«Del vescovo di Cajazo[41] gli disse Geronimo Scanapeco che avea le stesse opinioni luterane.
«Del vescovo di Nola[42] che, prima che gli dessero l'uffizio presente, teneva un libro luterano intitolato Il Benefizio di Cristo, e molto se ne piaceva.
«Del vescovo di Civita di Penna[43] dice il Caserta avergli detto don Apollonio Merenda eresiarca ch'era delle stesse sue opinioni, e credeva e teneva quelle di Lutero.
«Del vescovo di Policastro[44] dice che, avendolo un giorno invitato per esaminarlo sopra certa causa, gli mostrò una composizione che avea fatta sopra il punto della giustificazione, nella quale si dichiarava e insegnava conforme all'opinione del Valdes; e che udì da un Luterano, ora morto, che, leggendo le epistole di san Paolo, aveva insegnato e predicato della predestinazione quel che opinano i Luterani.
«Dell'arcivescovo di Reggio[45] dice il Caserta, e così il Gargano, che, prima che gli si conferisse la presente dignità, stando nel suo convento, lo visitarono essi ed altri Luterani, e che dichiarò teneva e credeva le opinioni luterane, e che una volta nel sermone trattò della giustificazione, e conchiuse si debba tener e credere al modo che insegnava Martin Lutero; e che volendo un giorno uscir fuori, cavò le pantofole che aveva in piede, e si pose le scarpe, dicendo: «Lasciatemi prender la giustificazione de' miei piedi» e gli mostrò alcuni libri luterani che possedeva».
In Calabria, oltre i Valdesi di cui discorremmo a pag. 329, dicesi serpeggiasse il luteranesimo, e ne fossero presi molti monaci e alcuni famigliari dell'arcivescovo di Reggio Agostino Gonzaga. Ma non ne venne notizia al Governo che dalle fiere nimicizie tra i Monsolino e i Malgeri di Reggio, scoppiate nel 1561 in vera guerra civile, ove i Monsolini riusciti superiori, trucidarono i nemici. Gli uni rimbalzavano agli altri la taccia di luterani, con tale ostinazione che il vicerè nel 1562 spedì in Calabria Pietro Antonio Pansa, uomo di inflessibile rigore, che molti convinti d'eresia condannò al rogo. Contansi in essi quattro cittadini di Reggio, undici di San Lorenzo, fra cui sette erano frati cappuccini. A quelli che abjurarono fu dal Pansa ordinato portassero sul petto e sulle spalle un panno giallo, attraversato da una croce rossa.
DISCORSO XLI. ERETICI IN LOMBARDIA.
Nella città dove lo spirito guelfo fu lungamente alimentato dalle nimicizie contro gl'imperatori; dove nell'età moderna questa medesima avversione si espresse colla predilezione mostrata al principio religioso nazionale, fino a sorgervi gli antesignani del partito neo-guelfo, è notevole come spesso siasi pronunziata la antipatia al primato romano, e dietro ad essa lo spirito acattolico. Il ricordo di tempi quando Milano fu città non seconda che a Roma vi dovette contribuire non meno che la pinguedine del territorio e l'indole degli intelletti; e così il trovarsi essa abbondevole di ricchezze, e un de' principali centri della politica italiana. L'importanza ch'ebbe nel IV secolo sant'Ambrogio e l'esser rimasti capi di un rito particolare pareva attribuire ai successori di quello un'autorità e una rappresentanza eccezionale, viepiù da che divennero anche capi del governo secolare e primarj nelle assemblee del regno. Ma queste cure secolari distrassero talvolta gli arcivescovi dall'attendere alle ecclesiastiche, e vedemmo come a Milano si dilatassero le sêtte dei Patarini, della Guglielmina, de' Nicolaiti, e con quanto stento Pier Damiani e sant'Anselmo inducessero questa diocesi al celibato sacerdotale e alla soggezione a Roma.
Indizj che non trascurammo rivelano come di quelle sêtte non fosse mai divelta affatto la radice. Gli studj umanistici, che quivi prosperarono sotto la protezione de' Visconti, dovettero fomentarvi quello spirito d'esame e di scherno che accompagnò la rinascenza, sicchè presto vi ottennero ascolto le dottrine predicate in Germania. Fin dal 1521, correvano a Milano versi in lode di Lutero, e che finivano:
Macte igitur virtute, pater celebrande Luthere,