—Nol sai? andiamo in Italia.
—In Italia? Oh dunque nel nostro caro paese, eh? Là udremo ancora parlare come noi, è vero? Là vedremo tutta gente che si conosce. E la mamma la troveremo noi subito?
—Povera mamma!» replicava Francesco sospiroso; e, carezzando i biondi capelli del suo fanciullo,—Sì, la vedremo, se Dio vorrà. Ora prega per lei.
—Pregare? Oh, non passa giorno ch'io nol faccia; non momento che io non me la ricordi. Anche stanotte me ne sono insognato. Eravamo là nella villeggiatura di Montebello; ma la villeggiatura era in città; stavamo in sala, io e lei; e tu entravi a cavallo con un esercito… Oh, non mi raccapezzo… ben so che non l'ho mai veduta più bella, nè più cara. Oh fossi io grande! avessi io il braccio forte! forte come te, come Alpinolo, correrei ben io a liberarla!»
Il Pusterla lo abbracciò intenerito, e alzando gli occhi verso Ramengo, che teneva su loro intento lo sguardo, come la vipera sull'usignuolo ammaliato,—O amico, (gli disse) qual consolazione nella solitudine, nelle sventure, il trovarsi allato un figliuolo!»
Come al gettar olio sul fuoco, tal divampò Ramengo nell'intendere parole, che gli rammentavano quanto esso pure avrebbe potuto godere di quella consolazione; e come gli fosse stata rapita, diceva egli, da quel Franciscolo che ora n'era beato.—Ma il sarai per poco!» urlò stringendo le pugna verso il cielo, e precipitossi a sfogare il suo furore giù nella stiva, tra la meraviglia dei compagni di viaggio.
Frattanto una mattina, al dissiparsi di una nebbia leggiera, simile al velo che si getta sui mille ninnoli, sugli eleganti gingilli dei tavolini delle nostre sale, che li copre senza nasconderli, il sole nascente mostrò spiccate le coste d'Italia. Francesco le contemplava in un'estasi religiosa piena di memorie, mentre la sua fantasia, stanca di prevedere il male, non gli dipingeva che le immagini deliziose del passato, le lusinghevoli dell'avvenire. E il fanciulletto, attenendosi alla mano del genitore, gli andava col piccolo dito segnando le cime di terra ferma, miste alle fantastiche apparenze di qualche bianca nuvoletta, sorta sull'orizzonte, e chiedendo:—Che monte è quello che sporge là in mare? e quell'altro così elevato e acuto? e questa vetta nevosa? Vedi l'altra laggiù che fuma? Oh non è un paese quel bianco? Pisa sta forse dentro a quel seno? Ve' ve' quel vascello che si avvicina! Ei porta sulla bandiera il biscione come a Milano».
Stava in fatto così: ma quello che pel fanciullo era oggetto di consolazione, fu di terribile pronostico per Francesco. A osservar la nave che si accostava, trassero passeggieri sul ponte, e già distintamente, insieme coll'arma di Pisa, discernevasi quella dei Visconti. Curiosi di saperne la ragione, non più tosto furono a portata della voce, il capitano del Caspio chiese nuove a quell'altro.—Viva Pisa e i Visconti!» fu la risposta; indi, colla concisione e il disordine solito in tali incontri, informò come Pisa si fosse congiunta coi Visconti di Milano, e che dal suo porto continuamente traversavano legni alla Sardegna, ove Luchino, per recente eredità, possedeva il giudicato di Gallura.
—Pisa allearsi col Visconti! (esclamava qualche Pisano) Sarà la società della pecora col lupo.
—Non dartene gran pena (gli soggiungeva un secondo). È un cavallo bizzarro che per poco sopporterà il freno; e sbalzerà di dosso il cavaliere. La servitù non è per le città ricche di marittimo commercio.