lavoro.
Entrando Noi nei medesimi sentimenti, e persuasi delle troppo giuste ragioni che vi sono, determiniamo che dai vescovi sia tolta affatto l'obbligazione della messa dai giorni di non intero precetto, restando in piedi le altre feste come sono attualmente [Determina, egli granduca, l'obbligo o no di sentir la messa e di digiunare!].
96. E siccome, tolta la solennità, sembrerebbe fuor di luogo il digiuno che alcune di esse aveano annesso alla vigilia, così seguendo l'esempio di altri sovrani, incarichiamo i vescovi di trasferire all'Avvento questi digiuni, fissandoli cioè stabilmente nella quarta e sesta feria di ciascuna settimana dell'Avvento.
97. Ma se noi abbiamo creduto vantaggiosa al bene dei nostri popoli questa determinazione riguardo alle feste, vogliamo però che i vescovi ed i parrochi si diano tutta la premura perchè quelle che restano siano santificate con maggiore esattezza ed impegno. Seguono norme per l'osservanza delle feste.
§. VIII. Patrimonj ecclesiastici, Benefizj.
104. È troppo importante che i beni dati alle chiese siano distribuiti secondo lo spirito dei donatori, e servano a mantenere utili ministri, non a fomentare l'ozio e la vanità di cherici indisciplinati. È un abuso troppo frequentemente osservato, che, mentre un buono e zelante ecclesiastico, che si confina nelle solitudini e nell'orrore d'un bosco per servizio di una cura, appena ha con che vivere meschinamente, privo talvolta della necessaria abitazione, un benefiziato inutile alla Chiesa e gravoso alla società vive agiatamente e con lusso, senza darsi alcun pensiero degli obblighi che ha radicalmente contratti nell'investitura del benefizio. I beni che si danno agli ecclesiastici debbono servire a mantenere i ministri operosi, e non sono un temporale stabilimento per chi non ha nè capacità nè zelo nè vocazione.
Fissata dunque la massima che sieno tolti affatto i così detti benefizj semplici che non prestano alcun servizio alla Chiesa, e fissata parimente la massima che tutti coloro che saranno promossi all'ordinazione debbano essere incardinati al servizio di qualche chiesa, i vescovi, a misura che anderanno vacando detti benefizj, faranno a Noi le opportune proposizioni, in conformità di quello che vogliamo Noi costantemente osservato.
105. Tutti i benefizj semplici di libera collazione o di padronato ecclesiastico saranno alla prima vacanza aggregati ai respettivi patrimonj ecclesiastici.
106. Saranno parimente abolite tutte le collegiate, dovendo restare le sole cattedrali, e le rendite dei canonicati saranno aggregate ai patrimonj suddetti, a misura che anderanno vacando.