Che cosa ella si sia non so, nè quale.

Puote esser molto ben che a lui ne piaccia

Far, quando i corpi io fo, qualcosa in voi

Che torni al vostro fin nelle sue braccia;

E questo, se a te par, creder lo puoi.

Ultimo rappresentante di quella scuola ci appare Cesare Creminino da Cento, che professò diciasette anni a Ferrara, poi quaranta a Padova. Le poche cose sue stampate non ne giustificherebbero l'alta reputazione; ma sussistono molte copie de' corsi che spiegava agli scolari. Egli non accetta l'unicità dell'intelligenza: pone per intelletto attivo Dio stesso, distinto dalle potenze dell'anima, sussistente per se stesso, vita dell'universo, il qual universo non è, ma diventa (mundus nunquam est, nascitur semper et moritur). Distingue sempre la verità filosofica dalla teologica, e specialmente nell'aprire il trattato dell'anima dice agli uditori: «Io non pretendo insegnarvi quel che hassi a credere dell'anima, ma solo quel che disse Aristotele. Ora tutto quanto è in Aristotele è contrario alla fede, e i teologi vi han risposto ad esuberanza. Una volta per sempre ne siate avvertiti, acciocchè, se udrete qualche proposizione di mal suono nel mio corso, sappiate ove trovarne la risposta»[173].

Queste e altre precauzioni non tolsero che l'inquisitore di Padova, ai 3 luglio 1619, gli scrivesse per richiamargli il decreto del Concilio Lateranense, che obbliga i professori a confutare seriamente gli errori che espongono[174].

«La santità di nostro signore mi ha ordinato ch'io faccia sapere a vostra signoria che nella sua Apologia non solo non ha sodisfatto alla correzione del primo libro, inscritto Disputatio de Cœlo, secondo la disposizione del Concilio Lateranense, ricogliendo la ragione d'Aristotele, confutandolo, e manifestamente difendendo la fede cattolica, ma d'avantaggio ha di proprio senso inventato certi modi di dichiarazioni e distinzioni, che contengono asserzioni degne di censura, come si può vedere dalle osservazioni che gli ho fatto avere. Per tanto V. S. corregga per se stessa il primo libro, secondo il prescritto del Concilio Lateranense; e essendo questo debito suo e non dei teologi e d'altri, V. S. lo deve fare così per obbligo di coscienza, essendo quel filosofo cristiano e cattolico che dice di essere, come per stimolo di riputazione, volendo esser tenuto dal filosofo cristiano e non etnico. E di più, V. S. levi dall'apologia e rivochi quei modi d'esplicare e di distinguere che di propria mente ha rese per dichiarazione delle propositioni che furono notate e censurate nel primo libro, perchè non soddisfano all'ordine che li fu dato, nè si devono per se stesse tollerare. Per tanto essendo necessario per ovviare a quei mali che la lettura di detti libri può causare, V. S. corregga il primo libro, secondo il prescritto che le fu ordinato in conformità del Concilio Lateranense, e levi e rivochi dal secondo gli errori ed asserzioni degni di censura che V. S. ha scritti di proprio senso, insieme con quei modi che ha tenuti in dichiarare la sua intenzione in dette cose; altrimenti mi scrivono da Roma che si verrà alla proibizione di detti libri; nè in questo negozio si pretende altro che l'onor di Dio e la salute delle anime. In oltre si pone in considerazione a V. S. che la retrattazione in cose concernenti alla fede deve esser chiara e manifesta, e non involuta nè ambigua, ed altri uomini di valore hanno esposto Aristotele in questa Università di Padova; con tutto che tenesse l'anima mortale, provavano non di meno insieme Aristotele essersi ingannato intorno a ciò, e in lumine naturali, e egregiamente confutarono le sue ragioni, in principiis philosophiæ, e tra gli altri il Pendasio a' nostri tempi, uomo di molta dottrina e pietà. Che è quanto mi occorre farli intendere in scrittura, oltre al ragionamento avuto seco a lungo di tal proposito. V. S. dunque mi risponda in scrittura distintamente a quanto io le scrivo, a fine che ne possi dar conto a Roma per venerdì prossimo futuro. Dio la conservi».

Il Cremonino di rimando:

«Ho vista la lettera che mi scrive vostra paternità, nella quale trovo due cose: una è l'avvisarmi, incitarmi e persuadermi a procurar di dar soddisfazione all'osservazioni venute novamente intorno a' miei libri. La ringrazio del buon affetto, e credo che ella sappia ch'io l'altra volta, secondo l'ordine de sua santità, fui prontissimo, e deve credere che ancor ora sono il medesimo ad ogni conveniente richiesta. L'altra cosa è quello che mi propone doversi fare; del che di passo in passo le dirò quello ch'io possa fare. Vedrò poi l'osservazioni più tosto ch'io possa, essendo ora un poco risentito, sì che non posso attender a studio, e farò con vostra paternità per adempimento di quanto occorrerà.