Gl'Inquisitori soleano rimettere l'esame del fatto a qualificatori, specie di giurati che pronunziavano su materie a loro conosciute. La risposta che il famoso Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinal Bellarmino, attesta che non ripudiavano le osservazioni di Galileo; solo trovavano arroganza il suo darle, non soltanto per opinione ipotetica, ma per verità assoluta.
Il confondere le ragioni della filosofia cogl'interessi della teologia produsse che Cartesio fosse reputato avverso alla messa, attesa la sua ingegnosa distinzione fra lo spirito e la materia; che fossero riprovati Leibniz per le sue monadi e l'armonia prestabilita, Gassendi per gli atomi, Pascal pel peso dell'aria. Nei giorni stessi di cui parliamo i teologi protestanti di Tubinga anatemizzarono Keplero perchè la Bibbia insegna che il sole gira attorno alla terra: ed egli sbigottito volea distrugger l'opera sua, quando gli fu offerto un asilo in Graz, e i Gesuiti lo protessero anche contro le accuse di sortilegio avventategli dai suoi[326]. Avvenne altrettanto a Sternkammer in Inghilterra. L'accademia di Siviglia non riprovò Colombo che supponeva la terra popolata in giro? L'accademia di Francia non isgradì ai giorni stessi la proposta di navigar a vapore? Oggi stesso non vediamo i giornali, inquisizione moderna, tediare e peggio per titoli teologici? È l'eterna implacabilità de' saccenti.
Galileo non potea sfuggirla, e gl'inquisitori, sopra informazioni di persone credute competenti, condannavano opinioni ch'erano già state proclamate all'ombra della tiara, e proferirono «falsa e contraria alle divine Scritture la mobilità della terra».
Esso Galileo il 6 febbrajo 1616 da Roma scriveva a Curzio Pichena, segretario del granduca, trovarsi ben contento d'esser andato per dissipare le trame tesegli; già essersi rimosso ogni dubbio sulla sua persona. «Ma perchè alla causa mia viene annesso un capo che concerne, non più alla persona mia che all'università di tutti quelli che, da ottant'anni in qua o con opere stampate o con scritture private o con ragionamenti pubblici e predicazioni o anche in discorsi particolari avessero aderito e aderissero a certa dottrina e opinione non ignota a V. S. I., sopra la determinazione della quale ora si va discorrendo per poterne deliberare quello che sarà giusto e ottimo, io, come quegli che posso per avventura esserci di qualche ajuto per quella parte che dipende dalla cognizione della verità che ci vien somministrata dalle scienze professate da me, non posso nè debbo trascurare quell'ajuto, che dalla mia coscienza come cristiano zelante e cattolico mi vien somministrato. Il qual negozio mi tiene occupato assai, e non senza profitto... Jeri fu a trovarmi in casa quella stessa persona che, prima costà dai pulpiti, e poi qua in altri luoghi aveva parlato e macchinato tanto gravemente contro di me: stette meco più di quattr'ore, e nella prima mezz'ora che fummo a solo a solo cercò con ogni sommessione di scusar l'azion fatta costà, offrendosi pronto a darmi ogni soddisfazione. Poi tentò di farmi credere non essere stato lui il motore dell'altro motore qui. Intanto sopraggiunsero monsignor Bonsi nipote dell'ecc. e rr. cardinale, il canonico Venturi e tre altri gentiluomini di lettere: onde il ragionamento si voltò a discorrere sopra la controversia stessa, e sopra i fondamenti sopra i quali si era messo a voler dannare una proposizione ammessa da santa Chiesa da tanto tempo. Dove si mostrò molto lontano dall'intendere quanto sarebbe bisognato in queste materie, e dette poca soddisfazione ai circostanti. I quali dopo tre ore di sessione partirono, ed egli restato tornò pure al primo ragionamento, cercando dissuadermi quello che io so di certo».
E il 6 marzo: «Si sta per pigliar risoluzione sopra il libro e opinioni del Copernico intorno al moto della terra e quiete del sole, sopra la quale fu mossa difficoltà l'anno passato in Santa Maria Novella e poi dal medesimo frate qui in Roma, nominandola egli contro alla fede ed eretica. Ma per quello che l'esito ha dimostrato, il suo parere non ha ritrovato corrispondenza in santa Chiesa, la quale altro non ha ricevuto se non che tale opinione non concordi con le sante scritture; onde solo restano proibiti quei libri, i quali ex professo hanno voluto sostenere che ella non discordi dalla Scrittura; e di tali libri non c'è altro che una lettera di un padre Carmelitano stampata l'anno passato, la quale solo resta proibita. Didaco a Stunica agostiniano avendo, tre anni sono, stampato sopra Job, e tenuto che tale opinione non repugni alle Scritture, resta sospeso donec corrigatur, e la correzione è di levarne una carta nell'esposizione sopra le parole Qui commovet terram de loco suo. All'opera del Copernico stesso si leveranno dieci versi della prefazione a Paolo III, dove accenna non gli parere che tal dottrina repugni alle Scritture; e per quanto intendo, si potrebbe levare una parola in qua e in là, dove egli chiama due o tre volte la terra sidus... Io non ci ho interesse alcuno, nè punto mi ci sarei occupato se i miei non mi ci avessero intromesso».
