L'altro, ravveduto da un'eccessiva ammirazione della ragione, venerava la rivelazione e i suoi depositarj, pur non lasciando di proclamare l'associazione della libertà colla Chiesa. E diceva: «Il mondo cerca la pace e la libertà, ma sulle vie della turbolenza e della servitù. Sola la Chiesa ne fu la sorgente pel genere umano; sola, nel seno oltraggiato dai suoi figli ella serba il latte inesauribile. Quando le nazioni saranno stanche d'essere parricide, colà troveranno il bene ch'esse non posseggono più. Per ciò il prete non si mescolerà alle quistioni sanguinose e sterili del suo secolo; pregherà pel presente e per l'avvenire:... predirà senza stancarsi alle generazioni contemporanee, che non v'ha pace nè libertà possibile fuor della verità:... ringrazierà Dio di viver in un tempo, in cui l'ambizione non è più possibile: comprenderà che, più gli uomini sono agitati, più possente è la pace che regna sulla fronte e nell'anima del prete; più gli uomini sono nell'anarchia, più possente è l'unità della Chiesa; più il secolo profetizza la morte del cristianesimo, più il cristianesimo ne diverrà glorioso, quando il tempo, fedele all'eternità, avrà spazzato quell'orgogliosa polvere, la quale non dubita che, per esser qualcosa nell'avvenire bisogna esser qualcosa nel presente, e che il nulla mena al nulla. — In fine il prete sarà quel ch'è la Chiesa, inerme, pacifico, caritatevole, paziente, viaggiatore che passa beneficando, e che non si meraviglia d'essere mal conosciuto dal tempo, perchè egli non è del tempo.
«O Roma, siffatta io t'ho vista. Serena fra le tempeste dell'Europa, tu non avevi alcun dubbio di te stessa, alcuna stanchezza: il tuo sguardo, rivolto alle quattro plaghe del mondo, seguiva con sublime lucidezza lo svolgersi degli affari umani nel loro legame coi divini: solo la tempesta, che ti lasciava calma perchè lo spirito di Dio soffiava in te, mescolava agli occhi del semplice fedele, men avvezzo alle variazioni del secolo, qualche compassione alla sua ammirazione... Roma, lo sa Dio, io non ti sconobbi perchè non vedessi i re prosternati alle tue porte; ho baciato la tua polvere con una gioja e un rispetto indicibili: tu m'apparisti qual sei veramente, la benefattrice del genere umano nel passato, la speranza del suo avvenire, la sola cosa grande che oggi viva in Europa, la captiva d'una universal gelosia, la regina del mondo».
[524.] Quando il Piemonte annullò in Lombardia quel concordato, nella relazione presentata il 16 ottobre 1860, si diceva: «Quel concordato segna l'ultimo grado della precipitosa decadenza della casa degli Absburgo. Nel secolo scorso gl'imperatori di quella famiglia rifiutavano di riconoscere i diritti dei popoli, ma si mostravano religiosi osservatori dei doveri dei principi. Erano nemici della libertà, ma amici della giustizia (sic). Volevano avere sudditi fedeli ed obbedienti, ma li difendevano contro l'altrui prepotenza, contro le altrui usurpazioni. Col concordato il gabinetto di Vienna, ripudiando le tradizioni di Giuseppe II, pose la corona imperiale sotto la protezione della tiara. Piuttosto che dare la libertà al popolo, il principe si è fatto schiavo del prete. Si è detto molto contro questo concordato eppure non si è ancora messo in chiaro tutto ciò che esso contiene d'iniquo e d'assurdo». Relazione del Sineo.
