«Quanto a metter mano nel primo libro, non posso farlo assolutamente, perchè, allora che si trattò, fu concluso di ordine di nostro signore, che si facesse con l'occasione dell'Apologia, come s'è fatto; e ciò fu saputo in senato, e si tien per certo, sì che io non ho autorità di metter mano nel libro.
«Quello ch'io posso fare è questo: nell'ultima parte che darò fuori De cœli efficientia, avere riguardo ad ogni cosa che accaderà, e far quanto convenga per farmi cognoscere quel filosofo cattolico e christiano che dico di essere, e che so che vostra paternità sa chi io sono, che qui mi vede ogni dì essa l'esser mio, e non ha a stare a Dio sa quali relazioni. Quanto ai modi d'esplicare che dice, credo questi saranno a parte notati nell'osservazioni; vedrò e sarò con lei. Vedremo anche insieme il Concilio Lateranense, e così farò quello che occorrerà. Ma quanto al mutar il mio modo di dire, non so come poter io promettere di transformar me stesso. Chi ha un modo, chi un altro. Non posso nè voglio ritrattare le esposizioni d'Aristotele, poichè l'intendo così, e son pagato per dichiararlo quanto l'intendo, e nol facendo, sarei obbligato alla restituzione della mercede. Così non voglio ritrattare considerazioni avute circa l'interpretazione ch'abbiate fatte delle lor esplicazioni circa l'onor mio, l'interesse della cattedra, e per tanto del principe. Ma vi è rimedio; ci sia chi scriva il contrario; io tacerò, e non procurerò di respondere altro. Così al Suessano fu fatto scrivere il libro De Immortalitate, contra il Pomponazio.
«Quanto alle cose dell'anima, ora non è tempo; quando farò il commento, mi porterò da buon cattolico, e non inferiore di pietà cristiana ad alcun altro filosofo».
Bisogna dire che, in causa delle sue credenze, nessun disturbo gli venisse, perocchè continuò ad insegnare a Padova. Ma il suo nome restò come tipo della dotta miscredenza, narrandosi che in modo antifilosofico troncasse risolutamente l'accordo tra la fede e la filosofia, dicendo, Intus ut libet, foris ut moris: e che, morto ottuagenario dalla peste del 1631, anche dal sepolcro protestasse contro l'immortalità mediante l'epitafio: Hic jacet Cremoninus totus.
Questo fatto è vero?
Gisberto Voet scrive[175] che antehac ab eruditissimo viro et amico mihi comunicatum erat epitaphium quod dicebatur sibi fecisse, Totus Cremoninus hic jacet: sed postea ab eodem aliunde aliter informato, monitus revocari illud.
Ma il Balzac, raccomandando un M. Drouet, dice: «Son nom est en grosse lettre dans les archives de l'escole de Padoue; et il sortit de la discipline du grand Cremonin, presque aussi grand et aussi savant que luy. Non pas que pour cela il soit partisan aveugle de feu son maistre. Je vous puis asseurer qu'il n'en a espousé que les legitimes opinions, et jamais fidèle ne fut mieux persuadé que luy que le Dieu d'Abram et d'Isac est le Dieu des vivans, et non pas des morts».
E Lorenzo Crasso[176] pronunzia del Cremonino: «È veleno d'animo contagioso l'insegnare che l'anima dell'uomo, soggetta alla corruzione, non differisce nella morte da quella de' bruti, com'egli faceva, ancorchè sagacemente asserisse sostener ciò solamente in sentenza d'Aristotele»; e aggiunge che «fu ben composto di corpo, austero di volto, brieve di sonno, ambizioso di saper molto, finto di costumi, lontano d'ogni religione, avendo, secondo il parere d'alcuni, fatto non pochi allievi, confidenti di questa prava sua dottrina».
Veramente reca meraviglia che il peripatismo scolastico durasse sì tardo in quell'Università, e il Cremonino vi sponesse il trattato della Generazione e Corruzione, e quello del Cielo e del Mondo, mentre Galileo vi spiegava Euclide; il Cremonino che, quando Galileo scoperse i satelliti di giove, non volle guardarli col telescopio perchè quel fatto repugnava ad Aristotele. Ma la ruina di quella scuola non fu tanto dovuta alla scienza seria e sperimentale, quanto al trionfo definitivo dell'ortodossia.
Nella terraferma veneta conosciamo Paolo Lazise veronese, canonico lateranense, che mentre insegnava il latino a San Fridiano di Lucca, udì Pietro Martire, e gustò i dogmi eterodossi, de' quali fece professione nel 1542. Stette alcun tempo professore a Zurigo, poi a Basilea, infine Martino Bucer lo invitò a insegnar greco ed ebraico a Strasburgo.