«Salutanvi Ottaviano Pisogno, e Adiodato, che sono qui con esso meco».
Questo Celso Massimiliano, figlio del conte Cesare Martinengo di Brescia, canonico lateranense, eccellente predicatore, chiamato a Lucca dal Vermiglio, con esso venne nell'errore. Racconta il Vergerio che, trovandosi questo eccellente servo di Dio presso Milano, il Muzio mandò soldati con bastoni e spade per arrestarlo, e darlo nelle mani degli scribi e Farisei[179]. Uscito d'Italia, il Martinengo posossi in Valtellina, ma quivi fu sospetto di anabattista e unitario[180]; non ostante divenne pastore della Chiesa italiana a Ginevra, dove fu ricevuto cittadino gratuitamente il 30 gennajo 1556.
Pietro Martire, in una lettera del 1557 entrante, si conduole a Calvino della morte della moglie del Martinengo, che era la inglese Giovanna Strafford vedova Williams, rifuggita a Ginevra e da lui sposata il febbrajo 1556. Egli poi morì nel 57, e gli succedette Lattanzio Ragnoni di Siena. Ci accadrà altrove di discorrerne.
Il tante volte citato Caracciolo riconosce in Bergamo molti eretici, e principalmente il vescovo e il suo vicario prevosto Nicolò Assonico; e che il Ghislieri fu mandato a formarne processo, con gran pericolo, perchè quello era favorito dai rettori e dai principali della città. «Ma essendo alla fine scoperto, e mandato i rettori e il vescovo gente per ritenerlo e per farlo con grande strazio morire, se ne fuggì, avvisato ed ajutato d'alcun fautore della Inquisizione, e fu condotto in sicura parte, e il processo tanto importante (affinchè non corresse pericolo insieme con la persona) fu lasciato in salvo in man d'un frate di San Francesco: non guari dopo, per mano d'amico lo riebbe, e tornossene a Roma con molto onor suo per sì degna opera. Ove citato il vescovo, benchè favorito e difeso da potenti uomini, comparve in persona, e posto in Castel Sant'Angelo e convinto, sottoscrisse a molti capi d'errori eretici e di pessimo esempio, per li quali scorgeasi lui tener modi per infettar tutto il paese, se con l'opera di frà Michele alla ruina di tante anime non si riparava. Il vescovo, privato della chiesa, morì poi in Venezia infelicemente».
Sappiamo in fatti che alla sede di Bergamo era stato preconizzato il famoso Pietro Bembo, il quale mai non vi andò; quindi gli successe nel 1547 Vittore Soranso, che ripetutamente accusato di eresia e condannato, fu alfine cancellato di vescovo[181]. Il suo vicario prevosto Assonico, processato, morì a Venezia.
Nel 1593 Alvise Priuli, rettore di Bergamo, scriveva alla Signoria veneta, «non esservi in quel territorio eretici, ad onta de' molti mercanti tedeschi che vi abitano; che però vivono senza scandalo, e ad onta della frequente pratica de' Bergamaschi nella Valtellina: e ciò perchè que' fedelissimi sudditi, impiegati ne' negozj e traffichi loro, sono lontanissimi dall'ozio, dal quale infine derivano tutti questi mali».
