Noi non crediamo progresso l'aver distrutta la supremazia in materia di fede, e tolta al papato l'onnipotenza delle mediazioni, perocchè, se il cristianesimo è una società diffusa per tutto il mondo, è egli conveniente lasciarla senza un capo, senza giudici, senza consultori universali? Anche il credente più schietto ama veder l'ordine in ciò che crede e le verità connesse fra loro; e mentosto la sparpagliata discussione che non l'accordo donde trae zelo alle pratiche religiose. Già sant'Agostino diceva ai Donatisti: Quæ est pejor mors animæ quam libertas erroris?

Il clero non offendeva i re, giacchè promulga il principio d'autorità; non l'aristocrazia, perchè rispetta i possessi e l'ingegno e i diritti storici; non il popolo, perchè esce da quello, e per quello avea fatto tutto; e finchè stava con esso, il popolo non avea bisogno di abbracciarsi ai re per abbattere i baroni. Il potere dei principi divenne eccessivo, perchè cessava l'opposizione e il sindacato del clero. Si rinfacciò ai papi di dire «La Chiesa son io», ma allora i re dissero «Lo Stato son io», e dalla monarchia restò non solo ristretto il papato, ma soffogato il popolo. I papi del medioevo soli erano capaci d'esercitare l'arbitrato europeo perchè capi della società conservatrice e propagatrice del vero ideale, capi civili delle nazioni non per forza d'arme ma coll'autorità della parola. Per quanto però ristretti, rimasero non solo re di Roma, ma cattolici, e quindi di nessun partito, e desiderosi dell'accordo di tutte le potenze cristiane; accordo che solo avrebbe potuto risparmiare all'Europa odierna la vergogna d'aver fra' suoi uno Stato che professa la poligamia, gli eunuchi, la potestà assoluta, la pirateria, e che la maggior reliquia del culto cristiano rimanga in mano de' Turchi.

Un secolo che era cominciato nel modo più grandioso, colla scoperta d'un nuovo mondo e la rapida conversione di quello, con tanto rigoglio dell'arti e delle lettere, trovossi tuffato nella quistione religiosa, dietro a cui la confusione degli spiriti, l'anarchia degli atti, la tirannide ammantata dal pretesto di reprimerla, il fanatismo persecutore; sicchè, invece di poter congiungere la libertà cittadina coll'indipendenza religiosa, fu duopo combattere dentro e fuori la barbarie che parea rinnovarsi.

Che la Riforma causasse prosperamento degli studj e delle lettere vien negato anche in altri paesi, benchè ivi coincidesse con quel che dapertutto chiamossi il risorgimento. Ma l'Italia era già prima a capo del mondo civile; da tre secoli studiava il suo san Tommaso, da due leggeva Dante e il Petrarca suoi; aveva prodotto Colombo e Cesalpino, educati Copernico e Vesalio; stava compiendo la maggior basilica del mondo, attorno alla quale sorgeano le meraviglie del Mosè, della cappella Sistina, delle Logge Vaticane; glorie accompagnate da quelle del Tiziano e del Correggio, dell'Ariosto e del Caro; le sue Università traevano studiosi da tutto il mondo; Erasmo vi ammirava cattedre di greco[304], d'arabo, d'ebraico: e la nostra repubblica letteraria concedeva la cittadinanza anche a quei dotti che nazionalmente si chiamavano barbari[305].

