In un tempo quando il papa stava ancora disopra delle autorità temporali come depositario della celeste, vale a dire della giustizia, vedevansi alla sua Corte ambasciadori d'Ungheria, di Polonia, di Svezia, d'altri potentati, che rimettevano all'inerme sua decisione le loro politiche differenze: cosa che deve recare grande scandalo al secolo nostro, il quale vuol piuttosto vederle risolte colle bajonette o rattoppate dai Castelreagh e dai Talleyrand coi protocolli…

I cittadini di Monza, agitati dentro dalle fazioni dei Magantelli e degli Stratoni, e minacciati fuori dalle armi dei Visconti e Torriani, avevano (già ne abbiam toccato una parola) nascosto il prezioso tesoro della loro basilica, che valeva ventiseimila fiorini, cioè un milione e mezzo d'oggidì. Il nascondiglio non era conosciuto se non dal canonico Aichino da Vercelli; il quale, venuto in caso di morte, ne fece la confidenza a frate Aicardo arcivescovo di Milano, e questo al cardinal legato Bertrando del Poggetto, che lo fece cavar fuori e trasferire in Avignone. Ora quietati i tempi, per ricuperarlo avevano i Monzesi mandato il loro arciprete Guglielmo Pusterla, insieme con lo storico Buonincontro Morigia. E sebbene quell'arciprete non fosse ancora potuto venire a capo di nulla, erasi però insinuato nella grazia dei papi, seguitando tre regole di condotta, che a modo di proverbio egli ripeteva sovente; lasciar andare il mondo co' suoi piedi, fare il dover suo piano e tranquillamente, e dir bene de' superiori. Le aveva imparate in convento sin da quando era novizio, ed ora con queste meritò di essere scelto prelato di Corte, ed in appresso arcivescovo di Milano.

Di buon cuore com'era, fece egli una festa da non dire a suo nipote Francesco, il quale, col mezzo di lui, potè collocarsi bene, ottenere alla Corte rispetto ed amorevolezze, e speranza di acquistare entratura col papa, nella cui assistenza ormai vedeva l'unica via di migliorare la condizione sua e della patria. Ma quest'ultima corda non sonava bene allo zio arciprete, il quale era il più nuovo uomo nei garbugli della politica.

—Caro nipote (egli diceva) tu eri ricco; tu stavi da papa; tu invidiato da tutti; che importava a te che regnasse Pietro o Martino? Lascia cuocere i potenti nel loro brodo, e troverai maggior pace. Guelfi e Ghibellini, l'imperatore e il pontefice, la tirannide e la libertà, tutte idee astruse; è necessario che vi siano, come gli scandali: ma un galantuomo può arare dritto senza intrigarsi di queste gerarchie. Credi a' miei capelli grigi, experto crede Ruperto: lupo non mangia carne di lupo: e i potenti se l'intendono quando si tratti di spalleggiarsi fra loro. L'imperatore par che l'abbia col santo padre: ma se vedesse un altro sul punto d'opprimere il santo padre, darebbe mano a questo per abbattere il primo. E tanto meno ti riuscirebbero cotesti intrighi ora che il papa è un uomo di pace e bonæ voluntatis. Giovanni XXII, nelle cose del mondo e nelle questioni scolastiche (diciamolo, chè tanto e tanto è morto) si affaccendava troppo; morì lasciando diciotto milioni di fiorini in oro, e sette in vasellami e gioje e con questo marsupio poteva fare più che non Archimede colla sua leva: coelum terramque movebo. Ma sono otto anni ch'egli è in paradiso; e il papa adesso è di tutt'altro umore. Per sapienza teologica non è un'aquila: degl'intrugli di gabinetto se n'intende buccicata: tanto meglio: e così non desidera che metter acqua là dove i suoi predecessori attizzarono il fuoco; ribenedire dove essi avevano scomunicato. Quando, contro ogni sua aspettazione si sentì chiamato papa, sai quel che disse ai cardinali? Cari fratelli, i vostri voti si sono accordati sopra un asino. Tant'è umile! E con lui non han nulla a sperare nipoti e parenti. Una sua carissima nipote gli fu chiesta sposa da un gran barone, ed egli non consentì, perchè non era da par suo, e la maritò ad un negoziante. Di sposa, ella col suo consorte venne a trovarlo qui, e tutti dicevano,—Chi sa che regali!» Indovina mo?… gli accolse bene, ma li rinviò senz'altro che rifarli delle spese di viaggio, e dare la sua santa benedizione. Vedrai la sua anticamera zeppa di abatini e di monsignoroni che vengono a sollecitare benefizj: ma egli preferisce di lasciarli vacanti, anzichè, com'esso si esprime, adornare di gioje il fango e l'argilla. Quando egli solleva qualcuno a dignità, si può assicurare che egli ha trovato del merito sodo».