Che però il paese non fosse così mondo ce lo provano il medico Guglielmo Grattarola fuggito ai Protestanti, e Girolamo Zanchi (1516-96) di Alzano. Era egli figliuolo di Francesco e nipote di Paolo, uomo erudito, i cui figli Basilio e Cristoforo segnalaronsi per talento. Basilio, buon poeta e canonico lateranense, studioso di sacre scritture, sotto Paolo IV fu per accusa d'eresia messo in prigione, e vi morì nel 1559. Girolamo, non eremitano, ma canonico regolare, cambiò di fede nell'ascoltare a Lucca Pietro Martire, al quale si conservò poi sempre devoto. Uscito di patria il 1550, a Strasburgo succedette a Gaspare Hedion nello spiegar le lettere sante, continuandovi dal 1553 al 63, e dando anche lezioni sopra Aristotele. Secondo il genio de' nostri italiani, non accettava integralmente la Confessione augustana, ma moderatissimo, riprovava le esagerazioni, non oltraggiava il papa, riconosceva molti pregiudizj ne' Riformati, e cercava conciliare le diverse opinioni. E scriveva allo Sturmio: «Mi muove a sdegno il veder nelle nostre chiese riformate il modo di scrivere di molti, anzi di quasi tutti coloro, che pur vogliono passare per pastori, dottori, colonne della Chiesa. Sovente a bella posta rendiamo oscuro il vero stato della quistione, acciocchè non possa esser bene intesa: abbiam l'impudenza di negare le cose evidenti, e sfacciatamente affermiamo il falso: inculchiamo fortemente ai popoli come principj di fede dottrine apertamente empie, e denunciamo come ereticali opinioni perfettamente ortodosse: mettiamo a tortura le Scritture per ridurle d'accordo colle nostre invenzioni, e ci vantiamo d'esser discepoli dei Padri, mentre ricusiamo seguirne la dottrina. L'inganno, la calunnia, l'ingiuria sono a noi famigliari, nè pensiamo quanto, con simili scritti, nociamo al progresso del Vangelo, quanta rovina portiamo alla Chiesa di Cristo, e come rassodiamo i settarj nelle loro eresie, eccitiamo i tiranni a prender le armi contro di noi, dilatiamo sulla terra il regno del demonio. Sia bene o male, sia vero o falso, poco ci cale, purchè sosteniamo la causa nostra. O tempi, o costumi! Chi mai, vedendo, leggendo, esaminando queste cose, se scintilla conserva di pietà cristiana, non sarà profondamente addolorato ed inquieto, e, non deplorerà amaramente le sciagure de' nostri tempi?»[182].
Ma mentre cercava metter pace, egli stesso versò in continui dissidj. Entrato in quel capitolo di San Tommaso, per le sue divergenze intorno alla predestinazione, alla perseveranza nella santità, all'ubiquità, all'anticristo fu preso in iscrezio, non gli faceano di cappello, non gli dirigevano la parola; sinchè egli, per conservar il posto, segnò un formulario, però con riserve, e modo ortodoxe intelligatur.
Rinunziò poi al canonicato, e a Chiavenna stette dal 63 al 68, fructuose quidem, sed non absque cruce. Avea sposato Violanta, figlia di Celio Curione, e in lettera a Pietro Martire Vermiglio ne descrive la morte: tutta piena di aspirazioni, prelibava il paradiso; struggeasi di veder il Salvatore; incaricava Olimpia Morata di sepellirla: e nell'abbraccio del marito finì esclamando, Al cielo, al cielo[183]. Dapoi egli sposò Livia Lumaca ricca chiavennasca, e n'ebbe molti figliuoli. Dall'elettor palatino Federico III fu domandato a professar teologia ad Eidelberga, e scrisse contro gli Antitrinitarj; ma alla morte di quel suo protettore cangiatesi le credenze del paese, egli trovossene sbalzato con tutti quei che deviavano dal luteranesimo, e ricoverò a Neustadt finchè potesse tornar ad Eidelberg. Di settant'anni e già cieco, stese una professione di fede per sè e la sua famiglia, ove dirigendosi a Ulisse Martinengo, protesta non aver ripudiato tutti i dogmi della Chiesa romana, ma que' soli che non erano conformi agli insegnamenti della Chiesa primitiva; nell'abbandonare la romana, essersi proposto di ritornarvi qualora ella si emendasse; e lo bramava di tutto cuore, poichè il fato più desiderabile è di viver gli ultimi giorni in seno della Chiesa in cui si fu battezzati.
Morto nel 1590, gli fu posto quest'epitaffio: