che allor allora aveva composto per la morte di Cin da Pistoja, stato suo maestro in poesia.
Finito il quale, e domandato se non gli paresse veramente un capolavoro, senz'altre parole attendere dal Pusterla oltre le congratulazioni,—Deh perchè (gli diceva), perchè abbandonaste Italia e l'onorata riva? Anch'io ho corso le barbare terre; visitai le Gallie fino al Reno, e l'Alemagna non per alcun negozio, ma per desiderio d'imparare, come quel grande che molte città vide e costumi d'uomini; ho costeggiato i lidi di Spagna, navigai l'Oceano, toccai l'Inghilterra; ma quanto vidi, più m'ha fatto amare ed ammirar l'Italia. E come volentieri per essa lascerei questa Babilonia occidentale di cui nulla più informe il Sol vede; lascerei il Rodano feroce, simile all'estuante Cocito ed al tartareo Acheronte[26], se non mi trattenesse amore, se qui tutte non avessi le mie dolcezze. Il 6 d'aprile 1327 vi conobbi quella, che per sempre mi doveva tor pace; e queste chiare, fresche, dolci acque della Sorga divennero il mio Ippocrene. Qui scrivo in rime vulgari i miei sospiri pei presenti; ma già rimansi dietro il secondo anno da che ho cominciato l'Africa, poema che mi farà immortale a paro con Virgilio e Stazio nell'età ventura. Qui mi trovano gli amici, qui mi cercano i grandi della terra; e sebbene io non dia retta alle fole de' medici e degli astrologhi, vedo quanto fosse veridico uno di questi, allorchè a me fanciullo indovinò che godrei l'amicizia di tutti i più illustri e grandi uomini della mia età. E voi, date anche voi opera agli studj?»
E poichè Franciscolo rispose un mezzo sì,—Attenetevi (prosegui il Petrarca) attenetevi ai classici. Cotesti moderni filosofanti non vi gabbino. Meglio tornerebbe studiassero in Cicerone, che non in Aristotile e Averoé, da cui succhiano l'empietà. Anche me vorrebbero far ateo: e perchè io sto al credo vecchio, dicono che son un buon uomo, ma ignorante».
Quando poi il Pusterla, bramoso di pur dire anch'egli qualche cosa, e massime di quel che più gli stava sul cuore, entrò a discorrere di Milano,—Milano! (l'interruppe il poeta) paese glorioso per salubrità, e per clemenza di clima invidiato! di quante cortesie non mi colmarono e colmano i Visconti! Il signor Luchino, gran protettore del bel sapere: grande specchio di giustizia quel fratel suo arcivescovo e mio padrone! Ma dite, che fa quivi Giovanni da Mandello, il dolcissimo degli amici miei? E a Bergamo? non dimenticherò mai, l'ultima volta che vi fui, un orefice, il quale mi venne a molte miglia incontro colle maggiori feste del mondo, e mi volle ospite suo, e spese ogni avere per festeggiarmi; incantato della mia gloria. Oh i posteri lo sapranno. A Bergamo conoscete il Grotto, fortunato raccoglitore delle opere del gran padre dell'eloquenza? Osservate: e' m'ha copiate le Quistioni Tusculane, di cui io non aveva scoperto che parte, e mandommele a regalare. Che carattere elegante! Io stesso, calligrafo qual mi vanto a nessuno secondo, non n'eguaglierei la nitidezza. Ma voi, deh, quando tornerete in Italia, cercate per me opere di Cicerone. L'Italia è inesauribile miniera. Colà ho rinvenuto il trattato de Gloria: che gioja di libro! Ora l'ho prestato a Convenevole maestro mio [27], che se ne delizia. In Verona scopersi le Lettere famigliari, e queste ad Attico che ora trascrivo: le opere di Catone, di Censorino, di Varrone sopra l'agricultura, le Commedie di Plauto, le Istituzioni di Quintiliano, colà io le ho disseppellite. Che non darei per iscavare il libro De Republica che deve esser una perla, e le Consolazioni e le Lodi della filosofia! Ma in Francia, nulla v'è a profittare: i libri sono merce esotica. Basta il dirvi che in tutto Avignone non trovereste un esemplare della Storia Naturale di Plinio, se non dal papa o da me».
Per accorciarla, il Petrarca non parlò che per sè, che di sè; onde Venturino ebbe a dire allo zio arciprete:—Come predica bene quel signor canonico!» e Franciscolo, lasciandogli la sua ammirazione, portò seco l'idea che questi grand'uomini non rechino grande ristoro nè grande ajuto nelle infelicità. Se pensasse il vero, lo dica chi ne praticò.
Io toccherò innanzi, contando come gli occhi del Pusterla si volgessero continuamente all'Italia, e per tornarvi non gli pareva qualche volta neppur troppo grave la prigionia e fino la morte. In sulle prime, la ricchezza sfoggiata il fece trovar bene alla Corte pontificia, guardato, accennato da ognuno, ed all'ambizione del comparire univasi, per mitigare le sue amarezze, la speranza di poter cogliere i frutti del martirio, più sempre agognati che le sue palme.