Ma fanatizzate le moltitudini per dispute che prima stavano nel ricinto di conventi e presbiteri, si sviò dalle belle lettere. Fra gli scrittori della Riforma nessun italiano è insigne; nobilissimi ingegni dispersero nelle controversie la forza che poteano destinare a far opere; lasciarono scritti incompleti come le polemiche, nelle quali gli ammiratori stessi lodano ciò che si volle, anzichè ciò che si fece. Nuova importanza acquistò la filologia, trovandosi necessarie le lingue antiche per le disquisizioni religiose. Ma la stessa traduzione della Bibbia, che in altri paesi schiuse l'êra del vulgare moderno, non potea farlo qui, ove almeno da cinquecento anni parlavasi e da trecento scriveasi l'italiano. Il Manuzio, eruditissimo editore, lagnavasi che le scuole si abbandonassero, e ch'egli dovesse passeggiare solitario davanti all'Università romana nell'ora della lezione. Giulio Pogiano valentissimo latinista, all'altro non men lodevole scrittore Anton Maria Graziano, in lettera del 30 maggio 1562 lagnavasi che il bello scrivere fosse perito: unum, aut ad summum alterum vel in maximis civitatibus reperias, qui speciem aliquam præseferat romani sermonis: succum vero et sanguinem incorruptum latinæ orationis qui habeat, fere neminem. Nec injuria. Libri enim qui nobis præstantis illius laudis et disciplinam præscribunt et exempla proponunt, pæne obsoleverunt. Nullus jam est in manibus Terentius, nullus Cæsar: ipse latinæ eloquentiæ princeps legi desitus est: tota denique jacet antiquitas, optima tum vivendi, tum loquendi magistra. Ad quos igitur plerique se contulerunt? Pudet, nec omnino dicere licet. Sunt enim iidem barbariæ et impietatis auctores, quorum in dispari scelere par voluntas agnoscitur. At multis vocabulis auxerunt linguam latinam. Utinam non tam portenta quam verba, ut in religionem sic in sermonem induxissent! at incitarunt loquendi et scribendi celeritatem: ut illorum studiosi, vel in magnis rebus, subita et dictione et scriptione satisfaciant.

Cercarono scuoter gl'ingegni i Gesuiti introducendo scuole con metodi nuovi, con ingegnosi artifizj, col rendere piacevole l'insegnamento, come s'è costretti fare allorchè la voglia n'è rintuzzata: ma lo scopo loro era l'educazione, più che l'istruzione; piegar le volontà, ancor più che affinare gli intelletti: e presto ebbero gl'inconvenienti delle scuole legali; e il mal gusto, se non vi fu originato, non vi fu combattuto dall'artificiosità dello stile e de' componimenti; da una certa lecornia, distinta dalla vera eleganza; dal belletto, surrogato ai robusti colori della sanità.

Dopo ciò si pena a credere che, nel secolo nostro, l'Istituto di Francia abbia premiato una memoria dove s'è potuto sostenere, dirò piuttosto asserire che la Chiesa era sempre stata capitale nemica dei lumi; che «le nazioni erano da essa mantenute attentamente in un'ignoranza, propizia alla superstizione: che, per quanto possibile, lo studio era reso inaccessibile ai laici: che quel delle lingue antiche era tenuto come una mostruosità, un'idolatria: che la lettura delle sante scritture era severamente vietata[306]». E c'è un vulgo che lo ripete. Viepiù fa stupore che un pensator cattolico, il Gioberti, in Lutero vedesse tre doti:

1. D'aver voluto restituire la loro primitiva grandezza alle idee di Dio e di Cristo, menomate dagli scolastici; 2. d'avere, non che conosciuto, ma agguagliato il suo secolo, benchè non giungesse a superarlo, come superollo Soccino; 3. nell'evoluzione logica dell'eresia luterana scorgersi il predominio della ragione (discorso) sulle potenze inferiori; privilegio dell'Italia, alla quale pertanto si compete l'onore del luteranismo.

Se con ciò s'intende il libero uso della ragione, l'aveano ben prima i nostri, e lo mostrammo; ma troppo ci corre dall'esame del vero, dallo scherzo, dalla satira alla negazione sistematica e riottosa.

Lutero, dopo bestemmiato la cattedra pontifizia, bestemmiò il libero arbitrio, bestemmiò la ragione, questa (a dir suo) fidanzata di Satana, questa prostituta, mostro abominevole, che bisogna calpestare, strangolare; essa è maledetta dalla rivelazione, e perciò ogni parte dell'ingegno umano è menzogna e tenebra; le Università, sono invenzioni diaboliche, deputate a convellere il cristianesimo.