Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in quell'istante? l'uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così sagace e indipendente, faceva questa objezione, che, ridicola oggi, pure molti allora cattivò: «Stiasi uno nel mezzo d'una camera fermo, e miri il sole da una finestra prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da' colui occhi». Il Vieta, perfezionatore dell'algebra, intelletto eminentemente filosofico, nell'Harmonicum cœleste che giace autografo nella Magliabechiana, sostiene che il sistema di Copernico deriva da una geometria fallace. Montaigne diceva «che non ci dee calere qual sia il sistema più vero dei due, e chi sa che una terza opinione da qui a mill'anni non rovesci le due precedenti?». Cartesio lo negò in alcun luogo. Gassendi non ardì proclamarlo, perchè il vide tanto contraddetto: Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale. Claudio Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei Circoli pisani, reputato fra i più arguti pensatori in filosofia, lo confutò nelle Dubitazioni per la immobilità della terra. Pascal, negli stupendi suoi Pensieri, poneva: «Trovo bene che non s'approfondisca l'opinione di Copernico»[319].

Non solo ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità, enunciata inesattamente, nè corredata di tante prove quante oggi[320]. Gli è vero che la scoperta dei satelliti di giove e di saturno, l'assicurata rotazione di marte e giove, le fasi di venere e mercurio traevano ad indurre che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni medesimi che a noi, ma troppi dubbj restavano quando non s'erano ancora poste in chiaro l'aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle acque sotto l'equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine. Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, che rendeasi incalcolabile perchè mancava d'ogni parallassi annuale. Copernico credea necessariamente circolare l'orbita degli astri, onde, se spiegava l'alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l'anno conserva l'asse della terra, era costretto attribuire siffatta conservazione ad un terzo movimento.

Galileo stesso dapprima credette, coi più, immobile la terra. Anche dopo convinto del sistema vero, non osava professarlo alla scoperta per tema delle beffe, colle quali, allora come adesso, si perseguita chi ha ragione troppo presto. Aggiungasi ch'egli stesso supponeva la terra girasse attraverso all'aria, la quale «non pare sia nella necessità d'obbedir al suo movimento[321]». Del resto perchè una verità si collochi stabilmente nella scienza non basta presentarla come un'ipotesi che più o meno spiega i fatti, ma studiarla in se stessa, discuterla, verificarne tutte le conseguenze.

Oggi riconosciamo che niuno superò Galileo nel talento d'osservazione e nella sagacia a penetrar gli arcani della natura e scoprirne le leggi per arrivare alle primordiali dell'universo; e lo proclamiamo padre di quella che chiamiamo filosofia naturale. Ma per far valere queste verità di mezzo ai pregiudizj, egli ricorse alla polemica, la quale non sempre sceglie le armi più perfette; dell'ironia e dello scherzo si servì talvolta per cattivar gli spiriti, sino a sagrificare il genio all'abilità. Erasi dunque fatto una quantità di nemici, parte per la istintiva malevolenza del mondo contro gl'ingegni superiori, parte per aver flagellato gli Aristotelici inesorabilmente, repulsati gli attacchi con sarcasmi spietati, assalito egli stesso senza rispetto all'ingegno e alle sventure. In ciò appariva uomo, e chi osò cercare macchie nella sua vita com'egli nel sole, trovò che profondo nella filosofia naturale, non fa altrettanto nella religiosa e morale[322]; dapprincipio diede in sogni astrologici, mostrò noncuranza e disprezzo per qualunque scoperta non venisse da lui; debolezze di carattere attestare il suo contegno prima e durante il processo, e difetto di prudenza avanti, di fermezza poi.

Ma il clero in quale opinione ebbe Galileo? Uno di quei paradossi che solleticano la curiosità irriflessiva dell'età nostra e che vedemmo adoprati sul conto di Dante, di Michelangelo, di altri, fu pure applicato al Galilei, spacciandolo per un libero pensatore, che tutta la sua vita intese a scassinare la Chiesa cattolica, pur fingendo esserle devoto «da ser Simplicio sempre, e con finissima ironia»[323]. Il grand'uomo sarebbe dunque stato un abjetto ipocrita, e troppo misericordiosa l'Inquisizione. Per provarlo, l'autore sofista adduce che Galileo in Venezia praticò molto frà Paolo Sarpi; cita suoi detti e scritti, fra cui un capitolo ove loda l'andar nudo e i primi popoli che «non portavano le mutande. Ma quanto era in altrui di buono e bello Stava scoperto da tutte le bande».

