Si prese il partito di radunare un nuovo sinodo: quattro pastori, eletti dal concistoro, nel dicembre 1549 vennero a Chiavenna e ospitati in casa di Francesco Pestalozza, tennero lunghe dispute, ove si finì col proibire a Camillo d'insegnare o predicare in privato nè in pubblico; e si stanziarono ventuna conclusioni: dietro le quali Camillo fu scomunicato il 6 luglio 1550. Camillo stese una professione di fede, che in fondo è mera parafrasi in versi esametri di ciascun articolo del Credo, diretta a Federico Salis, dissimulando i punti sui quali deviava[262]; scrisse anche Errori, inezie, scandali di Agostino Mainardi dal 1535 e dopo, ove lo accusava di cenventicinque errori. In altre scritture ribatte le credenze luterane.
In quell'occasione i predicanti offrirono di venire a dibattimento anche col capitolo cattolico di Chiavenna, che non credette dover accettare la sfida. I dissidenti pensarono poi togliere di mezzo queste discordie nel sinodo nel 1553 per cura del Travers, del Bullinger e d'altri, combinando una Confessione retica, secondo aveano determinato nell'adunanza di Chiavenna, e metter così un freno agli Italiani liberi pensatori. Comincia essa colla professione dei tre simboli ecumenici, poi de' meriti di Cristo, e della sola potenza di santificazione della fede; rigetta che Dio sia la causa del male: la carne di Cristo è in cielo, pure egli sta presente nella Chiesa; il battesimo fu sostituito alla circoncisione, e il ribattesimo è da fuggire in ogni caso. Ogni anno due sinodi si terranno, dove l'adunanza comincerà dalla preghiera in ginocchio; il ministro o il seniore leggerà il 119 salmo in latino o in tedesco; verrà dietro la profession di fede; indi, scelti il presidente, due assessori e il cancelliere, si comincerà a trattar gli affari. Son festive le domeniche, natale, pasqua, pentecoste; e in ognuna si reciterà il pater, il simbolo, i dieci comandamenti. Il battesimo si dà in chiesa, escludendo il sale, il crisma, la saliva, e colla liturgia di Zurigo o di Coira; i padrini non occorre siano conosciuti per fedeli, purchè scelti dal numero dei comunicanti; senza cognizione del padre e consenso del magistrato nessun parroco può battezzar un bambino. Per la comunione si può adoprar pane non lievito; nè mai la si farà in casa. I matrimonj si celebrano in pubblico; vietato il divorzio. Nessuno deve abbandonare la propria comunità. La scomunica esclude uno per sempre dalla Cena, se indubitabili segni di emenda nol facciano riammettere.
Tale Confessione fu tenuta dalla Chiesa retica, e si firmava dai ministri; benchè, quando fu pubblicata nel 1556 la Confessione elvetica, questa venisse adottata dai Grigioni. Ma i profughi italiani non vi si voleano acconciare; il Vergerio, trovandola in molti punti dissona dalle credenze sue, negò sottoscriverla, e ricordandosi d'essere vescovo, domandava d'essere eletto visitatore della Rezia e della Valtellina, ripromettendosi di riconciliare i dissidenti. Di ciò il Salutz lo beffava, come si desse soverchia importanza: «Il cielo non cascherà se anche costui nol sorregge colle sue spalle. In luogo di diffonder il vangelo, esso ne divenne un ostacolo, giacchè i predicanti litigano fra loro, invece di unirsi tutti contro de' Cappuccini».
I Cappuccini di fatti in Valtellina opponevansi agli eretici, come i Domenicani stanziati in Morbegno, donde si diffondeano a predicare; e principalmente frate Angelo da Cremona a Teglio eccitò il popolo in modo, che prese a sassi Paolo Gaddi ed altri venuti da Poschiavo, e ne nacque una baruffa, dove andarono di mezzo molti borghesi, che parteggiavano pel Gaddi.
Premeva ai Grigioni d'assicurare la condizione degli Evangelici in Valtellina, massime dacchè come capo della chiesa retica in Coira al Comander era succeduto il Fabrizio. I predicanti v'erano sempre considerati come persone private, maestri nelle case particolari: fin il Mainardi a Chiavenna non era sostenuto che da Ercole Salis ed alquanti altri, e in un salotto di questo predicava; doveansi osservar tutte le feste antiche, massime quando uscisse commissario qualche cattolico. Allora si decretò che gli Evangelici non fossero obbligati ad altre feste che alle prescritte dal sinodo; a loro si attribuisse un terzo delle entrate della chiesa di San Lorenzo di Chiavenna; non più frati novizj ne' chiostri: ad ogni predicante si assegnassero quaranta corone l'anno, desumendole dalle entrate in Valtellina del vescovo di Coira e dell'abate di Sant'Abondio di Como; dove fossero più chiese, una dovesse cedersi agli Evangelici.
