Eppure Galileo fu ammirato subito come astronomo, e sol tardi come meccanico. Per riconoscer il primo merito bastava l'occhio; per l'altro occorre penetrar seco in ricerche elevate; per quello l'entusiasmo popolare lo acclamava; per questo era contrariato dai sapienti, sconosciuto, fischiato. E non solo dai concittadini, caso troppo ordinario; ma il gran Cartesio, che viaggiava onde ne' colloquj co' dotti raggiungere la verità, venne a Firenze quando Galileo era nel maggior rinomo, e non cercò tampoco vederlo: in una lettera al padre Mersenne mostra conoscerne le opere, ma non avervi trovato cosa degna di serio esame.

Tanto vale il giudizio dei contemporanei! e una prova ce ne darebbe in Galileo stesso, che, mentre dice che alle magagne del sistema di Tolomeo rimedia il copernicano, non accenna che il vero medico n'era Keplero collo sbandir tutti quegli eccentrici ed epicicli; nè di lui fa cenno che una volta sola nei dialoghi, per combattere come assurda e inetta e degna di star fra le cause occulte l'ipotesi d'attribuire la marea alla combinata azione della luna e del sole, mentre Galileo l'assegnava al doppio movimento della terra[314]. Quest'ingiustizia non iscusa in parte le usategli da suoi connazionali?

Se i più con Tolomeo tenevano che piana fosse, e immobile stesse la terra, e attorno ad essa rotassero i pianeti, pure non erano mai mancati fautori al sistema, già dato dall'antichissimo Pitagora, che fa la terra rotonda e girante attorno al sole, centro immobile. Più volte noi in libri di tutt'altro intento cercammo inaspettatissime rivelazioni scientifiche. A tacer di Dante, che riconosce gli antipodi e l'attrazione centrale, il beato Giordano da Rivalta, predicatore del secolo XIV di cui parlammo, dice: «Chi fosse sotto alla terra, all'altra faccia del mondo di sotto, si terrebbe i piedi suoi incontro a' piedi nostri, e le piante de' piedi suoi si pareggerebbero colle nostre. Tu diresti: or dunque come può stare colaggiù? Dicoti: perchè a quel che fosse colaggiù parrebbe esser di sopra, ed esser ritto come te. E così se fosse levato in alto, cioè inverso giù, ricadrebbe inverso la terra, come qui uno che cadesse d'una torre. Imperciocchè d'ogni parte gli parrebbe che il cielo fosse altissimo sopra capo: e di verità così è, nè più nè meno». Fin dal 13 dicembre 1304 questo frate ignorante ne sapeva dunque quanto Newton sugli antipodi e sulla forza centripeta.

Virgilio vescovo di Salisburgo aveva insegnato la stessa dottrina; la ciancia è che papa Zaccaria lo minacciasse di scomunica se ostinavasi a sostenere quod alius mundus et alii homines sub terra sint[315]: il fatto è che Gregorio IX lo pose fra i santi.

Il moto della terra fu preconizzato da Nicolò da Cusa[316], che pur fu fatto cardinale, e sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. E Nicolò Copernico prussiano, allievo dell'Università bolognese e maestro nella romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri attorno al sole. Da prelati insigni eccitato, pubblicò le Rivoluzioni degli orbi celesti, e dedicandole a Paolo III, tratta d'assurda la immobilità della terra, e «se mai ciancieri, ignoranti di matematiche, pretendessero condannare il mio libro per rispetto a qualche passo della Scrittura, stiracchiato al loro proposito, ne sprezzerò i varj attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in oggetti matematici si scrive per matematici». Dai pregiudizj dunque dei dotti e dalle calunnie de' malevoli Copernico chiede protezione a chi? al capo della Chiesa. I distillatori d'intenzioni affermano non fu perseguitato sol perchè morì appena uscita l'opera! ebbene: l'anno stesso Celio Calcaguini aveva in cattedra professato quod cœlum stet, terra autem moveatur.

Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d'illustri personaggi espose il sistema pitagorico, e n'ebbe in dono dal papa l'opera greca di Alessandro Afrodiseo Del senso e del sensibile, bel codice che ora conservasi in Monaco, e sul quale egli medesimo fece annotazione di questo accidente[317].