E al 12 marzo: «... Jeri fui a baciare il piede a sua santità, colla quale passeggiando ragionai per tre quarti d'ora con benignissima udienza... Le raccontai la cagione della mia venuta qua, dicendole come, nel licenziarmi dalle loro altezze ss., rinunziai ad ogni favore che da quelle mi fosse potuto venire, mentre si trattava di religione e d'integrità di vita e di costumi. Feci constare a sua santità la malignità de' miei persecutori e alcune delle lor false calunnie: e qui mi consolò col dirmi che io vivessi con l'animo riposato, perchè restavo in tal concetto appresso la sua santità e tutta la Congregazione, che non si darebbe leggermente orecchio ai calunniatori».
Ma l'ambasciadore Pietro Guicciardini al 4 marzo avea scritto al granduca: «Il Galileo ha fatto più capitale della sua opinione che di quella de' suoi amici, ed il signor cardinale del Monte ed io e più cardinali del Sant'Offizio l'avevamo persuaso a quietarsi, e non stuzzicare questo negozio: ma se voleva tener questa opinione, tenerla quietamente senza far tanto sforzo di disporre e tirar gli altri a tener l'istessa, dubitando ciascuno che non fosse venuto altrimenti a purgarsi e a trionfar de' suoi emuli, ma a ricevere uno sfregio... Dopo avere informati e stracchi molti cardinali, si gettò al favore del cardinale Orsini... il quale in concistoro, non so come consideratamente e prudentemente, parlò al papa in raccomandazione di detto Galileo. Il papa gli disse che era bene ch'egli lo persuadesse a lasciare quell'opinione. Orsini replicò qualche cosa incalzando il papa, il quale mozzò il ragionamento, e gli disse che avrebbe rimesso il negozio ai cardinali del Sant'Offizio. E partito Orsini, il santo padre fece chiamar il Bellarmino e discorse sopra questo fatto; fermarono che questa opinione del Galileo fosse erronea ed eretica. E jer l'altro, sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale; ed il Copernico ed altri autori o saranno emendati o ricorretti o proibiti. E credo che la persona del Galileo non possa patire, perchè come prudente vorrà e sentirà quello che vuole e sente santa Chiesa. Ma egli s'infuoca nelle sue opinioni, e ha estrema passione dentro, e poca fortezza e prudenza a saperla vincere... Il Galileo ci ha de' frati e degli altri che gli vogliono male e lo perseguitano; ed è in uno stato non punto a proposito per questo paese, e potrebbe mettere in intrighi grandi sè ed altri, e non veggo a che proposito nè per che cagione egli ci sia venuto, nè quello possa guadagnare standoci».
A Galileo dunque non fu inflitto verun castigo nè penitenza dalla Congregazione dell'Indice, ma solo intimato di non parlare più del sistema di Copernico, e Paolo V l'assicurò che, vivo lui, non sarebbe più molestato. Non si proscrivea la dottrina, bensì il sostenerla pubblicamente come privata interpretazione della Bibbia, e Galileo riconobbe il decreto per prudentissimo e salutifero ad ovviare i pericolosi scandali dell'età; temerarj quelli che lo biasimavano; in Italia, e più a Roma sapersene meglio che dalla diligenza oltremontana. Il cardinal del Monte informava il granduca: «Egli si parte di qua con intera la sua reputazione e con laude di tutti quelli che hanno trattato seco: e si è toccato con mano quanto a torto sia stato calunniato da nemici i quali (come afferma egli medesimo) non hanno avuto altra mira che di pregiudicargli nella grazia di vostra altezza serenissima. Io che molte volte ho parlato con lui, e ho anche sentito quelli che son consapevoli di quanto è passato; assicuro vostra altezza serenissima che nella sua persona non è ad imputare il minimo neo, ed egli medesimo potrà dar conto di sè, e reprimere le calunnie de' suoi persecutori, avendo in scritto tutto quello che gli è occorso di produrre». Il granduca Cosimo II volle viaggiasse in letiga di corte, ed entrasse in Firenze con corteo di servi di corte: premure per un processato, o riparazioni, che non hanno certo i ministri odierni.
