—Mezzo e mezzo», rispose l'altro: ed infilò quante bugie occorrevano per acquistar fede e compassione presso il signore. Concittadino adunque, noto d'antica benevolenza, come lui esule della patria, come lui perseguitato e forse per sua cagione: erano titoli più che sufficienti onde il Pusterla accogliesse a braccia aperte quel mostro, lo volesse ospite suo e con ansietà prendesse a ragionar seco di quel ch'è il primo discorso d'ogni foruscito, la patria ed i suoi.
Pur troppo il liuto era in mano di chi lo sapeva sonare. Avviluppando il falso col vero, seppe Ramengo, non che rimuovere ogni sospetto dal cuore del Lombardo, acquistarsene intera la confidenza. In uno sfogo che da tanto tempo non gli era più consentito, Francesco espose al nuovo venuto i dispetti suoi pel mutato contegno de' cardinali e il sospetto fondato, a dir vero, sopra troppi altri esempi di somiglianti slealtà.
Devo ricordarvi, lettori miei, come Ramengo ai rifuggiti di Pisa avesse mostrato certe lettere di Mastino della Scala, delle quali diceva dover essere portatore al Pusterla. Era un'altra ordita di sua accia. Perocchè, sapendo quanto Francesco fosse bene nelle grazie dello Scaligero, e come questo l'avesse confortato a vendetta durante la sua ambasceria a Verona, finse, d'accordo con Luchino, una carta, nella quale il signore veronese mostrava all'amico suo come gli fosse venuto lezzo dell'arrogante potenza del Visconti, aver già cominciato a mostrarsegli avverso coll'impromettere sua figlia Regina all'esule Bernabò Visconti: ora volere del tutto buttar giù buffa, e bandire guerra a costoro che ponevano in gran punto la libertà di tutta Italia. Lo invitava pertanto alla sua Corte promettendogli e lauti assegni e grado d'autorità pari al merito d'uomo sì universalmente caro e riverito: che trarrebbe sotto a' suoi vessilli chiunque fosse voglioso di ricuperare la patria e il franco stato.
Sopra un animo ambizioso e irrequieto come quel del Pusterla, il colpo riusciva da maestro; e Ramengo, battendo il ferro mentre era caldo, gli espose le condizioni di tutta Italia, i disegni dei forusciti che aveva potuto subodorare a Pisa: raccontò come con questi si fosse abboccato ed inteso, e che anche da parte loro veniva a sollecitarlo perchè prendesse pietà della patria, che gli chiamava mercede: uscisse dall'inerte riposo: si ricordasse come Matteo Visconti dopo nove anni d'esiglio, fosse tornato in signoria, allorquando i peccati dei Torriani prevalsero a quelli di lui.—Ed ora (soggiungeva) i peccati del Visconti hanno colma la misura. Dei vostri amici alcuni già hanno perduto la testa sul patibolo, lasciando a voi per eredità il vendicarli: altri aspettano ancora un giudizio, di cui voi non potete cambiare l'esito prestabilito; i liberi tramano qualche nuovo colpo. E la donna vostra? quella incomparabile geme nelle prigioni del sozzo Luchino. In chi altri può essa avere speranza, dopo Dio, se non in voi? Finchè qui dimorate, la vostra sicurezza è, o vi sembra maggiore: ma intanto neppure un passo date per la salute di lei. Non avrà ella ragione di credere che l'abbiate dimenticata o in poco conto? I cittadini vostri non potrebbero accusarvi di codardo o di neghittoso? voi, quel solo che potete dar ombra a Luchino, e state qui allo schermo dei manti sacerdotali? Se invece osate, se raccogliete gli amici, i consorti vostri, più di sei capelli diventeranno canuti al tiranno della Lombardia, tutta Italia si scoterà dal pigro sonno. E poniam pure che lo Scaligero vi venisse meno delle sue promesse—promesse di principe—; nemici al Visconti ne troverete in ogni lato per darvi mano. Pisa stessa, avversa e timorosa, quanto si voglia, non darà soccorso ad uomo sì reputato, per ficcare una spina nel piede al suo nemico? coi denari e col credito vostro facilmente assoldate delle bande in ajuto della causa migliore. Lodrisio non fu ad un pelo di rovesciare la baldanza dei Visconti con nulla meglio che una turma prezzolata? Quanto più voi che, non in soccorsi mercenarj, ma porrete fidanza in coloro che generosamente combattono per la patria e per la libertà».
Queste o sì fatte ragioni convalidava col venire tratto tratto, in vista tutto pieno di compassione, stimolando la gelosia del Pusterla nel dipingere il pericolo in cui si trovava l'onestà della Margherita. E si confessi ad onore di Francesco, che gran colpo faceva sull'animo di lui il timore che ella potesse credersene dimenticata; e che la noncuranza mostratane nei giorni di sua prosperità, ora la dovesse trarre nella persuasione che, lontano e fra distrazioni d'ogni genere, egli negligesse l'eccesso delle miserie di lei. E chi dirà se quest'idea veramente non si aggiungesse qualche volta ai tanti spasimi di quella nostra infelice?
Ondeggiando tra la fantasia che gli sorrideva un avvenire di vendetta e di dolcezza, e i consigli dello zio e di Buonvicino, talora sospinto ad avventurare ogni cosa di bel nuovo per uscire dal tedio d'una calma, somigliante a quelle micidiali che colgono talvolta i naviganti in mezzo ai mari dell'equatore; tal altra bramoso di pace, di un riposo di cui si sentiva più cupido che capace, provava la pessima delle condizioni, quella d'uomo che non sa prendere partito.
—Perchè non ricorrete a Tommaso Pizzano?» gli suggerì Ramengo.
Era il Pizzano un astrologo, in quel tempo rinomatissimo ad Avignone; e il sostituire ai calcoli della prudenza gli indovinamenti degli impostori o le lusinghe di chi non sa che consentire, era allora, e non allora soltanto, ottimo spediente per gli esitanti. Piacque il consiglio a Francesco; e l'astrologo, dopo che, con gran mostra di studj e di cognizioni arcane, ebbe molti giorni durato ad osservar la mano di lui e le stelle, e formare l'oroscopo, e trovare l'ascendente, alfine gli annunziò:—La vita vostra si trova ora in gravissimo punto; alcuno, col mostrarvisi grazioso, pensa tradirvi ai vostri peggiori nemici».
Non bisognò più avanti per confermare il Pusterla nel dubbio già concepito che la Corte papale volesse, come una vittima espiatoria, consegnarlo al perdonato Visconti. Si allestì dunque alla partenza; e per quante ragioni gli adducesse lo zio, per quanto il buon uomo l'esortasse, fin colle lagrime agli occhi, a dar ascolto alla divina sapienza, la quale chiama stolti coloro che spendono il loro denaro in tentare la rovina dei potentati, per quanto lo assicurasse che tradimenti così neri non dovevansi mai aspettare da sacerdoti del Dio della giustizia, il Pusterla si ostinava più sempre nel suo proposito di tornare in Italia.—Finalmente (diceva) che male me ne potrebbe seguire? Non mi pongo già in arbitrio del mio persecutore: lo tolga il cielo: non mi confido ciecamente ad una indulgenza, ad una generosità menzognera. No: rivedo l'Italia.—Italia! chi può proferirne il nome senza aggiungervi bella e sventurata? Mi accosto agli amici, a' miei sofferenti, alla Margherita. Colà potrò più da vicino scorgere e calcolare la situazione della patria mia; e più che non Avignone, terra da preti, mi fornirà di sicuro e decoroso asilo Pisa: Pisa libera, signora dei mari, e nemica dei Visconti».