Perocchè il papa se la diceva poco coi Visconti, i quali, desiderando tiranneggiare la patria, opprimevano la causa guelfa per affidarsi agli imperatori, da cui ricevevano sempre appoggio i nuovi signorotti. Le cose erano procedute a segno, come altrove abbiamo accennato, che il papa, in castigo del parteggiare coll'imperatore Lodovico scomunicato, proferì l'interdetto contro i Milanesi. Terribili e spaventose conseguenze recava questo castigo; gli altari restavano senza croci nè candellieri, se non al momento che si celebrava la messa a porte chiuse: nessuno, eccetto i chierici, i pellegrini, i mendicanti ed i fanciulli minori di due anni, potevano seppellirsi in luogo sacro: nessuno accettavasi alla penitenza ed all'eucaristia se non in articolo di morte; proibito il menar moglie o baciarla o mangiare carni, e fino radersi: ogni giorno, a terza, sonavano le campane, al cui tocco dovevano tutti recitare preci di penitenza.
Vero è bene che, parte perchè abituati, parte per espresso comando dei Visconti, queste proibizioni non erano così a minuto osservate in Milano; e i papi stessi, rimettendo dal primitivo rigore, erano discesi a qualche concessione; però, in tempi come quelli ove la religione esercitava tanto imperio sulle opinioni e sulla vita, troppe anime timorate venivano a trovarsi in continuo contrasto fra la coscienza propria ed i comandi superiori, dal che seguiva uno scontento universale, un desiderio ogni giorno più sentito di tornare in pace col capo de' Fedeli. E già Novara, Como, Vercelli, altre città avevano fatto la loro sommessione al papa, promettendo di non aderire a Lodovico il Bavaro nè a veruno scismatico, onde erano state ricomunicate. Bologna, che aveva ricalcitrato al pontefice, ora, per lo spavento di vedersi privata d'ogni splendore col perdere l'Università, e per la speranza che la Santa Sede potesse colà trasferirsi, erasi di nuovo piegata all'obbedienza. Siffatti esempi potevano moltiplicarsi a scapito dell'autorità de' Visconti; tanto più che l'imperatore Lodovico, del quale chiamavansi vicarj, era scaduto interamente di credito e di potere: e non più riverito perchè non più temuto; non poteva col nome suo ricoprirne l'usurpato potere.
Tenevano conto di tutti questi fatti coloro che raggiravano le tresche politiche; e quindi accarezzavano il Pusterla, che davasi gran moto, e spendeva senza misura, nella fiducia di nuocere ai nemici della sua patria. Ma intanto da questa patria nessun ragguaglio riceveva, stante la scarsità dei corrieri, i quali non venivano spediti che espressamente da Corte a Corte pei pubblici affari o pei principeschi. Ed oltrechè questi rimanevano un segreto dei gabinetti, e i privati stavano anni ed anni a conoscere gli avvenimenti anche strepitosi delle terre forestiere, ogni comunicazione era con Milano interrotta per le ruggini sopradette. Da Pisa, città di più vivo commercio, sapeva il Pusterla che stavano colà suo fratello e gli altri che noi v'incontrammo; aveva loro, per sua sventura, dato a conoscere dove fosse: qualche imbasciata n'avea ricevuto; ma parte neppur essi erano esattamente informati delle condizioni di Milano, parte trascuravano gli interessi e gli affetti privati per discorrere dei disegni sediziosi, delle esagerate speranze. Che ne sarebbe dunque de' suoi conoscenti? degli amici? di Buonvicino? E Margherita? la sua Margherita, alla quale oh come ora gli rimordeva d'aver recato torti, d'averle causata tanta sciagura, di non essere con lei camminato alla felicità! Oh potesse mitigarne in qualche modo i patimenti! potesse chiederle perdono! potesse almeno averne notizie! mandargliene. Quindi un intenso struggimento di tornare, se non altro di avvicinarsi alla terra natale.
E poichè alle anime passionate ogni accidente per piccolo s'ingigantisce, fortemente il commossero gli ambasciadori, che contemporaneamente giunsero da Parigi e da Roma per invitare a gara il Petrarca a ricevervi la corona trionfale. Allorchè questi, preferendo la patria, si recava ad incoronarsi di alloro in Campidoglio, il Pusterla nemmeno potè sorridere al vedere il grand'uomo mostrare suprema contentezza nel ricevere un lauro, principalmente perchè somigliava di nome a colei che sola gli pareva donna: e vedendolo restituirsi in Italia fra gli applausi, fra un trionfo che rinnovava la pompa dei tempi antichi, a vanto non più d'insanguinati conquistatori, ma del pensiero e della scienza, ebbe tal pressura al cuore, che per gran tempo ne stette malato—malato di quel mal di patria, che spezza tante esuli vite.