—Ed ora (proseguiva il valoroso Fiorentino, prodigo di lodi come un segretario e di frasi come un accademico) ora piangiamo estinto Nicolao de Lira l'autore della Postilla Perpetua sopra tutta la Bibbia, e del Commento, opera di tanta lena, che a stento crederanno i posteri le abbia potute un uomo terminare. A questo augusto concilio di dotti, non altrimenti che a Bologna, ricorrono prelati e città e principi o per la decisione di casi di coscienza, o compromettendo i loro litigi. Volete più? lo stesso re d'Inghilterra Enrico II sottopose a noi le sue differenze con Tommaso da Cantorbery. Le scienze sono il rifugio nei mali, l'ha detto l'oratore d'Arpino. A queste volgete l'animo; qui fermate vostra stanza, e provate quel che ne cantò Giovanni da Salisbery:
Felix exilium cui locus iste datur».
Il Pusterla trovava in fatto Parigi gajo, vivace, pieno di quel fecondo movimento, che infonde ad un paese il fiore della gioventù radunata. Tanti v'erano gli studenti, che a fatica trovavano alloggi sulle piazze; li vedeva discorrere o disputare, seduti in circolo sopra la paglia: nella via degli scrivani aveano tutto quel che occorresse per lo scrivere: diecimila amanuensi attendevano continuamente a copiare libri. Gli scolari la mattina badavano alle lezioni, il dopo pranzo alle dispute, la sera alle ripetizioni. Quest'era il lato bello; ma Francesco scoprì ben presto le magagne che vi covavano; attorno ai venditori di vino, che lo spacciavano per le vie, quei giovani commettevano disordini d'ogni maniera: usurieri ed ebrei traevano profitto dall'inesperta loro generosità: male donne li corrompevano, per cui cagione non passava giorno che non si facessero baruffe e sangue.
E poi la Francia non era il paese che potesse far dimenticare l'Italia a chi non vi avesse passioni od interessi predominanti. Taciamo la diversità di cielo, la coltivazione delle terre, trascurata a confronto della Lombardia, il sudiciume delle città, la miseria delle borgate, il disagio delle abitazioni: la Francia non erasi purgata dalle ferocie del medioevo passando, come i nostri paesi, attraverso alla libertà municipale. I governi a comune avevano tra noi fiaccato il potere feudale: e quei baroni che nelle rocche minacciose, ricinti da vassalli e da servi della gleba, facevansi unica legge il loro superbo e minaccioso talento, erano stati rintuzzati dai campagnuoli, dai mercanti, dai giureconsulti, da tutti i borghesi, e costretti a disarmare la loro prepotenza e farsi cittadini. I tirannetti, che usurparono dappoi il comando, non fecero che ajutare quest'opera; e, come vedemmo in Luchino, sebbene non per amore del popolo, ma pel proprio vantaggio, vennero stringendo sempre più il freno ai feudatarj aumentando le franchigie del vulgo per fare contrasto a quelli; e dilatando viepiù i privilegi della popolazione campestre, la quale, sotto le repubbliche, aveva cominciato a mutarsi dalla condizione di schiavi in quella di coloni, e ricuperare l'umana dignità. In generale dunque la nobiltà d'Italia non era più che un patronato, onde il plebeo si affezionava e si legava col ricco.
Tutt'altrimenti in Francia: mille baroni erano altrettanti piccoli re, il cui dominio viepiù pesava quanto in più angusto confine lo esercitavano. Non una moltiplicità di repubblichette, non una lega di queste gli aveva imbrigliati; e quantunque il re, il quale non era che il primo fra di essi, s'ingegnasse di opporre a loro le comunità cui veniva rinvigorendo, era ben lontano da riuscire a notevole risultamento; e il bel regno di Francia consisteva allora in un re impotente, pochi forti oppressori, la moltitudine oppressa.
Quindi prepotenze in ogni parte e di ogni genere: quindi miseria: quindi l'arbitrio al posto della giustizia e delle leggi. E Pedrocco, tutto che lodatore delle cose di Francia quanto alcuni miei amici che non la conoscono, non poteva cessare i lamenti per gli spessi pedagi, per le generose mancie che doveva dare ai capi degli uomini d'arme, per le menzogne onde doveva ricoprire la ricchezza del suo convoglio. Poi additando varj castelli al suo compagno di viaggio,—I vassalli di questo (diceva) sono obbligati per turno a ripulire le stalle del padrone.—Questi altri non possono far testamento, senza lasciare metà dei loro beni al feudatario.—Il vescovo e principe di Ginevra succede nell'eredità di chiunque muore senza figli.—Vede là quei villani colle pertiche in riva a que' paludi? Sono obbligati a far la ronda, acciocchè i ranocchi non disturbino il padrone mentre dorme». Tacio le prelibazioni oscene; tacio quel che era comune, il contadino pareggiato nelle fatiche ai bovi che l'ajutavano: alla porta di ogni castello, insieme col teschio di lupi e di cervi, e cogli avoltoj confitti sulle imposte ferrate, spenzolava da una carrucola la corda della tortura, in segno del diritto di sangue; e sulla spianata ergevasi la forca, da cui a dozzine pendevano i giustiziati per le più lievi cagioni, per un capriccio, per una vendetta.
Ben altro giudizio delle cose di Francia dovranno portare gli esuli d'oggidì: ma i lamenti che da loro intesi mi fanno calcolare con quanto maggior ragione il Pusterla dovesse dire allora, che, per amare assai la sua patria, conviene aver veduta l'altrui.
E poi Parigi aveva già fin d'allora il privilegio funesto delle grandi città, di poter uno vivervi, godere, spasimare, morire, senza che altri gli badi o se n'accorga. Il che, se era il caso per un profugo bramoso di pace e d'oscurità, non poteva per verun modo accomodare a Francesco, sempre desideroso di primeggiare, sempre spinto all'azione, al movimento, e che colà andava confuso, inosservato, fra una turbo che veniva e tornava e cambiavasi ogni dì; fra un numero infinito di pitocchi, che beneficati non facevano se non divenire più importuni, e chiedergli denaro coll'insistenza del ladro, fra la spensierata scolaresca, fra i segregati dottori, fra anime che non potevano neppur comprendere i patimenti d'un esule italiano.
Ma una parte di Francia tutta italiana, siccome gli aveva detto Pedrocco, erano il contado Venesino, padroneggiato dai papi, e la città d'Avignone appartenente a Roberto re di Napoli; nella quale Clemente V, il 1305, aveva trapiantato la sede pontificia, e per gridare e sperare che gli Italiani facessero, e per quanto sembrasse strano che i papi preferissero restare sudditi in Francia, anzichè sovrani a Roma, più non la tornarono sul Tevere se non nel 1376.
Colà dunque si rivolse il Pusterla, e vi trovò una vita, un moto straordinario. Dimessa l'idea di trasferirsi in Italia, Benedetto XII faceva murare, per alloggiar come si conviene al capo della cristianità, e tutti i cardinali ergevano palazzi, splendidi d'ogni suntuosità, e non inferiori alla Corte di verun principe d'allora. Artisti italiani vi accorrevano ad abbellirli, altri a lusingare coi canti, colle piacenterie, colle novelle, cogli strologamenti: dei porporati ognuno v'avea condotto numerosa famiglia di servi e camerieri e scrivani; talchè poteva dirsi proprio una colonia d'Italia, con tanto maggiore verità, perchè quel clima meridionale fa ricordare le dolcezze del nostro.