—Chi? l'arciprete di Monza? Se ve l'ho accompagnato io stesso.
—E come vi sta?
—Sta benissimo: grasso, trionfale, ha salute da campar cent'anni.
—Lo so: ma dico se il papa lo favorisce; se saprà le disgrazie della sua famiglia a Milano: se in Corte è il ben veduto.
—Mah! di queste cose io non me n'intendo».
V'era però una materia, in cui Pedrocco s'intendeva come Manzoni nel far versi, e che importava non poco anche ai Pusterla. I Lombardi, nel tempo che si reggevano a comune, erano deditissimi al traffico, e frequentavano Francia, Olanda, Fiandra, Inghilterra, fin l'estrema Russia, dove aprivano case di commercio, e dove ancora se ne conserva memoria nel nome d'alcune strade e quartieri. Lombardi anzi venivano colà per antonomasia chiamati i banchieri; perchè davano opera principalmente al cambio del denaro e agli imprestiti. Perduta coi governi a popolo l'energia della classe media, primo elemento delle speculazioni ardite, ormai quel traffico era passato nei Toscani: ma i più denarosi fra i Lombardi non s'erano ancora immaginato che il guadagnare col commercio sporcasse la nobiltà, nè quindi avevano ritirato dai negozianti i capitali, come fecero due secoli dopo, quando l'albagia pitocca degli Spagnuoli diede, con questi pregiudizj, l'ultimo tuffo alla vivacità commerciale del nostro paese, uccidendone la prosperità mentre gli rapivano l'essere, il fare, il pensare.
I Pusterla, ricchissimi non meno di terreni che di capitali, ne aveano investiti dei grossissimi sulle banche dei Lombardi, dei Lucchesi, dei Fiorentini a Parigi. Ora venivano a grand'uopo a Franciscolo per ristorarlo dei beni confiscatigli in patria, e apprestargli il modo di potere, sopra la terra straniera comparire, non solamente col decoro conveniente alla grandezza di sua famiglia, ma col lusso ancora che la sua vanità desiderava, e che trovavasi e si trova necessario per acquistare considerazione fra gli sconosciuti, e non avere bisogno di quella compassione, che tanto confina col disprezzo.
Da ciò avevano materia di ragionamenti i due viandanti, ove Pedrocco era nella sua beva, e potè dare buon indirizzo all'innominato suo compagno. E questo ne profittava grandemente, non solo per ciò, ma anche perchè la vita di quel trafficante, tutta attiva di corpo e placidissima di spirito, dava tregua alle agitazioni di lui, gli mostrava altre vie nella società, che dapprima egli non aveva nè tampoco immaginate: gli faceva qualche volta invidiare di trovarsi fuori delle politiche turbolenze, o almeno di mutare la traditrice compagnia dei grandi, in quella meno appariscente e più sincera delle persone occupate. Ma la forza dell'antica consuetudine rivaleva: e non appena si vide sul suolo di Francia, sicuro e con quanti denari bastavano per accattarsi amici, si congedò dalla compagnia di Pedrocco, senz'altro conservarne se non la ricordanza che si suole d'un buon galantuomo, incontrato su questa strada che tutti battiamo senza sapere dove ci conduca.
E prima Franciscolo trascorse i varj paesi della Francia, cercando un poco di svago, e cogliendo i fiori, che, sul cammino d'un ricco, naturali o artefatti, spuntano da ogni terra. Venne poi a Parigi, la città del fango (Lutetia), che tuttavia giustificava quel nome colla sozzura delle sue strade. Da ogni parte del mondo vi accorrevano studenti all'Università, metodo tanto opportuno d'educazione allorchè non v'era la stampa e scarseggiavano i libri, quant'è ora disutile e pernicioso. Era cancelliere di essa Università Roberto dei Bardi fiorentino, il quale, facendo gli onori all'illustre arrivato,—L'Italia (dicevagli) primeggia pel diritto, Parigi per la teologia e per le arti liberali. A ragione il nostro Petrarca chiamò questa città un paniere, ove si raccolgono le più belle e rare frutta d'ogni paese: poichè vi convengono quelli che siano in qual vogliate facoltà eccellenti. Il nostro sommo Alighieri, nell'esiglio suo, qui studiò dai gran dottori della Sorbona, e il dirò per vergogna dei tempi, lasciò di farsi addottorare solo perchè gli vennero meno le spese. Qui avemmo anche Giovanni Boccaccio, un giovane che farà onore alla patria, e che raccoglieva novelle da Francesi e Provenzali, e le riduceva in vulgar nostro. Da Padova ci arrivarono dodici garzoni, che il signor Ubertino da Carrara qui mantiene a scuola di medicina. Vive poi, e vivrà sempre la memoria degli Italiani che qui lessero scienza: un Pier Lombardo novarese, maestro delle sentenze; un Egidio Romano, un Albertino da Padova agostiniano, il francescano Alessandro da Alessandria, i due astrologi immortali Dionisio Roberti da Borgo San Sepolcro e Pietro d'Abano padovano, e quei che valgono per tutti, il dottore Serafico e l'Angelico».
Denotavansi con tali nomi, chi nol sapesse, Bonaventura da Bagnarea e Tommaso d'Aquino, gigante della scienza dei secoli cattolici, la cui sintesi grandiosa da nessun posteriore tentativo fu eguagliata.