Noi ci lusinghiamo che i nostri amatissimi sudditi considerando in questi ordini le nostre cure paterne per rimuovere o toglier di mezzo tutto quello che può turbare ed alterare quella pace e quella tranquillità che è sempre stata lo scopo dei nostri desiderj, e per far fiorire la purità della santissima nostra religione, che tanto deve interessare ogni principe cristiano, procureranno di uniformarsi con quella esatta obbedienza e fedeltà di cui ci han sempre dato le prove più autentiche e consolanti.
[506.] Il 28 maggio 1787 egli scriveva al governatore come le turbolenze sorte per cagion sua l'inducessero a domandare la sua dimissione da vescovo di Pistoja: e insieme chiedeagli due grazie: la prima, perdonasse a quelli compromessi nella sollevazione di Prato; l'altra la pubblicazione del sinodo. «Tutti i miei buoni parrochi, che ne hanno formati e consacrati con me i decreti, desiderano ardentemente di dare al pubblico quest'attestato della loro fede e del loro zelo per la buona disciplina ecc.». Lettera nell'arch. secreto di gabinetto, Affari del vescovo di Pistoja, filza XIII. Il nuovo granduca scriveva al papa, l'aprile 1794: «Quanto erano stati mal ricevuti gli Atti del Concilio pistojese, sorgente di mille scandali, di controversie, di tumulti, con altrettanto applauso è stata accettata dal popolo e dal clero delle due diocesi la pastorale del vescovo Falchi, che ha fatte totalmente abolire le novità che si era tentato d'introdurvi». Archivio ricciano, filza XVI.
[507.] Da chi l'aveva inteso da un testimonio, fui assicurato che, quando Leopoldo tornò da Vienna a Firenze, il vescovo Ricci fu a fargli riverenza — i vescovi giansenisti facevano riverenza ai principi anche austriaci per non farla al papa; e Leopoldo l'accolse a cortesia, e lo pregò di mostrargli le lettere che un tempo gli avea scritte, e di cui desiderava rinfrescarsi la memoria. Il Ricci gliele recò: ma dopo d'allora, per quante volte tornasse all'anticamera, non fu più ricevuto: anzi una volta l'imperatore si lasciò sentire a rispondere al ciambellano: «Non ha capito che nol voglio ricevere?» e l'intesero i gentiluomini che stavano in anticamera.
[508.] «All'arcivescovo Martini esposi (scrive il Ricci nelle Memorie), che la bolla Auctorem Fidei non fu a me spedita: che doveano essergli noti gli ordini del sovrano perchè nè apertamente nè implicitamente fosse pubblicata: potei anche assicurarla che S. A. R. mi avea fatto dire che su questo affare dovea gittarsi una pietra, nè mai più parlarsene».
[509.] «Questo sinodo era commendato dalle persone più probe, più illuminate, più interessate pel bene della Chiesa. Gli avversarj erano tutti i nemici d'ogni buona riforma, gl'ignoranti, i falsi devoti, i fautori delle pretensioni della curia romana, gli avversarj della dottrina di sant'Agostino».
[510.] Il diritto d'esclusione arrogatosi dalle Corti di Francia, Spagna e Austria, è d'origine incerta, come d'estensione. Lo suppongono nato fin nel concilio Laterano del 1059, ma allora trattossi non dell'elezione, bensì della coronazione. L'uso abituale non rimonta che al principio del secolo passato, piuttosto per connivenza che per autorizzazione dei papi: i quali pensarono che il capo del mondo cattolico non dovesse venir eletto contro la volontà de' principi cattolici.
È probabile che ora nessuno più lo eserciterà.
[511.] Anche il falso Febronio fe la sua ritrattazione in diciasette articoli, riconoscendo che le chiavi della Chiesa furono date a un solo: che quel del papa è primato di giurisdizione e perpetuo: che la Chiesa ha il diritto di determinare il senso e giudicare la dottrina delle proposizioni: che si deve obbedire alla bolla Unigenitus; che nei dubbj sullo stato della Chiesa deve ricorrersi al papa; che il Concilio di Trento operava liberamente, e con saviezza riservò certe dispense al papa, e la canonizzazione de' santi, e l'appellazione delle cause ecclesiastiche: che i vescovi non riconosciuti dal papa sono a riguardare come illegittimi: che esso ha pieno diritto di pronunziare intorno alla fede, ai sacramenti, alla disciplina ecc.
La ritrattazione fu ricevuta con solennità da Pio VI nel natale del 1778, e diffusa per la Germania principalmente. L'autore notificolla alla diocesi di Treveri, protestando averla fatta sincera e libera, e che darebbe fuori una confutazione degli errori in quella enunciati, come fece infatti nello J. Febronii j. c. commentarius in suam retractationem, Pio VI pontifici m. kal. nov. submissam, Francoforte 1781, dove per verità parve alquanto circonvolgersi nelle ritrattazioni. Lo Zaccaria fece una collezione Theotimi Eupistini de doctis catholicis qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580 laudabili exemplo præiverunt. Roma 1791. Ivi può leggersi la ritrattazione del De Dominis.
[512.] Termometro politico 5 luglio 1796. E sotto il 25 giugno leggesi: «Nella Lombardia si è contradistinta la scuola del giansenismo. Ognuno sa quanto lo spirito di questo sia analogo allo spirito della repubblica. Ne sono prova evidente le opinioni e più le vicende di Tamburini e di Zola».