E in così dire, lo zio arciprete rizzava il capo con un sentimento di decoro che non potevasi dire superbia. Franciscolo pensava:—Mio zio ha bel dire che non gli piove addosso»; e s'ingegnava di fargli capir quella ch'ei chiamava ragione, ma il buon uomo lo interrompeva:—Non hai tutti i torti; molto hai perduto; hai lasciata quella donna, che la pari non si trova al metodo. Ma tutto questo perchè? T'ho pur detto delle volte assai che, per camparla bene, bisogna facere munus suum taliter qualiter. Se mi avessi dato ascolto, non avresti voluto primeggiare: bene vixit qui bene latuit. Ora l'esperienza ti ammaestri. Stavi bene, volesti star meglio: vedi frutto? Almeno profitta di quel che ti avanzò per tirar innanzi alla meglio questi pochi anni di vita. Fugit irreparabile tempus. Vuoi piaceri? vuoi spassi? vuoi pompe? qui non hai che a desiderare. Vuoi conoscenze di letterati? vedi quanti poeti provenzali; vedi quel che tutti li vale, il gran Petrarca. Vuoi discussioni fine e puntigliose di teologia e di erudizione sterminata? ti farò conoscere il monaco calabrese Barlaamo, quel che insegnò il greco al Boccaccio. Fu mandato qui da Andronico imperatore di Costantinopoli per maneggiar la riconciliazione della Chiesa greca colla latina. Quello è un uomo! L'avessi inteso jeri a otto disputare contro gli onfalopsichi! Questi eretici dicono: Chiuditi nella tua cella; siedi da un canto, leva lo spirito sopra le cose terrene; appoggia la barba sul petto; fissa l'umbilico; tieni il respiro; cerca nelle viscere tue il cuore, sede della potenza dell'anima, e vi troverai dapprima tenebre, poi una luce limpidissima come quella apparsa sul Monte Tabor. Ma frate Barlaamo risponde….»

E qui lo zio arciprete, coll'interessamento di un dilettante, esponeva a Francesco le ragioni, con cui il monaco confutava questa specie di quietisti: ma dall'addurle ci dispenseranno facilmente i lettori, come volentieri ne l'avrebbe già allora dispensato il nipote. Il quale, o per voglia o per forza dovette acquietarsi al consiglio dello zio; a Corte, da tutti i cardinali, fra tutti i cittadini lo rendevan il ben accolto sì le sue aderenze, sì la splendidezza che sfoggiava negli abiti, nel treno, nell'avviamento della famiglia, tanto da poter emulare quella dei prelati. E per quanto noi ci sentiremmo inclinati a dipingere bello e ideale lo sposo della nostra Margherita, siamo costretti a dire che, siccome la prospera, così l'avversa fortuna non sapeva egli portare dignitosamente; giacchè, invece di rendere sacra la sua sventura con un decoroso dolore, voleva schivar la compassione collo star sulle gale, e non perdere la maggioranza del vivere sfoggiatamente. Al pericolo poi che gli poteva venire dall'essere conosciuto e nominato, credeva di ovviare col rendersi, come faceva, ben accetto chiunque fosse di nome e di potere o di scienza segnalato in Avignone.

Tra questi riportava allora il vanto Francesco Petrarca, già famoso per tutta Europa, sebbene appena in età di trentasei anni, e caro ai papi ed ai prelati. Stava di casa a Valchiusa, poche miglia discosto da Avignone, impinguandosi di benefizj, scrivendo di filosofia, imitando i versi dei Provenzali in sonetti e canzoni italiane, che doveano smentire quel detto che chi imita non sarà imitato; dando pareri ai potentati, che non gli ascoltavano, o facendo da quattordici anni l'amore in rima con Laura, figlia di Audiberto di Noves, cavaliere della provincia avignonese, donna di trentadue anni, da quindici maritata con Ugone de Sade, sindaco di quella terra, al quale, mentre il poeta ne veniva cantando la verginale castità, ella avea partorito uno stuolo di figlioletti. Il poeta platonizzando aspirava all'amore di Laura; Laura a una fama estesa ed eterna col far la schiva quanto bastasse per non lasciarsi sfuggir di rete il cantore; ella riuscì nell'intento; se anch'esso, è disparere tra i fisiologi e gli estetici.

Il Petrarca era esule anch'esso; avea scritto dei Rimedj dell'una e dell'altra fortuna: filosofo patriotto per voce comune e grand'amatore dell'Italia, Franciscolo, che lo avea conosciuto a Padova e a Milano, sperava dal colloquio di esso ritrarre e consolazioni e consigli; onde si recò in Valchiusa, e volle condurvi anche il suo Venturino, persuaso che ai fanciulli l'aspetto e il favellare d'un grande sia ispiratore di generosi sentimenti.

In un enorme masso apresi una profonda oscura grotta, dalla quale sbocca la Sorga, che, chiusa da inaccessibili scogli, forma questa valle, che trae il nome dalla natura sua. Quivi in una deliziosa villetta Franciscolo ritrovò il Petrarca, in mezzo ad anticaglie, di cui esso faceva gelosa conserva, e a grandi armadj di noce, ben chiusi a chiave, entro ai quali custodiva il tesoro de' suoi libri. Non appena lo riconobbe, il poeta gli lesse il sonetto

Piangete, o donne, e con voi pianga amore,