—Che vuoi che ne facessi? lo allattai del mio petto, diventò grandicello, e buono come il pane, ma vivo come un pesce e ardito come un capriuolo, e stette al nostro mestiere, fin quando un signore, che aveva il nome di quelli che comandano a Milano, il menò con sè, ed ora è il signor Alpinolo.

—Ma chi fosse costei non ve lo disse? nol poteste sapere?» domandava
Ramengo con ombrosa curiosità.

—Mah» rispondeva la Nena.—Cosa non avrei dato per saperlo! Una donna così gentile, un puttino così innocente, qual crepacuore pei loro parenti d'averli perduti! E se io avessi potuto presentarmi ad essi, e dire: Io so quel che n'è successo; la gioja loro mi sarebbe stata cara un mezzo mondo.

—E conti poco il gusto di saperne la storia?» parlava Maso.—Perchè, Dio buono! la doveva venire da lontano: che barche di quella generazione sul Po, lo conosco tutto quanto è lungo, non ce ne vanno».

E la moglie ripigliava:—La storia sarà che suo marito un giorno l'avrà menata a spasso: lui cascò nell'acqua; i fiumi erano grossissimi, e la poveretta fu menata giù.

—Ah! sarà» rispondeva Maso dimenando il capo:—ma ti ricorda come esclamava,—Perchè lo ferisci? quel coltello piantalo nel mio cuore!—Io sarei piuttosto di credere che un qualche suo nemico l'abbia ridotta così.

—E perchè avevano a lasciarla viva?» saltava dentro Omobono.

—Come sei materiale! per farla penare di più. Dei cattivi ce n'è di molti, credilo a me che so del mondo; ed essi conoscono bene che il morire è poco: ma il bevere la morte a sorsi a sorsi, come ha fatto questa creatura…

—Oh, babbo mio, chi gli fosse bastato il cuore di far ciò, aveva ad essere non un uomo, ma un demonio in carne e ossa».

Quali dovessero sonare a Ramengo tali discorsi, lo immagini il lettore.