—Ed ai nostri giorni (replicava il Lambertengo) se n'è visto dei soldati, con nient'altro che la propria spada, fare slanci, e toccare i primi gradi. Costui lo vedo già a un gran posto.

—Di chi dicono? (s'inframmetteva Acquevino) Di quel garzonotto con quegli occhi senza secondi? E come se lo conosco! Caspita! gli è di buon gusto e vien a bere qui tal volta un par di gotti, e non mesce a miseria; e dice che vini come i toscani, è inutile, non se ne trovano al mondo nè in maremma. L'altro dì era con alcuni; e dagliene un sorso, dagliene un secondo, erano brilli; e venuti a parole, uno gli disse:—Taci là, tu che non hai nemmeno padre.—Non avea finito, che Alpinolo, senza dire, guarda che ti do, stampandogli le cinque… volli dire le quattro dita della sua mano sulla guancia, gli buttò tre denti in gola».

Che suono facessero ad un padre, ad un tal padre, siffatte parole, immaginatelo. Sapeva d'esser vicino al figlio, e quel figlio lo sentiva lodato: lodato per quell'unica virtù ch'egli valutava: l'unica che, in tempi di quella sorta, potesse aprirgli facile varco alla glòria e alla potenza. Che lusinghe per la vanità di Ramengo! come struggevasi di vederlo, di abbracciarlo! Come si componeva in bocca le parole per calmare la prima furia! Dimenticava perfino di avere scoperto il nascondiglio del Pusterla, dimenticava Luchino ed i premj sperati e le giurate vendette. Quindi, col cuore palpitante, al modo che gli aveva palpitato nelle notti che stette appostando il drudo della Rosalia, calossi verso Pisa in mezzo a quei buoni Lombardi, i quali, intrecciati braccia con braccia, intonavano le canzoni della patria loro,—canzoni che per l'esule finiscono sempre in un sospiro!

CAPITOLO XV.

PADRE E FIGLIO.

Entrando nella città, ritrovarono tesi da parete a parete drappelloni bianchi e vermigli, e filze di verzura secondo la stagione, che ivi chiamano le fiorite; dai balconi e sui muri sfoggiavansi ricchi tappeti e arazzi portati di Levante, e stoffe di seta, che alle Corti dei re parevano ancora un lusso esorbitante, e qui abbondavano in mano di quegli attivi negoziatori. In alcun luogo zampillavano fontane di vino, tra un'ingorda ciurmaglia intenta a riceverlo nelle aperte bocche, od attingerne col cavo della mano; in altri apparivano credenze e buffetti carichi d'ogni rarità venute dal Mar Nero, dal Golfo Arabico, dal Baltico, e serbate in memoria delle ardite e felici navigazioni. Brigate di giovani pisani, con a capo i loro più valenti e denarosi signori, tutti divisati ad un modo, con vesti di colori appariscenti, e briose cavalcature, movevano incontro ai vegnenti e salutavano i nostri Lombardi, i quali rispondevano:—Addio, Benedetto Lanfranchi!—Bel puledro, Nieri!—Passerino si discerne sempre alle più ricche divise!—Viva Banduccio Buonconti!—e stavano ad osservarli, mentre, dietro a gonfaloni con varie imprese e con motti bizzarri e ingegnosi, a suon di nacchere, di tamburi, di zuffoletti, si tiravano appresso la turba. Meno pompose venivano poi, dirigendosi al tempio od al ponte, le arti e le maestranze, guidate dai loro abati, tutti vestiti a una taglia, e tutti con un tal abbandono d'allegria, che Ramengo non potè di meno di riflettere quanto a Luchino avrebbe dato gusto l'avere un popolo così festivo, e quindi così facile a governare e raggirare.

Udiva intanto un gridio, un trescamento di merciajuoli, che, colla bottega ad armacollo, gridavano, a' bei vezzi, a' bei nastri, agli abitini, alle crocette; di montanari che, al suono di ribecchini e tamburelli, facevano ballare i cagnuoli e le marmotte; di Lucchesi che esibivano santini di gesso, santa Zita, loro patrona, e santa Verdiana da Firenze, che dava a pascere ai serpenti. Altrove si faceva cerchio attorno al cerretano dai rimedj e dai segreti, od al cantastorie il quale mostrava sur un cartellone, il disastroso allagamento di Firenze dell'anno 33,—quando, (diceva esso) quest'Arno che vedete tanto quieto, straripò sulla città, portando via bestiame, case, palagi e migliaja di persone, che pareva il finimondo. Perchè non s'è portata via del tutto quella città, che Pisa ne sarebbe più grande e più gloriosa?»

Così il cantafavole; e il popolaccio, con villano patriottismo, ne secondava l'imprecazione, gridando:—Mora Firenze! e viva Pisa!» nè volevasi ricordare che il ciurmadore istesso, poco prima o poco dopo, avrebbe in Firenze augurato col rabbioso Ghibellino che la Capraja e la Gorgona chiudessero la foce dell'Arno, sicchè in Pisa annegasse ogni persona.

La genìa dei cerretani, e col nome proprio e con altri più onorevoli, non s'è ancora estirpata, come ognun vede; bensì è finita un'altra, che avea gran corso allora. Persone non d'ingegno, ma di memoria e di fronte vetriata, ricorrevano a quei che sapessero far versi; e parte a prezzo, parte per misericordia, parte per importunità, ne impetravano alcune composizioni, italiane o provenzali, che poi, con grande enfasi e gesti smaniosi, recitavano su per le fiere e nelle sale. Il Petrarca [23] ci ha lasciato memoria di molti fra costoro, che gli vennero innanzi poveri in canna, od ottenuti da lui alcuni sonetti, li rivide, pochi anni dopo, ben in arnese, ben in carne e ben al soldo, mercè le largizioni degli ammiratori.

Il poeta era dunque miglior mestiere che non oggidì, quando di simil arte più non avanzò se non qualche improvvisatore, da assettar piuttosto nella riga di quelli descritti innanzi.