[525.] Morale Cattolica, VII, 5. E altrove dice: «S'usa una strana ingiustizia con gli apologisti della religione cattolica. Si sarà prestato un orecchio favorevole a ciò che vien detto contro di essa; e quando questi si presentano per rispondere, si sentono dire che la loro causa non è abbastanza interessante, che il mondo ha altro a pensare, che il tempo delle discussioni teologiche è passato. La nostra causa non è interessante! Ah! noi abbiamo la prova del contrario nell'avidità con cui sono sempre state ricevute le objezioni che le sono state fatte. Non è interessante! e in tutte le quistioni che toccano ciò che l'uomo ha di più serio e di più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante! e non c'è secolo in cui essa non abbia monumenti d'una venerazione profonda, d'un amore prodigioso e d'un odio ardente e infaticabile. Non è interessante! e il vôto che lascerebbe nel mondo il levarnela è tanto immenso e orribile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, dicono che conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi del genere umano. La nostra causa non è interessante! e si tratta di decidere se una morale professata da milioni d'uomini, e proposta a tutti gli uomini, deva essere abbandonata, o conosciuta meglio, e seguita più e più fedelmente...
«Parlare di dommi, di diritti, di sacramenti per combattere la fede, si chiama filosofia; parlarne per difenderla, si chiama entrare in teologia, voler fare l'ascetico, il predicatore; si pretende che la discussione prenda allora un carattere meschino e pedantesco. Eppure non si può difendere la religione, senza discutere le questioni poste da chi l'accusa, senza mostrare l'importanza e la ragionevolezza di ciò che forma la sua essenza. Volendo parlare di cristianesimo bisogna pur risolversi a non lasciar da parte i dommi, i riti, i sacramenti. Che dico? perchè ci vergogneremo di confessare quelle cose in cui è riposta la nostra speranza? perchè non renderemo testimonianza nel tempo d'una gioventù che passa, d'un vigore che ci abbandona, a ciò che invocheremo nel momento della separazione e del terrore?»
[526.] Nota 30 al vol. I.
[527.] Ho indelebile nella memoria il calore con cui mi lesse un articolo di giornale inglese, ove si narrava, e forse esagerava, il prosperare del cattolicismo in Inghilterra, e la speranza che, mercè de' Puseisti, quel gran paese tornasse alla nostra unità. Vero è bene che le più insigni conversioni e forse i più splendidi trionfi della verità cattolica in questi ultimi tempi intervennero in Inghilterra, nel paese cioè ove l'uomo opera e ragiona più liberamente. Vedi Capecelatro, Neuman e la religione cristiana in Inghilterra. Napoli 1839.
[528.] Il cardinale Bernetti, ministro di Stato di Gregorio XVI, che fu dei più calunniati perchè più aveva intelligenza e volontà, il 4 agosto 1845 scriveva a un amico: «Il papa e il governo cercano rimedio a questi mali, che crescono senza che si sappia arrestarli. Cose vaghe e misteriose s'agitano attorno a noi. Il clero è imbevuto d'idee liberali, prese nel senso peggiore. Gli studj severi sono abbandonati, per quanto s'incoraggino gli allievi, si ricompensino i professori, si promettano grazie che il santo padre è sempre disposto a largheggiare. I giovani s'addestrano alle future loro funzioni, ma non vi mettono gioja e ambizione, come ne' bei tempi di Roma: poco curano di diventare dotti teologi, gravi casisti, abili canonisti; son preti, ma aspirano a diventar uomo, e non credereste qual mescolanza di fede cattolica e di stravaganza italiana facciano in questa parola d'uomo, che preconizzano con enfasi buffa. La mano di Dio pesa su noi, umiliamci e preghiamo: eppure questa perversione umana della gioventù non è quel che più ci tormenta. Ben più affetta ne è la porzione di clero che, dopo noi, giunse agli affari, e che ci spinge alla tomba rimproverandoci di campar troppo. La gioventù è inesperta, sedotta come un novizio scappato al convento si dà due belle ore di aria e di sole, poi rientra. Cogli uomini fatti la cosa va ben peggio: la più parte non conoscono le cose nè l'indole del tempo, e s'abbandonano a suggestioni che produrranno gravi crisi per la Chiesa. Qualunque persona di cuore o di testa venga adoprata, è subito esposta alla pubblica maldicenza: mentre gl'ignoranti, i fiacchi, i codardi sono ipso facto cinti d'un'aureola di popolarità, che li fa ancor più ridicoli. In Piemonte, in Toscana, nelle Due Sicilie, nel Lombardo-Veneto lo stesso alito di discordia soffia sul clero. Di Francia notizie deplorabili; si conculca il passato per divenir uomini nuovi; lo spirito di sètta surrogasi all'amor del prossimo, e all'amor di Dio l'orgoglio individuale di talenti mal applicati. Giorno verrà che queste mine, caricate con polvere costituzionale e progressiva, scoppieranno; e Dio voglia che io, dopo viste tante rivoluzioni e tanti disastri, non assista a nuovi guai della Chiesa».
