È famoso nell'ampia schiera de' letterati ciarlatani Giulio Cesare Scaligero, di Verona probabilmente, che sulle prime attaccò Erasmo per le beffe contro i latinisti italiani, e fu sospettato d'aderire alle opinioni nuove: consta che morì da cattolico il 21 ottobre 1558, pure sul suo sepolcro a Agen in Francia scolpirono questa scettica epigrafe: J. C. Scaligeri quod fuit.

Domizio Calderini, di Caldiero presso Verona, autore di varj commenti sopra gli antichi, segretario apostolico a Roma, con una critica presuntuosa si procacciò nemici, i quali dissero schivava la messa, e quando doveva assistervi esclamava: «Andiamo all'error comune»[177]. Ciò basta perchè l'abbiano posto fra i testimonj della verità.

Alessandro Citolini, di Serravalle diocesi di Céneda, oltre un'Arte di ricordare, ove riduceva a certe categorie tutte le cose escogitabili, affine di poter discorrere sopra qualunque soggetto, nel 1561 stampò a Venezia la Topocosmia, o il Mondo ridotto a un luogo solo, miscuglio di tutte le cose intelligibili e materiali; spargendovi per entro gli errori, dai quali s'era lasciato affascinare. Rifuggì a Strasburgo, poi in Inghilterra, e grandemente è lodato dallo Sturm.

Al 13 luglio 1528, Clemente VII dirigeva una bolla al vescovo di Brescia Paolo Zema e all'inquisitore di quella città, congratulandoli perchè essi e tutto il municipio, a non perdere l'ottimo nome lasciato loro da' parenti e antecessori, con ogni diligenza vigilassero acciocchè l'eresia non vi pullulasse, e per estirparla se ve ne fosse. E che, avendo essi saputo come taluni, scuranti della fama e dell'onore, non si fosser vergognati di professare la dottrina luterana, e quel che non osavano in pubblico insegnavano in disparte, molti traviando, avevano eletto tre cittadini, per cui cura l'eresia diabolica luterana fu quasi divelta dalla città e dal territorio, e puniti gli autori e seminatori di essa. Pertanto gli esorta a dar ascolto a questi cittadini, affinchè del tutto sia sradicata la dottrina luterana e gli altri errori nella città e diocesi; e ricordando l'accusa ch'e' mossero contro Giambattista Pallavicino frate carmelitano, che, predicando la quaresima precedente a Brescia, aveva enunciato alcune cose erronee ed avverse alla fede cattolica, scandolezzando i pii, gli autorizza a proferir sentenza, escludendo qualunque appello, foss'anche alla santa sede; obbligar colle censure ecclesiastiche i testimonj che ricusassero; e proceder contro chi tenga, o favorisca, o consigli le massime di frà Martino; dichiara infami e intestabili i pertinaci, e indegni della sepoltura sacra: si ricevano all'abjura i pentiti, e a giurare che mai più non ricadranno: e vengano assolti da ogni inabilità o infamia[178].

Anche del già mentovato bresciano Jacopo Bonfadio, fatto morire dal Governo genovese per delitto nefando, gli scrittori plebei vollero dire che del supplizio fosse promotrice la corte di Roma. Al contrario nell'archivio genovese esiste lettera di monsignor Giambattista Lomellini, scritta da Roma a quel Governo il 1 febbrajo 1551, in cui racconta il cardinal Crescenzio avergli detto come «sua santità restava grandemente scandolezzata di quella Signoria, a cui si era dovuto in poco tempo far richiamo di tre quattro casi esorbitanti, commemorando primo il Bonfadio, il quale ancorchè allegasse esser prete, l'aveano fatto morire senza dargli tempo di provar questo».

Nel processo del Cardinal Morone trovammo inserta questa lettera, di nota difficile e scorretta:

«Al molto dotto predicatore e reverendo vicario generale don Polito Crizola mio osservandissimo. Roma, alla Pace.

«Carissimo fratello, già due mie dopo la prima vi ho scritte; credo averti scritto al mio intento e parere: non dirò altro se non che, da Dio incatenato contro ogni mio volere e determinio, son venuto a Milano, e ho cominciato oggi a predicar: sia fatta la volontà del Signore. Io predicherò con quella diligenza che potrò. Nostro Signore mi guidi. Mai fu mio intento rovinar niuno, dimandando Dio in testimonio che, se la coscienza mi si potesse aquietare, il tutto sarebbe aquietato. Userei di que' rimedj che voi mi scrivete. Son tanto persuaso che la libertà cristiana deva servire alla carità cristiana, che anco questa deva servir alla fede. Maledetta quella libertà cristiana, la quale distrugge la carità, ma più maledetta la carità che distrugge la fede. Che se potessi accozzar queste tre cose, io sarei il più contento uomo del mondo, ma non posso. Io pensavo di trovar il vescovo di Bergamo, che vedesse se mi poteva aquietar. Di grazia vi prego che richiediate il Polo, Morone, patriarca, e vescovo di Bergamo a' quali tutti me raccomanderete. Vedete se potete avere tanto ozio, che mi medichiate dove mi duole. Questo mi consolerebbe. Io desidererei godere i comodi del mondo, onesti però e cristiani, se potessi: nè mai fui tanto in calma quanto ora che so che non mi abbandoneranno. Ma con gran mio piacere ora finirò di predicare. Voi scrivete, ed io scriverò, fra tanto, pregando il comun padre Gesù Cristo il quale del cuore egli solo ne è padrone, veghi che questa è piaga del cuore. Non mancate pregare con tutti i fedeli.

«Da Milano, la prima domenica di quaresima (1552).

«Vostro Celso.