Invece il Pallavicino, nell'Arte della perfezione cristiana, professava che «infine tutte le altre potenze dell'uomo s'inchinano all'intelletto; l'intelletto giudica di tutte le cose, l'intelletto governa il mondo».

I soliti uomini di pregiudizj diranno che la restaurazione d'allora fu un ritorno verso il medioevo[307]. Noi diremo che fu una fermata ne' grandi progressi di quello. Il sospetto fece reprimere la cultura anche qui dove avea preso tanto incremento; perocchè solito torto delle violenze rivoluzionarie è il disgustare chi di queste era volenteroso, e far che la società indietreggi davanti alle crisi dell'impazienza.

Colla storia alla mano potremmo sostenere che al cattolicismo è dovuto l'acquisto di tutte le libertà civili; le forme parlamentari, che oggi si considerano qual salvaguardia di queste, derivavano dalle abitudini della Chiesa, e noi le godevamo ben prima di Lutero, unitavi la libertà della discussione e della critica, che dappoi per paura e riazione, venne soffogata dalle armi principesche e dall'inquisizione ecclesiastica, la cui potenza noi desumiamo non tanto dai roghi, quanto dal disparire di quell'infinità di stampe che aveva accompagnato e favorito lo spandersi della Riforma.

La filosofia dovette arrestarsi ne' suoi ardimenti, eppure furono cattolici, come di fuori Cartesio e Bossuet, così tra noi Galileo, Campanella, frà Paolo.

Le riforme prescritte dal Concilio vennero dimenticandosi, nè si conciliarono Chiesa e Stato, nè si segnarono limiti morali e giuridici alla politica.

Svelto ogni germe di protestantismo languirono gli studj ecclesiastici, e sebbene repudiamo la separazione or posta da Neander tra la fede, la religione e la teologia, certo è che questa scienza, disarmatasi, s'avvolse in intestine querele di carattere meschino, che fornirono arme terribili agli scredenti; e il clero, inerte, impopolare, diviso, con giansenisti ridicoli, gesuiti esosi, abati indifferenti, popolo ragionacchiante, si trovò esposto ai liberi pensatori.

La morale fu però migliorata, anche per l'opera di coloro che vennero denigrati col nome di Casisti, i quali furono alla pratica quel che erano stati gli scolastici alla teoria; persone che spingevano l'argomentazione fino all'abuso: e che, invece di dedur i canoni della morale dalla sola legge di Cristo, andavano a fantasticarne o ne' filosofi pagani o nelle opinioni della tale o tal altra scuola. Con ciò arrivarono qualche volta a scusare il vizio, a scolpare il delitto, sicchè molte loro proposizioni furono dalla Chiesa condannate; ma chi li confutava non avea che a ricorrere all'insegnamento evangelico e alla tradizione[308]. Realmente in quelle dispute si chiarì la morale; il vizio sussistette ancora, ma fu chiamato col suo nome; mentre fuor della Chiesa nostra fra suddivisioni infinite si giunse fin a negare la virtù obbligatoria e ogni dottrina positiva; e volendo l'unità, e non riuscendovi perchè non è possibile accoppiar l'errore e la verità nel cristianesimo, cercavano questo distruggere.

Separato il mondo della scienza da quello della fede, proveduto piuttosto a reprimere l'opinione falsa che a diffondere la vera, ne seguì la trista necessità di riazioni violente. Quando una società perisce, non v'è modo a restaurarla che coll'autorità. Questa è il fondo del cattolicesimo, che perciò, vedendola attaccata dapertutto, se ne sbigottì; e se prima avea protetto la libertà, vedendola ricalcitrare fino a metter lui stesso in quistione, se ne sbigottì, si alleò al potere assoluto per farsene sostegno, nè ravvisò l'incompetenza assoluta della forza in materia di fede. Per ovviare gli abusi si restrinse la primitiva libertà degli scritti; si ebbe paura del pensiero come forza o sterminatrice o repressiva; si sentì bisogno di ricorrere alla podestà principesca, che schiacciava le eresie, ma nell'abbraccio soffogava la Chiesa.

Il clero, vedendo perire le libertà del medioevo sotto la pressione principesca credette salvarsi coll'associarsi all'assolutismo regio, il quale così trionfò. Ed oggi altrettanto vorrebbesi farlo associare all'assolutismo democratico, che trionferebbe se esso cessasse di resistervi.

L'Italiano, che bada ai fatti non alle declamazioni; che, fra questa tirannide dell'opinione, osa ancora ascoltare la coscienza e serbare convinzioni, rabbrividisce allorchè osserva la conformità dell'età nostra con quella del Cinquecento che venimmo divisando, e quali terribili rimedj, e quanti patimenti di due secoli furono necessarj per chetare la turbolenza, e ripristinare quell'ordine che le popolazioni desiderano anche più della libertà.