[588.] Gli uffizj della filosofia sono ben designati da Pio IX nella bolla dell'11 dicembre 1862 all'arcivescovo di Monaco.
«Se i cultori della filosofia si limitassero a difendere i veri principj e i veri diritti della ragione e della loro scienza, non meriterebbero che elogi. La vera e sana filosofia ha un posto elevatissimo. Spetta ad essa il far una ricerca diligente della verità, coltivare con cura e certezza e rischiarar la ragione umana, la quale, sebbene offuscata dalla colpa originale, non fu però distrutta; concepire, ben comprendere, metter in luce quel ch'è oggetto della conoscenza di essa ragione, e una folla di verità; dimostrar quelle molte che anche la fede propone alla nostra credenza, come l'esistenza di Dio, la sua natura, gli attributi suoi, e far tale dimostrazione con argomenti dedotti dai proprj suoi principj; giustificar tali verità, difenderle, e così preparar la via ad un'adesione più dritta nella fede a questi dogmi, e anche a quelli più reconditi, che sola la fede potè comprendere; di modo che siano in certo modo compresi dalla ragione. Questo dee fare la bellissima ed austera scienza della vera filosofia».
[589.] L'evangelo di san Giovanni è quello ove la divinità di Cristo è più chiaramente affermata: perciò i critici s'affissero maggiormente a impugnarlo come differente dai tre sinoptici. Fin dal principio del II secolo lo troviamo impugnato dagli Alogoi, oscuri eretici dell'Asia minore, accennati da Epifanio. Nelle controversie fra i Gnostici e i Cristiani giudaizzanti lo troviamo citato. Eracleone, alquanto dopo, ne faceva un commento, del quale un frammento è addotto da Origene. Taziano, discepolo di san Giustino, lo comprendeva nell'Armonia de' quattro Evangeli. Sant'Ireneo, Clemente alessandrino, Eusebio di Cesarea vi alludono spesso. Era dunque conosciuto fin dai primi tempi: e soltanto dopo dodici secoli un certo Evanson inglese, nella Discordanza dei Vangeli, prese a dubitarne. Nata la critica audace de' Tedeschi, Herder e più Bretschneider nel 1822 suscitarono dubbj, estesi poi da De Wette e Schwegler, e più da Ferdinando Cristiano Baur (1844), che coll'Esame critico de' Vangeli canonici iniziò tutte le temerità della scuola di Tubinga. Ma Tholuck, Neander, Lücke, Hengstenberg, Bleek, Maurice, Ewald, Döllinger ed altri hanno ristabilito la perfetta integrità del quarto evangelo e la sua conformità coi sinoptici.
[590.] Atti della Camera del 1867, p. 1348. Anche nel luglio 1867 eccitava a «cominciare la guerra interna contro il pontefice... distruggendo per sempre la teocrazia italiana». Atti della Camera, pag. 1346. Son notevoli le sue parole nella tornata del 29 novembre 1862 sul «bisticcio, sull'epigramma di libera Chiesa in libero Stato, appena degno d'alimentare il giornalismo. Qual diritto avete voi (chiede) con un essere da voi stessi riconosciuto sovrumano, di dirgli che deve abbandonarvi città da lui occupate sin dai tempi di Carlomagno?... Se gli date la libertà gli date il regno. Per la Chiesa la libertà consiste nel rimanersi in casa propria senza censure, senza darvi alcun conto di sè». E in fatto nel 1867 si oppose allo scioglier la Chiesa dalle servilità del placet, dell'exequatur ecc., e volle mantenere le barriere regie fra il popolo e i ministri del suo culto.
[591.] Studj filosofici e religiosi sul sentimento.
[592.] La filosofia delle scuole italiane.
[593.] Lætatus sum in his quæ dicta sunt mihi, in domo Domini ibimus. Ps.
[594.] La religione del secolo XIX, 1853.
[595.] Il Saggiatore del 24 novembre 1865, e Studj filosofici e religiosi.
Nella sua Religione del secolo XIX, vol. II, p. 266, così giudica i preti che s'intitolano liberali: «La bontà del prete in che consiste? Nell'ossequio e nell'adempimento delle leggi della sua Chiesa e nello zelo ardente e costante che mette, conforme al proprio grado, a propagare la sua fede, inculcare i suoi precetti, mantenere i suoi diritti, il suo culto, la sua gerarchia, la sua disciplina.... Un sacerdote non può essere liberale se non a patto di essere un cattivo prete... Uno strano abuso di parole commettono i patrioti a chiamare preti buoni i ribelli alla Chiesa, e preti cattivi i fedeli alla loro professione. Il linguaggio di quasi tutta la stampa liberale pecca di una simile immoralità. Contro di chi sono rivolte le sue quotidiane invettive? Contro quei vescovi, parrochi, preti e frati, che, consapevoli del giuramento prestato alla Chiesa nella loro ordinazione, spendono la vita ad osservare e far osservare in tutto il suo vigore quella legge ch'essi tengono dettata dalla bocca stessa di Dio. Ed all'opposto a chi sono profusi i loro elogi cotidianamente? A quegli altri ecclesiastici, che, fastiditi del loro stato e degli obblighi con esso contratti, rinnegano con le parole e con le azioni il loro abito, disdegnano il loro ministero, e si ribellano dai loro superiori. Non vi ha qui un giudizio sommamente ingiusto? Come ecclesiastici non sono anzi i primi che meriterebbero lode e biasimo i secondi? Il clero è una milizia che ha necessariamente la sua disciplina particolare: chiunque fa parte di quella, si assoggetta volontariamente a questa. Rimaner sotto le bandiere e calpestare i regolamenti è un procedere che, chi rispetta, non dico la legge morale ma il senso comune, non approverà giammai per riguardo a nessun corpo regolare. Quando poi, non pago dello scandalo e del disordine della sua insubordinazione, un soldato se l'intenda col nemico e parteggi per lui, in tutte le lingue del mondo il fatto suo si chiama un tradimento. E nella milizia ecclesiastica non deve forse valere lo stesso principio e lo stesso criterio? Ma i panegiristi dei preti liberali e i vituperatori dei preti reazionarj rovesciano di pianta e l'uno e l'altro, imputando agli uni l'indisciplina a merito e il tradimento a gloria, ed agli altri la subordinazione a colpa e la fedeltà a delitto...».