[529.] Il signor Nicomede Bianchi, nella Storia documentata della Diplomazia europea in Italia, vol. III, stampa molte relazioni al ministero sardo, che spesso sono o basso spionaggio fatto in istrettissima confidenza, o impudenti censure delle cose di Roma. Ve n'ha però taluna meno inetta, come quella del Santacroce 14 ottobre 1834, ove deplorati alcuni difetti del governo pontifizio, massime le soverchie imposte (!) e la poca economia, dice: «V'è chi pensa che questi mali derivino da perfidi consigli di nemici occulti, che aggirano i governanti, persuadendoli a smungere i popoli affinchè si levino su in odio e discordia peggiore... Ad una efficace rinnovazione si oppongono le opinioni dei vecchi, le gelosie di privilegi e l'autorità che esercita un personaggio degnissimo, il quale, dopo tanti avvenimenti, non apprese ancora esser cangiati i tempi: aver la Chiesa, che fu sempre immutabile ne' retti principj, usata una maravigliosa prudenza nello stringere e rallentare il freno del puro dominio secolare, e le istituzioni del governo ecclesiastico apparir nate di tempo in tempo, quando l'utilità e il bisogno lo richiedevano. Dal che si può giudicare, che i sapientissimi antichi non temettero di aggiungervi ad ora ad ora varie novità, e che nei tempi passati non tenevasi per eresia, come oggi si tiene, ogni cosa nuova, quantunque buona e di sani principj». pag. 401.
Il Broglia, al 28 marzo 1835, imputava Gregorio XVI di inesperienza e soverchia clemenza. «Sua Santità è dotta assai, e nelle cose ecclesiastiche versatissima, ma nelle governative dice essa stessa che punto non se n'intende... La vera dottrina religiosa in Roma si trova quasi solo presso gli Ordini religiosi, e ad essi nei casi difficili le sacre Congregazioni richiedono consiglio o, come dicesi, il voto. Dalla condizione dei tempi, tolta a Roma quella influenza, della quale si valeva a pro della Chiesa e dei popoli, ben pochi sono coloro che da paesi lontani, come anticamente, si recano in quella dominante per consacrarsi alla prelatura: quasi tutti i prelati ora sono italiani e con mezzi pecuniarj ristretti, di modo che a fatica sostengono certe idee di grandezza che rimangono dell'antica prelatura. Le imposizioni sono assai gravose, e non vi è mezzo d'alleggerirle... L'alta classe è molto malcontenta; conserva però uno spirito di rettitudine, che la rende aliena da ogni divisamento illegale o turbolento. Nelle province lo spirito pubblico è pessimo, affatto avverso al Governo... Altre volte quel governo passava per mano de' più accorti: ora la bonarietà è il suo pregio distintivo... Le Congregazioni che trattano di affari ecclesiastici e delle cose spirituali, sono presedute da uomini di pietà e dottrina. Sotto questo rapporto le cose camminano bene... Le potenze scismatiche nutrono disegni contrarj alla santa sede. Delle cattoliche, varie ancora rimangono colle antiche impressioni di gelosia. Il fu imperatore Francesco d'Austria da alcun tempo si era accostato alla santa sede; ma il suo governo continuò sempre ad avere le massime di Giuseppe II e di Leopoldo. L'eminentissimo Albani, che era a parte dei secreti austriaci, in un momento di fiducia mi disse chiaramente che l'Austria non era la migliore amica del papa... Il papa è sommamente venerabile per la santità de' principj e de' costumi suoi, ma non emerge sopra la comune degli uomini per sublimità di talenti politici», pag. 404.