[544.] Secondo gli ultimi distruttori, in Italia sono 87,000 preti, 30,000 frati, 42,000 monache; cioè meno religiosi che non vi sieno meretrici nella sola Parigi, dove ha sedicimila bastardi l'anno. Si valutarono 1800 milioni i beni sodi del clero secolare, e 330 quelli delle corporazioni religiose. V'è qualche frate a cui per vivere furono assegnate lire 58 all'anno, cioè 16 centesimi al giorno.

[545.] Nel 1867 avendo un deputato proposto che, come si spropriavano gli enti cattolici, così si facesse de' protestanti ed israelitici, altri s'oppose principalmente perchè i beni di questi poteano esser confiati da lasciti od offerte di forestieri. Ma e tutto l'asse cattolico da chi è fatto? e Roma? Più intrepidamente un giornale ministeriale rifletteva non doversi lasciare i possessi al parroco, perchè se i parrocchiani cambiassero religione, si troverebbero sprovisti per le spese di culto.

[546.] Blanqui (Hist. de l'Écon. polit., tom. II, pag. 297) incolpa il protestantismo di aver «spezzato il legame che univa le nazioni cristiane, e sostituito l'egoismo nazionale all'armonia universale a cui tendeva il Cattolicismo. Oggi non v'è più in Europa alcun pensiero comune, capace rannodare gli spiriti e le convinzioni; in industria, in politica, in filosofia, in religione le idee ondeggiano ad arbitrio delle rivoluzioni».

[547.] Vedi i discorsi di Despine e Girard del 24 febbrajo 1849.

[548.] Al Senato, nell'agosto 1867 fu detto che Carlomagno convoca i Concilj; che nella Chiesa greca gl'imperatori ordinavano, stabilivano le credenze. E un altro disse che, nel deliberare sulla sopressione delle corporazioni religiose, dovean lasciarsi da banda la questione religiosa. L'argomento più forte era che lo Stato dovea impadronirsi dell'asse ecclesiastico, perchè l'anno prima avea abolito gli enti religiosi. Infatti la punizione d'un'ingiustizia è la necessità di commetterne un'altra.

[549.] Rattazzi, presidente del gabinetto, alla Camera, il 22 luglio 1867, diceva: «Se noi arriveremo a consolidare le nostre istituzioni, ordinare il nostro paese, dare assetto alle nostre finanze, a diffondere l'istruzione, a soddisfare i voti delle nostre popolazioni, porteremo al potere temporale colpi più efficaci che non coi moti inconsulti».

[550.] Per ripiego, Mamiani proponeva che il re abitasse a Frascati (Della rinascenza cattolica). Uno de' più ostili, il Ferrari, diceva in parlamento: «Il papato che voi credete morto, io che non son sospetto di venerarlo, lo credo fortissimo: io veggo che quanti lo assaltano, cápitano male». Seduta del 27 maggio 1860.

[551.] In sensi diversi uscirono infiniti libri in Italia, dove sembra un accordo degli scrittori l'opporsi al sentimento della immensa maggioranza per abbattere questa ch'è la maggiore, e forse l'unica grandezza italiana. Per vedere come s'intenda la quistione romana basta un'occhiata ai discorsi proferiti alla Camera e gli articoli di gazzette. Alla ventura prendo uno dei cento giornali di Milano, e vi leggo: «Così è. La questione romana nacque soprattutto dal bisogno di distruggere il potere spirituale del papa, che è il vero nemico della nostra tranquillità nazionale, della nostra sicurezza interna, della nostra civiltà, delle nostre istituzioni, delle nostre aspirazioni. Quel potere spirituale del Papa, che non è la religione, come candidamente confondono molti, perchè la religione è una parola generica, che accoglie tutte le forme religiose, compresa quella degli adoratori di cipolle; che non è il cristianesimo, di cui il papa è il più indegno rappresentante; che non è neppure il cattolicismo nel suo significato puro e primitivo, ma è quella influenza semi-politica, semi-religiosa, la quale si esercitò sempre dal pontefice, specialmente nel nostro paese, coi tribunali ecclesiastici, colle scomuniche, coi concordati, colle indulgenze, colle prediche, colla confessione, collo scandalo, colla immoralità, cogli assurdi, col celibato dei preti, e con tutti i mezzi insomma che scaturiscono appunto e precisamente dal potere spirituale».

Fra i molti opuscoli e libri in senso diverso, discerniamo per la sua brevità ed ordine uno pubblicato in Olanda col titolo Le gouvernement pontifical jugé par l'histoire, le bon sens et le droit. Le sue conchiusioni sono: 1º non v'è incompatibilità fra la missione di capo della Chiesa e di principe italiano; 2º il papa non è nemico della libertà, della civiltà, del progresso; 3º il governo pontifizio non è peggiore degli altri; 4º non v'è malcontento generale negli Stati romani, nè nimicizia fra il papa re e i sudditi suoi; 5º allo Stato romano non mancano codici, nè la giustizia vi è male amministrata; 6º l'insegnamento in ogni grado non vi è negletto, nè le finanze in ruina, nè in decadenza l'agricoltura, l'industria, il commercio; 7º i preti non sono incapaci di presedere all'amministrazione laica di un paese.

[552.] Il cardinale Antonelli ministro di Stato, il 27 febbrajo 1866, rispondeva a Touvenel ministro di Francia: «Può il papa accettar consigli di riforme, ma non un'abdicazione parziale, e ciò per motivi ben superiori agli interessi terreni. Nol può perchè i suoi Stati appartengono alla Chiesa, per cui vantaggio furono costituiti: nol può perchè giurò trasmetterli interi ai successori: nol può perchè, rinunziato alle Romagne, dovrebbe rinunziare a tutti gli altri Stati e al patrimonio della Chiesa, dovendo a tutte le provincie dar gli stessi beni: nol può perchè ne vede conseguir la ruina spirituale di un milione di sudditi, esposti a un governo corruttore; nol può per lo scandalo che ne verrebbe a pregiudizio degli altri principi spodestati. Pio VI cedette a fronte d'un poter violento che sentivasi solo nella sua cerchia: Pio IX deve resistere a un principio, e i principj son universali e fecondi, e vogliono essere applicati a tutto. La forza vien fiaccata. Stabilendo un principio si autorizza ogni spogliazione fuor di ragione e giustizia».