Este procul vulpes: dura catena vale.
Eglino gli replicò:
Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes
Sed grave servitium prodit ab hæreticis
Calcatur Christus, non hospes ab hospite tutus:
Rhæte, volens liber vivere, pelle lupos:
allusione al cognome di quel dottore. Il Torriano, Camillo, Silvio sottoscrissero la formola; disposti a violarla, e sicuri d'andarne impuniti per denaro; ma il decreto fu applicato a un Cristoforo, maestro a Sondrio; e i martirologi degli Anabattisti riboccano di vittime di quelle persecuzioni.
Questo punto del diritto di perseguitar gli eretici venne discusso acremente nel sinodo di Coira il giugno 1571: Tobia Eglino sosteneva il sì: lo contraddiceva Giovanni Gantner anabattista. Vi si presentarono i nostri italiani: il Torriano, che a Piuro accoglieva alla comunione quelli che il Lentulo scomunicava a Chiavenna; Nicola Camulio, denarosissimo mercante, che a Piuro stessa gli ospitava; Lelio Soccino, un Sadoleto, omnes perversi homines (dice il processo verbale) circondati da quantità d'amici, e patrocinati dal medico Bellino, che ne garantiva la sicurezza. Il padre Giulio da Milano, curato della chiesa di Poschiavo, recò lettere del Camulio al Torriano, intercette da nostri, dove i ministri evangelici chiamava vecchie e nuove volpi, nuovi Farisei, uomini di sangue, papi anticristiani, carnefici; deplorava l'esiglio dell'Ochino e la sua cacciata da Zurigo, e proponeva il modo di metterlo in sicurezza a Piuro; dava a Camillo Soccini il titolo di probo e santo e resistente ai nuovi Farisei: aspettava il Betti e il Dario eretici; lodava la lunga consuetudine colla scuola senese, e deplorava la morte del Castalion, gran cristiano[263]. Il Camulio si scusò come mal pratico delle sottigliezze teologiche; aver largheggiato coi rifuggiti per compassione; pure sosteneva che nessuno vorrebbe subir pene contro la propria coscienza; laonde se pensano così, non si potea forzarli; che del resto disputavasi di materie non essenziali alla salute, come è il cercare, se il magistrato possa punir gli eretici. Ma gli fecero tali minaccie, che svenne; e tutti questi italiani furono colpiti di censura; pure colle blandizie ottennero di rimanere in paese, e fin ne' loro benefizj.
Mino Celsi di Siena, nel 1572 scriveva: «Tre anni fa essendo sfuggito dalle mani dell'anticristo, e stanco del lungo viaggio e de' superati pericoli come a un porto approdando alle Alpi retiche, credevo (come tra' fratelli nostri italiani si crede) che le chiese, le quali giustamente chiamiam riformate, fossero legate d'indissolubile consenso e unità di dottrina: e invece con somma afflizione d'animo trovai che, sebben tutte consentano che il papa è vero anticristo, che la messa sorpassa qualunque peggior idolatria antica, che gli uomini sono giustificati non dalle proprie opere ma dalla fede in Cristo, che il purgatorio è una bottega del papato, che i sacramenti son due, non sette, e altri articoli pii e santi, in molt'altri discordano. E poichè ognuno ritien la sua fede per vera e ortodossa, ove ammettasi la persecuzione degli eretici è forza che ognuno perseguiti l'altro, e col ferro, col fuoco, coll'acqua si tolgano di mezzo, nè più sia fine ai supplizj».
Viepiù s'infervorò poi la disputa intorno alla predestinazione; e l'Alciato e il Biandrata, che ritornavano nella Valtellina a confermar i loro concredenti, ne furono sbanditi; Fabrizio Pestalozza, che professava le stesse opinioni ariane, fu obbligato disdirle nel 1595, gli altri o si convertirono o tacquero.