ei solo il re può dare al regno
E il regno al re, domi i tiranni e i mostri
E placargli del cielo il grave sdegno[309].
Pei Francesi, idolatri della monarchia anche quando trucidano Enrico III o decapitano Luigi XVI, quest'era un'eresia: laonde la Gerusalemme Conquistata fu proibita dal Parlamento di Parigi «per idee contrarie all'autorità del re, e attentatoria all'onore d'Enrico III e IV».
Chi facea questa proibizione non era dunque il Sant'Uffizio, che invece recò famosi disturbi ad un avversario del Tasso, Galileo Galilei.
— Galileo, sommo astronomo, scoperse che la terra gira attorno al sole. Questa dottrina era contraria agli asserti della Chiesa, e perciò la Santa Inquisizione lo colse, lo incarcerò, lo mise alla tortura; nè sfuggì di peggio se non col ritrattarsi, e stando ginocchione in camicia avanti agli inquisitori dichiarare che la terra è ferma; ma nel pronunziarlo soggiunse «Eppur si muove»[310]. —
Tale è il racconto leggendario, insegnato nelle scuole, declamato dai romanzieri e dai parlamentari, dipinto, litografato; sicchè viene tacciato di pregiudizj e d'ignoranza chi attentamente abbia studiato i fatti, e maturamente asserito che è lontanissimo dal vero.
Già il moto riformatore delle scienze sperimentali era cominciato; l'Aldrovandi, il Cesalpino, il Mattioli aveano ristaurato la storia naturale: Aquapendente la chirurgia; Vanelmonzio la chimica; Sarpi e Porta l'ottica; Eustachio, Falloppio, Vesalio, Fracastoro l'anatomia; i Lincei, fondati nel 1603 da Federico Cesi, aguzzavano l'occhio sugli arcani della natura. Viveva allora Bacone, al quale il titolo di restauratore della scienza s'addice ben meno che a Galileo, chè, sebben questi nascesse tre anni dopo, e sopravvivessegli quindici anni, le sue scoperte fece avanti il 1620 in cui comparve l'Organon. Ma mentre Bacone pretendeva dare un organo, un metodo per fare invenzioni, e nulla inventò, Galileo che inventò tanto, credea derivassero da intuito, da ispirazione. «Una mattina, mentre ero alla messa (scrive a frà Fulgenzio Micanzio) mi cadde nella mente un pensiero, nel quale poi più profondamente internandomi, mi vi sono venuto confermando, e m'è parso più sempre ammirando come, per modo stupendo di operar della natura, si possa distrarre e rarefare una sostanza immensa, senza ammettere in essa veruno spazio vacuo». E a Marco Welser: «Da virtù superiore per rimoverci da ogni ambiguità vengono inspirati ad alcuno metodi necessarj, onde s'intenda la generazione delle comete essere nella regione celeste». E nei Dialoghi, parlando della scoperta del Gilberto sulle calamite: «Io sommamente laudo, ammiro e invidio gli autori per essergli caduto in mente concetto tanto stupendo circa a cosa maneggiata da infiniti ingegni sublimi, nè da alcuno avvertita... L'applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principj, e giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti meravigliose, non è da ingegni dozzinali, ma sono concetti e pensieri di spiriti sovrumani». E delle proprie invenzioni parla sempre come di congetture, di ipotesi. Così avesse continuato rimpetto al Sant'Uffizio.
Instauratore della filosofia e della scienza, che portò nel campo della sperienza sagace e spregiudicata, il maggior merito di Galileo non è d'astronomo: l'osservar i satelliti di giove, e le macchie del sole e l'anello di saturno[311] e le fasi di venere, poteva farsi anche da un mediocre, armato di discreto cannocchiale; e ogni dì, quasi solo pei raffinati stromenti, a simili scoperte arrivano persone anche novizie nell'astronomia. Quelle tre scoperte astronomiche di Galileo, sono dal Delambre giudicate ben piccola cosa a fronte delle tre leggi di Keplero, delle quali nessun'idea s'aveva, anzi urtavano le ricevute, e alle quali esso arrivò con venti anni di studj ostinati; e furono esse che condussero Newton a riconoscere la legge universale della gravitazione[312].
Ma solo coll'ingegno e con istudio grande egli potè determinar le leggi della gravità, e calcolare gli effetti della forza, malgrado l'incrociarsi de' fenomeni e l'ingombro dei pregiudizj, creando la dinamica. Fin a lui non eransi considerate le forze che come agenti su corpi in istato d'equilibrio: e sebbene l'acceleramento de' gravi, e il moto curvilineo de' projettili non potesse attribuirsi che all'azione costante della gravità, nessuno prima di Galileo avea formulato il principio delle velocità virtuali, fondamento della meccanica e della scienza dell'equilibrio. I discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, stampati a Leida il 1638, poco furono stimati allora, mentre Lagrangia li riconosce pel titolo più solido della sua gloria[313].