I Francesi tengono il concordato, non soltanto come contratto, ma come legge civile dello Stato. Ledru-Rollin, autorità non sospetta, dice che «pris dans son sens général, le mot concordat signifie une espèce de transaction. Conservant toujours cette idée fondamentale, il se divise en accord ou transaction entre beneficiers, et transactions entre le chef du pouvoir spirituel et le chef du pouvoir temporel d'un État, ayant pour bût de regler les rapports généraux, qui unissent les deux pouvoirs dans les divers pays de la Chrétienneté» (Répertoire général de la jurisprudence, ad vocem; e vedasi pure Dupin, Manuel du Droit publique ecclesiastique français, Parigi 1845, § 6, introduction). Dal 1802 al 1866 quanti governi non cambiò la Francia! Passò dall'impero al sistema parlamentare, alla repubblica, a un nuovo e diverso impero, e non credette mai annullato il concordato.
[537.] Il Nnytz era però lontano dal negar alla Chiesa e alle Chiese il diritto di possedere: anzi stabilisce che il dominio delle cose acquistate è proprietà peculiaris illius paroeciæ aut alterius Ecclesiæ, cui data est. Hinc hæres ad alias ecclesias transferri non possunt. Et revera Ecclesia eas non transfert nisi per derogationem, quum conditiones ad derogationem necessariæ se sistunt (Inst. j. eccl. 131, 132). Anche il codice al § 418 dichiara che «i beni sono o della Corona, o della Chiesa, o dei Comuni, o dei pubblici stabilimenti, o dei privati». Solo la sapienza del Parlamento doveva impugnare il diritto di possesso della Chiesa, e voler palliare l'usurpazione che se ne facea con cavilli repugnanti alla giustizia non meno che alla pratica delle genti civili. Tutte le costituzioni date nel 1814 sancivano l'integrità de' beni ecclesiastici, appunto perchè la Rivoluzione gli avea dapertutto intaccati.
[538.] L'11 luglio 1867 il deputato Mancini alla Camera vantavasi d'avere, come ministro, impedito anche un breve della penitenzieria, e «mi fu agevole dimostrare che finanche le bolle dogmatiche e le decisioni riguardanti la fede e il costume, quando in esse il dogma e la fede servissero di velo a pronunziare sopra quistioni pregiudicevoli alle prerogative della sovranità politica, eransi sempre riguardate soggette alla preventiva verificazione e all'Exequatur».
[539.] Ho udito varj miei colleghi vantarsi d'aver essi suggerita a Cavour questa formola; ma Cavour stesso non la pretendeva per sua, e disse che «un illustre scrittore in un lucido intervallo» avea con essa voluto mostrare all'Europa che la libertà avea giovato grandemente a ridestar lo spirito religioso (Atti uffic. del 1860, pag. 594). Infatti il conte di Montalembert si lagnava che questa formola gli era stata derobée et mise en circulation par un grand coupable (Correspondant, août 1863). Che giudizio portasse di questa formola l'Azeglio è noto: che conto ne facessero i deputati fu chiaro assai nelle loro parlate del luglio 1867. Uno che fu ministro dichiara: «Ho udito molti enunciare questa formola: vi ho anch'io per mia parte applicato un po' di studio, ma non ho mai capito che cosa volesse significare» (Atti ufficiali del 1862, pag. 4678).
[540.] Citano il cardinale arcivescovo di Napoli, due volte cacciato in esiglio: il cardinale arcivescovo di Pisa, arrestato poi esigliato; il cardinale Baluffi arcivescovo d'Imola processato, il cardinale De Angelis arcivescovo di Fermo condotto coi carabinieri a Torino, ove stette rinchiuso sei anni; il cardinale arcivescovo di Benevento, il cardinale vescovo di Camerino ed altri, processati. D'Avanzo vescovo di Castellaneta, Laspro di Gallipoli, Gallo d'Avellino, Frisciola di Foggia, i vescovi di Bovino, di Oria, di Muro Lucano, di Chieti, di Castellamare, di Nola, di Oppido, Apuzzo vescovo di Sorrento, Salomone di Salerno, Rotondo di Taranto, Ricciardi di Reggio, e si può dire tutti quelli del Napoletano, cacciati o dovuti esulare: a pericoli e insulti esposti quei che rimasero, come l'arcivescovo di Trani, il vescovo d'Ischia, quel di Sant'Agata, quel di Tropea.
Il vescovo di Faenza fu condannato a trentasei mesi di carcere e seimila lire di multa: quel di Piacenza a quattordici mesi di carcere e millecinquecento lire di multa: Arnaldi vescovo di Spoleto tenuto in carcere senza processo: processati quelli di Bergamo, di Fano, il vescovo vicario di Milano: a tre anni di carcere e lire duemila di multa il vicario capitolare di Bologna: tenuti in castello due vicarj generali di Napoli col canonico penitenziere: così quel di Piacenza, e innumerevoli altri.
[541.] Circolare del ministro Gioja del 13 maggio 1851. Quaranta circolari di tenore simile dal 1848 al 1863 sono raccolte nelle Memorie per la storia de' nostri tempi, vol. I, pag. 257. Una del 28 febbrajo 1863 prescrive di non badar allo indulto pontifizio, ma regolare il cibo quaresimale secondo il criterio della propria coscienza. Il 24 marzo 1863 ne uscì una intorno agli Oremus. Il 16 gennajo 1863 si ordinò al procuratore generale di procedere contro i vescovi che negassero la patente di confessore ai sacerdoti che aveano sottoscritto l'indirizzo Passaglia; mentre una del 4 gennajo persuadeva d'associarsi al giornale Il Mediatore, e assegnava pensioni ai preti contumaci.
[542.] Vigliani, governator di Milano, il 22 settembre 1859 mandava invito al vescovo vicario di Milano di illuminar il suo palazzo, la chiesa, gli edifizj sacri, e tutti quei che da lui direttamente o indirettamente dipendessero; altrimente verrebbero illuminati dall'autorità governativa, che non garantiva delle conseguenze cui si esporrebbe con sì funesta provocazione. Ciò nell'occasione che una deputazione di Romagnuoli era venuta ad offrire la loro patria al re.
Egli stesso, divenuto prefetto di Napoli, domandò al ministero la facoltà di proibire ogni funzione religiosa fuori delle chiese: e le proibì nel veneto il ministro Tecchio, il 20 luglio 1867.
[543.] Vedi Casoni, La libertà della Chiesa in Italia, Bologna 1863. «Per lo addietro dai liberali francesi si chiedeva libertà come in Belgio, ed ora si domanda libertà come in Austria. Dovrem noi cattolici italiani chiedere libertà religiosa come in Inghilterra, libertà di coscienza come in Turchia?... Non sarà nostra colpa se dovremo impetrare anche noi il bill di emancipazione di Guglielmo Pitt, o il battihayoum d'Abdul Megid».