E rimanga fisso che Galileo pretendeva alla fama di buon cattolico. Al balì Cioli scrivea: «Nessuno può revocare in dubbio la mia esemplare pietà, la mia cieca obbedienza ai comandamenti della Chiesa». Quando comparve al Sant'Uffizio, si mise in ginocchioni davanti ai cardinali supplicandoli nol dichiarassero eretico, di che gli verrebbe dolor sì acerbo, da preferire la morte; dal cardinal Bellarmino domandò un'attestazione qualmente non ebbe a far nessuna abjura delle sue dottrine ed opinioni, nè fu sottoposto a qualsiasi penitenza[327]: onde chi conosce il cuore umano e l'amor proprio dei letterati, forse dirà ch'egli si ostinasse a voler vittoria sopra gli oppositori, appunto perchè in questa parte sentivasi men sicuro che non sul campo delle matematiche, o forse perchè la contraddizione loro impediva il trionfo delle sue verità.
Moriva fra ciò Gregorio XV e nel conclave del 1623, avendo la Spagna dato esplicitamente l'esclusione al cardinal Federico Borromeo, che nell'arcivescovado suo di Milano avea zelato le prerogative ecclesiastiche, risultò eletto Matteo Barberini fiorentino, che si chiamò Urbano VIII. Uom di mondo, arricchitosi ne' traffici; per disposizione naturale e per istudio del diritto e per usata con persone esperte, acquistò pratica delle cose diplomatiche, e più vi s'addentrò stando nunzio in Francia, dove già fin d'allora trattavansi gli affari di tutta Europa. Assunto papa in età fresca, con salute atletica; grande, bruno, venerabile d'aspetto, elegante nel vestire, di modi e moti aristocratici, parlava bene e su tutte le materie; acuto ad assalire, pronto a difendersi, scherzi e lepidezze amava più che la sua dignità nol comportasse, e più che nol lasciasse aspettare la irreprovevole sua condotta; prendeva in beffa e anche in ira chi gli contraddicesse, ma facilmente deponeva lo sdegno. Dilettavasi de' poeti moderni, poeta egli stesso, senza che ciò lo stogliesse dagli studj severi. Chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo Eikellense, di Levante Leone Allacci, oltre il fior degli Italiani; agli ecclesiastici interdisse i traffici scolareschi; pubblicò migliorato il Breviario romano, correggendone egli medesimo gl'inni. Diffidava di quei che lo circondavano e massime de' diplomatici e de' cardinali addetti a questo o a quel principe, e non parole ma ne volea espresse dichiarazioni. Sebbene parlasse con tal aria ingenua, che ispirava fiducia a coloro che ancor credessero possibile in un principe la sincerità, in fatto dissimulava i proprj divisamenti. Sentendo alto di sè, non volea concistoro, non consulta, ma veder tutto da sè, e diceva: «Io intendo gli affari meglio di tutti i cardinali». Franco nel disapprovare i suoi predecessori; gli si faceva un objezione tratta da antiche costituzioni papali? rispondeva: «La decisione d'un papa vivo val meglio che quella di cento papi morti»; voleasi fargli adottare un'idea? bisognava esibirgli la contraria. Amò la pace, anche perchè esausto l'erario; e pure, non che difender il suo Stato, lo rese minaccioso; vi unì il ducato d'Urbino, e se mostravangli i monumenti di marmo de' suoi predecessori, diceva: «Io ne erigerò di ferro»; pose Forte Urbano alle frontiere di Bologna, fortificò Roma; istituì a Tivoli manifatture di armi; arsenali e soldati a Civitavecchia, dichiarata portofranco, in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede fatte sui Cristiani. Cercò frenare Casa d'Austria e Casa di Savoja per conservare la libertà d'Italia, che allora riponeasi nell'equilibrio fra le potenze prevalenti; si offrì mediatore fra Spagna e Francia, e davvero per tutta Europa era invocato arbitro, ma non che decorosamente sostenere sì sublime parte, cogli ambasciatori chiacchierava, dissertava anzichè stringere, e piegavasi dal sì al no per capriccio, non per ponderazione. Ma se condiscendeva nelle materie temporali, stava irremovibile dove si trattasse delle spirituali. Da San Benedetto di Polirone nel Mantovano fe trasferire le ceneri della contessa Matilde in Vaticano, ponendole un mausoleo dov'è effigiato Arrigo V ai piedi di Gregorio VII, allusione significativa dell'onnipotenza papale.