Il Galileo ebbe la disgrazia d'avere una famiglia non legittima; ma due figlie naturali collocò in un convento a Firenze, come Dante le sue aveva poste a Ravenna e a Verona, e poichè diffettavano dell'età, espugnò con grand'istanza la dispensa da Roma, il che l'autore che confutiamo dice aver egli fatto per portare anche là entro l'apostolato anticattolico, o succhiellarne informazioni.

Accettando questi fatti, ed escludendo le interpretazioni, che saranno smentite da tutta la nostra esposizione, appare che non poteva il Galileo essere in odore di santità presso il clero: pure ci è noto che il padre Foscarini, il padre Castelli, monsignor Ciampoli, il cardinale Conti e molti Gesuiti onorarono lui e le sue scoperte: a Roma fu sempre accolto con benevolenza e onorato da' Lincei; quando inventò il cannocchiale, i cardinali, smaniosi di vederlo, pregavanlo a recarvelo; il papa, al quale s'inginocchiò secondo l'uso, lo fe tosto alzare, prima che dicesse pur una parola: e il cardinale del Monte scriveva al granduca: «Il Galileo ne' giorni ch'è stato in Roma ha dato di sè molte soddisfazioni, e credo che anch'esso n'abbia ricevute, poichè ha avuto occasione di mostrar sì bene le sue invenzioni, che sono state stimate da tutti i valentuomini e periti di questa città non solo verissime e realissime, ma ancora meravigliosissime. E se noi fossimo in quella epoca romana antica credo che gli sarebbe stato eretta una statua in Campidoglio per onorare l'eccellenza del suo valore».

In quell'occasione Galileo vi conobbe san Giuseppe Calasanzio, il quale diceva che il mondo diverrebbe un paradiso se tutti imparassero a leggere, scrivere e il catechismo. Ma quella ciurma che pare destinata dalla Provvidenza a far espiare il genio, cominciò a metter ombra ai timorati contro il sistema fin allora non sospetto; insulsi predicatori lo tacciarono d'una curiosità profanatrice[324].

Roma che, in tempi di contenziose innovazioni, non può rimanersi indecisa nella proclamazione del vero, doveva adombrarsi d'un filosofo, che le operazioni dell'intelletto sottometteva affatto alle leggi naturali, poichè ciò traeva in pericolo anche le verità metafisiche e morali. Il proclamare che bisogna attenersi unicamente all'esperienza, cioè ai sensi, se recava a dubitar del sopranaturale, autorizzava a chiedere come mai l'esperienza possa dimostrare che la materia è eterna, che essa genera il pensiero, che non Dio, non l'anima esistono. Finchè il moto della terra rimaneva ipotesi, non era essa in necessità di combinarlo coi passi scritturali, bensì quando fosse dato per certo. Ma se cominciasse ad acconciar i testi a tale significazione, troverebbesi condotta alla necessità di modificare l'intelligenza della Scrittura secondo modificavansi i sistemi fisici; nell'Università medesima si sarebbero dati al medesimo testo due sensi differenti, perchè vi si dibatteano due sistemi; e massime che le prove non erano perentorie. Saviamente il cardinale Baronio diceva: «La Scrittura insegna come si salga al cielo, non come il cielo sia fatto»: ma troppo spesso gli interpreti ebbero la smania di ravvisare nella Bibbia più di quel che vi appare, al modo che Macrobio, Servio, Gellio, Donato usavano coi classici; ed era comune dottrina che vi si trovasse un senso letterale, uno allegorico, uno morale, uno anagogico. Di ciò aveano fatto uso e abuso gli scolastici per le loro temerarie curiosità, ed ecco or minacciato il rinnovarsi di quegli eccessi.

Era un tempo di transizione fra le credenze del medioevo, e la scienza dell'evo moderno; tempo perciò d'incertezza e di lotta. Al medioevo, che noi ci sforzammo di mostrare tutt'altro da quel che i pedanti lo denigrano, come un gran vuoto fra l'antichità e i tempi moderni, non mancarono mai cultori della scienza. Alcuni s'accontentavano dell'antica, traducendo, commentando, attenendosi all'ipse dixit. Altri, pur appoggiandosi ai classici, pretendeano all'indipendenza e al progresso, preparando materiali per un edifizio che, simile alle cattedrali d'allora, sarebbe compito sol col volgere de' secoli. Altri invece, rinnegando di proposito i vecchi, novità scientifiche ed arcani naturali chiedeano ad arti strane, all'ispirazione, alle scienze occulte, creando sistemi assurdi, teorie impossibili.