Quando poi sopraggiunsero il Biandrata e l'Alciato, spargendo nuovi errori sulla Trinità, lo Zanchi lasciolli fare: ma dopo quattro anni se n'andò. E prima fermossi a Piuro, dove sposò una Lumaga, poi ad Eidelberga succedette a Zaccaria Orsino.
In Chiavenna fu pastore Scipione Lentulo, già barba dei Valdesi in Val d'Angrogna, poi ministro a Montagna sopra Sondrio; donde scriveva al professore Wolf a Zurigo il 19 ottobre 1566: «Quasi ogni giorno devo combattere con Italiani, e benchè italiano io pure, non mi dorrà dire che ad essi nessuna religione piace, dacchè cominciò a spiacere la papistica». E informava il Bullinger qualmente egli s'applicasse agli scritti teologici di lui e di Calvino, che aveva udito a Ginevra; mentre fu nell'Angrogna, trovavasi gravato di tanti affari, da bastargli appena tempo di leggere la Bibbia. A Chiavenna dovendo predicare cinque giorni per settimana, non gli avanzava tempo di leggere opere estese come quelle di Lutero (3 giugno 1575).
Tobia Eglino di Zurigo, uno de' pochi discepoli del nostro Giordano Bruno, del quale parla con rispetto in una dedica a Giovanni Salis, era venuto pastore di San Martino di Coira e amministratore del concistoro retico. A lui descrivendo lo stato della chiesa di Chiavenna, il Lentulo fa motto d'un Salomone di Piuro fabbro ferrajo, già da dieci anni scomunicato per ariano, che qualunque occasione gli si presenti, professa di non credere che Cristo sia Dio, sebbene concepito di Spirito Santo. Un Ludovico Fiero bolognese, per la stessa ragione scomunicato, reduce testè dalla Moravia, viepiù ostenta il suo delirio: un Enrico ferrajo non fu ancora mandato via, benchè egli lo abbia denunziato al pretore come scelleratissimo anabattista: un Alessio trentino, infame anabattista: un Jacobo veneziano, ex-prete, che non va mai nè al sermone nè alla Cena, nè si piace che di conversare con eretici; vi sta pure un costui nipote o piuttosto figlio, dichiarato dalla nostra Chiesa empio e scellerato, e della Chiesa si ride. «Da tre anni (egli continua) qui migrò un Pietro, che si dice romano benchè si capisca spagnuolo, che fece retta confessione da principio, ma poi si scoperse anabattista, e porta attorno, e dà a leggere come oracoli i libri di Giorgio Siculo. Conta fra costoro Francesco di Bagnacavallo, che prima buon cristiano, dopo alcun tempo d'assenza tornò, asserendo che Cristo non è Dio per natura, ma per grazia. Aggiungiamo Giovanni da Modena, sozzo uomo il quale a tutti ricanta che i rigenerati non possono peccare. Che dirò di quelli che non vonno firmar la Confessione retica, nè esser interrogati sulla loro fede dai Ministri? anzi vituperano tutto il governo ecclesiastico e la disciplina? E v'è poco lontano chi a questi impostori favorisce, e li sorregga come attaccatissimi fratelli. Fate dunque, o fratelli, che dagli illustrissimi signori si mandi al pretor nostro di cacciar tutti costoro dal territorio di Chiavenna» (7 novembre 1569). E nuove insistenze faceva il maggio seguente, all'avvicinarsi del sinodo.
Già lo Zanchi aveva pregato il Bullinger a non ammettere verun profugo se non facesse la sua professione sulla natura di Dio, sul peccato originale, sulla soddisfazione di Cristo, sul futuro stato delle anime: chè altrimenti, se Spagna aveva prodotto la gallina, Italia schiuderebbe le ova, e già sentivasi il pigolio. L'Eglino di fatti espose il pericolo che dagli Anabattisti derivava alla chiesa e di Coira e di Chiavenna, onde fu decretato che ognuno dovesse professarsi o cattolico o della Confessione retica, se no sarebbe cacciato (27 giugno 1570), e aver licenza di predicare dal vescovo di Como o dal concistoro retico.
Ne levarono rumor grande i dissenzienti, e massime il Torriano ministro a Piuro, e altri della Pregalia e della Valtellina, appareggiando quel decreto all'Inquisizione romana: scrissero contro di esso Bartolomeo Silvio, ministro a Traona, e Marcello Squarcialupo medico; e il Lentulo vi oppose una Responsio ortodoxa pro edicto ill. D. D. trium fœderum Rhæticæ adversus hæreticos et alios ecclesiarum ræthicarum perturbatores promulgata, in qua de magistratus aucthoritate et officio in coercendis hæreticis ex verbo Dei disputatur. Alessandro Citolino, profugo dall'Italia fra' Grigioni poi in Inghilterra, sotto lo stemma retico ch'era dipinto sul muro, come si suole colà, avea posto questi versi:
Fortia signa simul connectunt armipotentes
Tergeminos populos sociali fœdere junctos
Solamen profugis. Felices vivite semper.
Lo Squarcialupo li cancellò, e vi sostituì:
Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes: