E un Mantovani cronista scriveva: «I Giansenisti si unirono ai preti chiaritisi giacobini: alcuni lanciaronsi sfacciatamente in pubblico, ma i più avveduti vi si mischiarono con qualche riserva. Mi pareva di travedere scontrandomi in alcuni di costoro, protetti di là d'ogni lor merito dal cessato Governo, accompagnatisi per istrada con gente screditatissima, parlare dell'arciduca e del Wilzek come di ministri i più ingiusti e dispotici».
[513.] Vedi qui sopra la nota 6. L'articolo troppo scarso che lo riguarda nel Dictionnaire de biographie chrétienne del Migne conchiude che egli professait, dit-on, des opinions qui n'étaient point entièrement conformes à celles de la cour de Rome; elle se raprochaient des doctrines gallicanes. Nel 1862 si cominciò a Milano a pubblicare per fascicoli una Storia generale dell'Inquisizione del cavaliere Pietro Tamburini che forma quattro giusti volumi, con moltissime figure intercalate, a gran rinforzo di colori neri e rossi, dove in modo ciarlatanesco son rappresentati tutti i tormenti che mai l'Inquisizione abbia inflitti o potuti infliggere, uomini sull'eculeo, sulla ruota, alla gogna, sul fuoco, sempre con frati che fanno da manigoldi. In una Innocenzo III ordina a Domenico Guzman la strage degli Albigesi: in una Clemente V e Filippo il bello stabiliscono l'eccidio de' Templari; così figuratevi delle altre, e comprenderete come quest'opera aduli bassamente a basse passioni di moda. Vi si legge che «Dante fu accusato d'eresia, più presto per ira sacerdotale che per altro» (II, 138) mentre ognun sa che appunto d'eresia è lodato dai nemici dei preti. Fin Giovanna d'Arco è vittima dell'Inquisizione; tanto più il Porcari, e Don Carlos, e il Savonarola, al cui supplizio assiste un cardinale ridendo. L'autore disapprova tutti gli Ordini religiosi, e il sistema misofisico, anticristiano e antisociale del celibato jeratico, eppure de' Gesuiti non vuol decider se sieno stati utili o nocivi allo Stato e a' costumi; ma non si può dissimulare che la loro istituzione fu infinitamente vantaggiosa al cattolicismo (III, 591).
Vi precede una vita del Tamburini scritta col fiele, massime contro quei ribaldi del temporale, e al fine di essa è detto che negli ultimi suoi anni vergò questa storia dell'Inquisizione, e la confidò al nipote del suo amico Zola.
Che c'è di vero in ciò? quest'opera deve essa pesar sulla memoria del professore bresciano, col cui nome fu ed è annunziata sui muri delle città fra le figure di miseri straziati, e di monaci strazianti?
Alcune frasi che ho citate già fecero sospettare al lettore un alito più recente, se anche non avesse dubitato che un vecchio ottagenario, potesse compiere un lavoro che, a quel tempo, richiedeva, a tacer il resto, una ricerca di libri e documenti, non solita al Tamburini, al quale il corredo storico, per rinfiancare le sue controversie era esibito dallo Zola.
Il Tamburini poi potè errare nella mutilazione d'alcune verità, nell'applicazione d'alcune dottrine, ma queste appartenendo alla scuola che non rinnega il cattolicismo, e tanto meno il cristianesimo; e cui carattere era di disobbedire protestando obbedienza: di spinger all'eccesso il rigor della morale e gli atti di pietà, e assiderar col gelo razionale il calor della vita cristiana, badando più alla giustizia di Dio che alla sua misericordia.
Ora in quest'opera v'è capitoli che si direbbero d'un pio scrittore, ma altre volte, e massime nella conclusione, v'è conculcata affatto la credenza avita, come potrebbe fare qualunque folliculare odierno, con assoluta intelligenza dei tempi ed ostinata mancanza di giudizio; non solo col soffio, ma colla fraseologia di Quinet e Michelet, vi presenta il mostruoso simulacro chiamato il pontefice: ripete le plebee sciatterie contro il papa-re; e vuol perfino vedere nelle streghe un sintomo della continua riconquista che il diavolo fa sopra Dio. E computando tutte le persone che perirono, non già per l'Inquisizione, ma pel cristianesimo conchiude che 17,899,600 furono le vittime della rabbia religiosa cristiana.
Oltre questi sentimenti affatto consoni alle effervescenze d'oggi, molte frasi tengono o del moderno come i profughi tolti delle madri al caro eloquio: o affatto del forastiere come Lancre che menò di galoppo il processo a briglie sciolte (IV, 38). Un modo che caratterizza non solo un autore, ma un tempo, si è l'esposizione drammatica, venuta a noi coi romanzi di Walter Scott. E veri romanzi vi sono inseriti, come quello d'un Rusconi di Como, di Menico e Agnese Sturlini, di Rosalione de' Lambertenghi, probabilmente cavati da alcuno de' romanzi che imbrattano oggi la letteratura. Donde può dedursi che questa storia è una compilazione indigesta di opere, molte delle quali comparvero al fine della vita del Tamburini o dopo la sua morte, per esempio il Lorente.
Ma fin nel compilare costui si dimentica dell'esser proprio e p. e. chiama nostro regno il Napoletano (III, 504, 508, 515): e cita Ferdinando del Pozzo e Carlo Botta (IV, 398) e perfino un breve di Gregorio XVI. Più se ne dimentica ove, descrivendo a minuto e fuor affatto di proposito la biblioteca Ambrosiana, vi indica il monumento del Bossi, opera del Canova, i busti di Byron del Monti, del Pecis, della Paravicini, del Branca, dell'Oriani, fin il pavimento donato dai Litta Modignani.
La mia Storia della Diocesi di Como è di qualche anno posteriore alla morte del Tamburini, eppure mi troverei plagiario, poichè in quest'opera leggesi parola per parola (IV, 38) quanto io narrai delle streghe del Comasco e della Valtellina. Quel processo degli untori di cui tanto parlare si fece in questi anni, lo avea riferito per disteso il Tamburini molti anni prima (IV, 101) e, vedete combinazione, colle identiche mie parole. Se non che io vi soggiungeva alcuni fatti di pretesi avvelenatori, perseguitati a Parigi nel 1835, e il pseudo Tamburini, questa volta ricordandosi d'esser morto assai prima, gli applica (pensate con quali incoerenze) alla febbre gialla di Livorno nel 1800, sempre però colle mie parole.