— Di ciò per appunto dubito, io ripigliai sorridendo. Temo che non sia pace quella che vostra maestà propone al papa. Si degnerebbe manifestarmi il suo disegno?

— Eccovelo, disse Napoleone quietamente. Da qui innanzi la sede della Chiesa non sarà più a Roma, sarà a Parigi. — Io feci un moto d'ammirazione e un sorriso d'incredulità.

— Sì, continuò il terribile uomo. Io fo venire il papa a Parigi, e vi fermo la sede della Chiesa. Ma voglio che il papa sia indipendente: gli accomodo presso la capitale una dimora convenevole; gli regalo un palazzo, e affinchè sia in casa propria, dichiaro neutro il territorio per la circonferenza di alcune leghe. Colà avrà il suo corpo diplomatico, le sue Congregazioni, la sua Corte, e acciò che di nulla difetti, gli assicuro una dotazione annua di sei milioni. Credete voi che rifiuterebbe?

— Certo sì, e tutta Europa lo sosterrà nel rifiuto; il papa vedrà, e giustamente, che egli sarebbe prigioniero coi vostri sei milioni, quanto è in Savona.

Napoleone si indispettì, e mi tempestò con cento clamorose querele. In ultimo io gli dissi: — Vostra maestà mi strappa un segreto. L'imperatore d'Austria ha avuto questo disegno medesimo. Si accorge che vostra maestà non vuol ricollocare il papa in Roma: egli non vuole che resti in cattività, e pensa altresì fargli uno Stato. Vostra maestà conosce il palazzo di Schönbrunn; l'imperatore lo dà al papa, con un circuito di dieci o quindici leghe, neutro del tutto, e gli aggiunge una rendita di dodici milioni. Se il papa accoglie questa proposizione, ci consente vostra maestà?»

[520.] Queste dottrine erano sostenute da un Ferloni prete cremonese (1740-1813) che avea scritto la Storia delle variazioni della disciplina della Chiesa. Il manuscritto ne perdette nell'invasione de' Francesi a Roma il 1798: ma invece d'indispettirsene, offrì ai rivoluzionarj la sua penna, pubblicò omelie in favor di Buonaparte, fu teologo del consiglio privato del vicerè d'Italia, e scrisse «Dell'autorità della Chiesa secondo la vera idea che ne ha data l'antichità, libro da cui si dimostra l'abuso che se n'è fatto e la necessità di circoscriverlo». Gl'indirizzi dei vescovi d'Italia son posti all'Indice per decreto 30 settembre 1817, avvertendo che parte erano finti, parte alterati; e che, appena i tempi lo permisero, tutti furono riprovati da quelli di cui portavano i nomi, con ossequiose lettere spontanee dirette al papa.

Lo sforzo di conciliare l'ordine ecclesiastico col civile fu fatto anche nel tempo de' Francesi. Giuseppe De Poggi nato a Piozzano nel piacentino il 1761, allo scendere de' Giacobini uscì dagli Ordini, come molti altri, ebbe incarichi dalla Repubblica Cisalpina, al cader della quale si fissò in Parigi, ove stette fin al 1842 quando morì. Fu lui che procurò la pubblicazione della Storia d'Italia di Carlo Botta. Giovanissimo stampò De Ecclesia tractatus, nelle idee febroniane, poi le Emende sincere (1791) tutte in sostegno de' diritti del principe nelle discipline ecclesiastiche e in lode del Ricci e di P. Leopoldo, e le pungenti Lettere di frà Colombano. Venuta la repubblica, sostenne i diritti di questa contro la Chiesa; il che è logico: stampò il giornale il Repubblicano Evangelico, la Concordanza della Democrazia col Vangelo, un'Istruzione dei Cattolici sul giuramento della Repubblica Cisalpina. Oltre varie opere d'erudizione e di storia naturale; tradusse in versi l'empia Guerra degli Dei di Parny (Parigi 1830), e fece un poema della natura delle cose, ove sostiene l'eternità della materia.

Eterna ed una, dell'immenso tutto

Somma cagion, visibile, verace,

Alma natura, che qual sempre fosti