Incaricato d'eseguire tal decreto, Federico Salis fu festeggiato dagli Evangelici; e nominato commissario in Chiavenna, s'adoprò caldamente a diffonderne le credenze. Allora Giovanni Schenardo, giurisperito di Morbegno, sporse una supplica al granconsiglio retico contro di questi predicanti, che disertati da Agostino e da Benedetto, sollecitan unicamente il vantaggio proprio, non quello di Cristo. Il vero evangelico s'attiene a san Paolo, che proibisce di far nulla per litigio, non rivendicar neppur le cose proprie, sopportare le frodi, le ingiurie: esso vantava di non riuscir di peso ad alcuno; costoro invece, eccoli retribuiti lautamente. Che se non vogliono imitar Paolo, che imitava Cristo, almeno lo stipendio chieggano da quelli per cui militano, non da quelli a cui contrariano. Ma questi disertori servono al ventre, non a Cristo, desiderando tutt'altra vita che quella degli apostoli, i quali la passarono in fatica, in travagli, in vigilie e fame e freddo e nudità. O come si dicono Evangelici se detestano una vita cui seguirono tanti Padri del deserto, fra vigilie, digiuni, cilizj? Evangelici come sono questi che si sfratano, mentre Cristo proclamò beati quei che si mutilano pel regno de' cieli, e Paolo preferisce il celibato alle nozze? Cristo e gli apostoli fecero miracoli, pei quali fu creduta la loro dottrina; i santi, i pontefici o per miracoli o per la pazienza de' mali si segnalarono; questi avveniticci non operano miracoli, fuggono l'austerità della vita; sicchè non meritano fede. È poi ingiusto ed illegale il rivolgere ad una religione ciò che era destinato ad una opposta; i suffragi pei defunti devonsi rispettare quanto le leggi e i testamenti; togliere ciò che altri possiede per giusto acquisto o per usucapione è iniquità. E conchiudeva si abrogassero quelle leggi, o almeno si sottoponessero al suffragio universale dei Valtellinesi.
Gli fu dato ascolto come si suole dai prepotenti; e il decreto, benchè in Morbegno incontrasse qualche opposizione violenta, fu eseguito, e assunto l'inventario dei beni ecclesiastici in Valtellina.
Il cavalier Quadrio, medico dell'imperatore Ferdinando, destinò la sua casa in Ponte per istabilirvi una scuola di Gesuiti: l'imperatore ne prese tale impegno, che nella dieta di Ratisbona del 1558 ne parlò amicalmente al borgomastro di Coira, e il Canisio provinciale dei Gesuiti mandò lo spagnuolo Bobadilla con dodici compagni ad aprirvi il collegio. Se ne sbigottirono i Riformati; Fabrizio vi si oppose di tutta forza, e ottenne una decisione della dieta del 1561 contro quella scuola.
Agostino Mainardi moriva nel 1563 l'ultimo di luglio, e Ulisse Martinengo scriveva al Fabrizio: «La mattina, convocati i fratelli, tenne un discorso eccellente, la cui somma è che persistessimo in quella dottrina ch'egli per venti anni avea predicata; dottrina sicurissima e saluberrima, perchè appoggiata alla pura parola di Dio. Al domani lo portarono sulle proprie spalle gli anziani della chiesa con gran mestizia; perocchè talmente a tutti era caro, che neppur gli avversarj trovavano di che rimproverarlo».
Per succedergli si invitò il bergamasco Zanchi; bello ingegno, che volentieri accettò per sottrarsi alle molestie che a Strasburgo davangli i Luterani. Ma nè qui ebbe pace, mancandogli la forza di carattere necessaria a tenere in freno i migrati. Simone Fiorillo napoletano, che nell'intervallo aveva supplito al Mainardi, or pretendeva precedenza sopra lo Zanchi, e rimestava le idee di Camillo. S'aggiunse nel 1564 la peste, che in poche settimane uccise centotto persone, talchè il sermone si faceva all'aria aperta, e ciascuno portava un ampolla di vino da bever alla santa Cena per evitare il contagio. I preti cattolici mostravano il solito eroismo nell'assister i malati: ma neppure i ministri evangelici abbandonarono il posto, eccetto il Torriano di Piuro.