Il padre Antonio Foscarini carmelitano, da Napoli partendosi per predicare a Roma, scrisse una lunga e non inelegante lettera al generale del suo Ordine, cercando conciliare la teorica de' Pitagorici e di Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi[318]: e che saviamente dice non doversi prender sempre letteralmente. Oltre questi, enumera le opinioni di coloro che mettono il cielo in alto, la terra al basso, l'inferno nel centro, o che credono, dopo il giudizio finale, il sole rimarrà stabile all'oriente, la luna all'occidente. Chi sorride a tali difficoltà, s'immaginerà quali sieno le risposte che seriamente egli vi oppone; e sebbene il Montucla, dotto e imparziale storico delle matematiche, la giudichi opera giudiziosa, a me non pare che egli accampi una sola ragion concludente: il suo achille è l'analogia fra il sistema planetario e il candelabro mosaico di sette rami; fra i pianeti e il frutto vietato del paradiso terrestre, e perfino l'abito sacerdotale di Aronne, e il fico d'India, e il melogranato; ad ogni simbolo, ad ogni frutto allegando tutti i passi della Bibbia ove son mentovati, o che possono, per quanto faticosamente, trascinarsi a provare il sistema mondiale.

Qui non ci sarebbe che da compatire: ma adoprando il metodo stesso, molti riuscivano ad infirmare l'autorità biblica, e meritavano la disapprovazione della Chiesa per ciò, non perchè ella professasse nimicizia originale contro una dottrina che non l'offendeva. Dicasi piuttosto che questa era contrariata dal testimonio dei sensi nel vulgo, e peggio ancora dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva disimparare l'imparato, rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotele, e confessare i meriti d'un contemporaneo.

E appunto per intendere l'elevatezza di Galileo, giova considerar la bassezza de' suoi contradditori; e la distanza ne spiega l'invidia e la persecuzione. I platonici credeano il cielo governato da forze speciali, che nulla avessero di comune colla terra. I peripatetici eransi fabbricata un'astronomia a priori, e tutto sottometteano all'argomentazione. Il Chiarimonti di Cesena, in un'opera del 1632, sillogizzava siffattamente: «Gli animali che si muovono hanno membri e flessure; la terra non ne ha, dunque non si muove... I pianeti, il sole, le fisse, tutti sono d'un genere solo, che è quello di stelle; dunque o tutti si muovono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il mettere fra i corpi celesti puri e divini la terra, che è una fogna di materie impurissime». Altri filosofi in libris, come Galileo li chiama, credeano l'ipotesi del moto della terra irreverente alla sapienza antica. Un buon credente argomentava: «Nel cielo empireo non siede Iddio colle anime beate? Se è simile alle altre sfere, ecco distrutta quella credenza». Quando Keplero, con ardite eppur ragionate ipotesi suppose che fra marte e giove esistesse un nuovo pianeta, verità provata solo dopo cencinquant'anni, il Sizzi astronomo di Firenze lo ripudiava perchè, come non v'ha che sette fori nella testa, che sette metalli, che sette giorni nella settimana, che sette rami al candelabro ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto, così non può esservi che sette pianeti. Cristoforo Clavio gesuita, proclamato l'Euclide de' suoi tempi e consultato dal Galilei sopra i suoi studj di geometria nel 1588, quando udì scoperti satelliti a giove, sorrise dicendo: «Sì! prima d'uno stromento per vederli bisognerà uno stromento onde fabbricarli». Un genetliaco soggiungeva: «Come credere a' tuoi pianeti medicei se non puoi mostrarmene l'influenza?».

Rappresentavansi mascherate per celiare le lune di giove; la corte di Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare borbonici, come medicei aveva intitolati quelli; e allorchè egli, lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse d'erroneo il teorema d'Aristotele che proporzionava la celerità al peso, destò tale un vespajo, che dovette da quell'Università migrare a quella di Padova, sotto un governo che alle opinioni filosofiche usava la tolleranza che negava alle politiche.