E sarai sempre, sei ciò ch'è, che fue,

Che in avvenir sarà: sta delle cose

In te il principio, la ragion, l'essenza,

Il moto, la virtù, la vita, il senso, ecc.

[521.] Qualora non potessero esimersene senza grave pericolo e danno, Pio VII permetteva agli antichi suoi sudditi di giurare «di non prender parte in qualsiasi congiura, complotto o sedizione contro il governo attuale; e d'essergli sottomessi e obbedienti in tutto ciò che non sia contro alle leggi di Dio e della Chiesa».

[522.] Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena, «rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione. La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata, sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14 aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).

Frequenti nasceano le occasioni di Te Deum, accompagnati da pastorali dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero, lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione, diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa via».

Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis, ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e ridurli a un solo Giornale dei Curati: eppur si sbigottiva quando questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul Moniteur o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e ispiegazioni fallaci.

Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non sono che de' giornalisti.

Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione. Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri», nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in particolare a Napoleone I.