Col Petrarca era egli cresciuto di dimestichezza nel vederlo presso i cardinali a cui profondeva adulazioni; e l'aveva pregato che dall'Italia gli scrivesse. Lo fece il grande Aretino, e poichè gli ebbe dipinto coi colori retorici le rivedute bellezze del paese che Apennin parte, e la festosa venerazione onde l'accoglievano da per tutto, lo esortava a fuggire da quel suo ricovero:—Va da per tutto, anche fra gl'Indiani, purchè tu non duri in cotesta Babilonia, non rimanga ancor vivo in cotesto inferno. Avignone è sentina d'ogni abbominio: le case, i palagi, le chiese, le cattedre, l'aria, la terra, tutto v'è pregno di menzogna; le verità più sante vi sono trattate di favole assurde e puerili; terra di maledizione, se non avesse dato i natali a Laura»[28].

Il Petrarca con ciò non faceva che un esercizio di stile, egli che in quell'inferno erasi annicchiato così per bene, e che fra poco vi doveva tornare di voglia: ma strazianti cadevano quelle parole sull'anima ulcerata del Pusterla. Al quale già riusciva insoffribile quella fredda compassione; quella diffidenza che tiene dietro ai passi dei forusciti per farli più amari; quella perpetua propensione degli uomini, e massime dei fortunati, ad attribuirò all'infelice la colpa delle sue disgrazie, e credere un tristo colui che non seppe camparsela bene in casa sua, fra' suoi concittadini. E poi la pietà è sentimento istantaneo, e presto da luogo all'indifferenza.

A fargli ancora più rincrescere la stanza d'Avignone sopravvenne un cambiamento di politica rispetto ai Visconti. Luchino e Giovanni sentirono la necessità di rappattumarsi colla Corte pontificia; onde spedirono ad Avignone soggetti creduti ed esperti, quali furono Guidolo del Calice sindaco e procuratore, che già aveva maneggiato la sommessione di altre delle città interdette, Mafino Sparazone giureconsulto, e Leone Dugnano, quel che dappoi compilò gli Statuti milanesi. Le benevoli inclinazioni di Benedetto XII agevolarono il rintegramento della pace e della concordia. Lo zio arciprete, tutto sereno, un giorno raccontò al Pusterla:—Consolati! la nostra patria torna finalmente al cuore, torna la pecorella sviata all'ovile. Oggi, in pieno concistoro, i messi del signor Luchino protestarono della piena e sincera riverenza figliale e della zelante fedeltà dei Visconti verso la Santa Sede, ad ogni voler della quale mostransi disposti a consentire. A nome del signor loro professarono di credere che il papa non può esser degradato dall'imperatore, come pretendeva quel superbo Lodovico di Baviera: che, quando l'impero sia vacante, come è adesso per la scomunica e la deposizione d'esso Lodovico, al papa solo ne spetta l'amministrazione, e quindi da lui solo Luchino e Giovanni riconoscono il governo di Milano e delle città dipendenti». Il Pusterla, a cui tutt'altro che buon suono faceva quest'annunzio,—Ma (l'interruppe), questo vuol dire ch'essi dichiaransi soggetti al pontefice in parole, purchè egli li lasci padroni in fatti.

—Non credere però (ripigliava l'arciprete Guglielmo) che il papa non abbia ingiunto di buone condizioni. I Visconti, nè direttamente nè indirettamente imporranno gravezza di sorta sopra luoghi e persone religiose: pagheranno l'annuo tributo di cinquantamila fiorini d'oro; a queste condizioni il santo padre cassa come iniqui i processi d'eresia fatti contro i Visconti, diciannove anni fa: li nomina vicari imperiali di Milano e delle altre città: permette che Giovanni venga all'Arcivescovado di Milano, riservandone alla Santa Sede diecimila fiorini di rendita. Ogni scomunica, ogni interdetto rimane prosciolto a patto che si erigano in Milano due cappelle a San Benedetto, una in Sant'Ambrogio, l'altra in Santa Maria Maggiore: ove in perpetuo, il giorno che i vescovi di Lodi, di Cremona, di Como ribenediranno la città in questo maggio, abbia a cantarsi messa coll'intervento del principe e de' magnati, e distribuire a dugento poveri un pane di frumento da dodici once. Quest'ultima condizione la suggerì il papa di propria testa.

—E degli esuli? e dei prigionieri, non disse nulla?

—Nulla: raccomandò per altro ai signori di Milano d'essere pii, generosi, più pronti a ricompensare che a punire, se vogliono che altrettanto faccia con loro il Signore. Ma, nipote mio, appena io mi contengo dalla gioja al pensare la contentezza dei Milanesi, de' miei buoni Monzaschi quando udiranno la fausta novella: e riaperte le chiese, e sepolti in luogo benedetto i loro morti, intender di nuovo i cantici, assistere alle cerimonie solenni che da venti anni più non vedevano!»

E le lagrime agli occhi venivano all'arciprete in così parlare. Ma questi trattati, questa conclusione molto male notti cagionarono al nostro Franciscolo, tra il dispetto delle speranze fallite e del prosperato nemico, ed il timore di vedere in compromesso la propria sicurezza. Oltrechè coloro, i quali si conducono non per sentimento ma per machiavellica, e che alla Corte blandivano il Pusterla come uno stromento da poter venire a taglio contro i nemici del loro padrone, ora gli facevano poca accoglienza e manco cera, sì perchè diventato inutile, sì per non fare cosa che disgradisse al nuovo amico: e i cortigiani, che pigliano il tono dai capi, il ricevevano con tale grazia anacquaticcia, che la sua ambizione ne pativa acerbamente, e gli persuadeva che quella non fosse più aria per lui.

In così funesto punto giunse in Avignone Ramengo, e si presentò al Pusterla come ad un amico. In fatti egli era un antico fedele di sua famiglia, legato ad esso dal benefizio: era stato lo sposo di quella Rosalia che, se egli non aveva amata d'amore, aveva però tanto compatita; le enormità di lui, l'attentato all'onore della Margherita, gli erano restati ignoti. Quanto all'ultimo tradimento, Alpinolo su quel primo momento erasi gettato a' piedi del Pusterla per confessargli la propria debolezza e la scellerata perfidia di Ramengo; ma per correre a sapere il destino della Margherita s'interruppe, e confessioni di tal genere se non si facciano in un primo impeto di generoso pentimento la riflessione ne toglie il coraggio.

Così era succeduto al giovane, che animosissimo contro gli aperti cimenti, veniva meno in que' minori, ove non trattavasi che d'affrontare il perdono d'un offeso. Colle penitenze imposte a sè medesimo acquetò il comando che la coscienza gli faceva di manifestare il suo errore, e si tenne discosto da Franciscolo. A questo invece, allorchè stava rimpiattato nella cella di Brera, frà Buonvicino aveva nominato Ramengo tra quelli banditi come ribelli: e quantunque sapesse che costui non aveva mai avuto parte seco, non che a trattamenti, neppure ad alcun discorso politico, forse che migliori ragioni aveva Luchino di perseguitare gli altri tutti! Non poteva essergli parsa colpa bastante l'avere Ramengo portata antica osservanza e servitù colla casa del Pusterla?

Al primo veder Ramengo, se gli fece incontro l'esule nostro con cordialità, domandandolo:—Siete venuto spontaneo o spinto?