TRADIMENTO.

Pertanto al principio di luglio del 1341, colle lettere che in diligenza spacciavano da Avignone gli ambasciadori milanesi per mezzo di Pedrocco da Gallarate, il signor Luchino riceveva un biglietto di Ramengo, che noi riporteremo tal quale l'abbiamo tratto fuori dagli archivj segreti.

Magnifico Domno Luchino

_Come arrivè, juxta la jussione vostra, in Avenione, è reuissilo de trovare el malesardo Francisco Posterola, cum el toso. Nil magis cupiens quam fare servitii al prenze nostro, a ki messer Domenedio konceda lætizia, my sono andato dreto tanto, che induxetti ello a imbarcarse verso Portum Pisarum. E mo se partiremo per Niza de Proventia, La seguente septimana, Deo favente, fiemo in mare sul naviglio nuncupato el Caspio. Ideo suplico vostra magnificentia a disporre de modo ut al nostro advento sia parato per catturare el Prefato Posterola et putto. Tunc riferirò più destensamente omne cosse a piedy de la Vostra Serenità, ke ora baso humilemente.

Pridie kal. julii anno domini MCCCXLI.

Ramingus de Casale._

Secondo che qui accennava, appena si fu messo mare acconcio, Ramengo salpo da Nizza, conducendo il suo nemico, nulla più diffidente che la pecora tratta dal villano al macello. E la fortuna servì ai disegni dello scellerato, meglio ch'e' non potesse sperare: giacchè, mentre non mirava che a trascinare il Pusterla in luogo più vicino, dove meglio potesse nascere occasione di darlo preso, essa gli agevolò di consegnarlo direttamente all'inimico.

Pisa (già ne toccammo), capitana della parte ghibellina in Toscana, gareggiava continuamente con Firenze guelfa: e questo soverchio mescolarsi delle cose di terra ne aveva disavanzato la potenza sul mare. Intenti a favorire gli imperatori svevi ed Enrico VII e gli altri, accorrenti al fiuto delle italiche ricchezze, i Pisani trascuravano di necessità il commercio ed i lontani possedimenti; la Sardegna si videro tolta dagli Aragonesi; dovettero abbandonare molti banchi della Siria, acquistati nelle crociate, più non valendo a proteggerli contro i Musulmani per terra e contro i corsari sull'acqua; e più non furono i più ricchi e rispettati mercanti di Costantinopoli e dell'Adriatico.

Dentro provavano il contraccolpo delle scosse esteriori; ed era un parteggiare micidiale, un odio, un sospetto, che distruggevano l'accordo, necessario per la prosperità e la sicurezza dignitosa. Alcun tempo prima la fazione popolare aveva avuto il sopravvento, e poichè questa pendeva sempre alla bandiera guelfa, legò amistà con Firenze. Non potevano di ciò darsi pace i nobili, ghibellini per affezione, per eredità, per calcolo personale, e senza far mente ai reali vantaggi della patria; onde stavano addocchiando ogni occasione d'umiliare i popolani, romperla con Firenze, e tornar in auge la fazione imperiale. E l'occasione venne, allorchè i Fiorentini, desiderando acquistare Lucca, posseduta allora da Mastino della Scala, rifiutarono come sospetti gli ajuti che Luchino esibì loro onde toglierla per forza, e la comprarono per dugencinquantamila fiorini, a patto di lasciarle il governo a comune.

Un rumore senza pari levarono i Ghibellini pisani d'un tale acquisto, per cui la città, loro nemica naturale, come caritatevolmente dicevano, si accampava alle stesse porte di Pisa; e sparsero voce che i Fiorentini avessero stabilito di ridurre Pisa a nulla più che un quartiere, col nome di Firenzuola. Tali voci, appunto perchè esagerate, guadagnarono fede tra il popolo; si gridava all'infamia del governo che aveva sopportato un tale obbrobrio; e secondo le suggestioni dei mettimale, deliberarono di romper guerra a Firenze.—Daremo ogni aver nostro (dicevano), fin le nostre donne prenderanno le armi; ma perdio, non lasciamoci togliere Lucca; e il Signore per certo darà vittoria al diritto contro l'iniquità arrogante».