—Per me (diceva il capitano, contemplando con occhio indifferente quella nave, i passeggieri, il mare, il cielo), per me, comunque stia la patria, poco me ne cale. Vivendo sempre sulla nave, io mi sento libero come l'elemento che trascorro».
Questi e simili commenti facevansi a quella notizia; ma per Francesco riusciva la più spaventosa che in quel momento potesse ascoltare. Trattavasi nulla meno che della vita sua e del figliuolo, perdute irreparabilmente se desse in quelle navi. Bianco dunque come le vele del suo bastimento, coll'ansietà che gli cagionavano l'istinto della vita e l'amore di padre, cominciò a supplicare il capitano perchè al più presto desse la volta indietro e tornasse in Francia, esibendogli pagare, non che le spese del tragitto, ogni danno che ne venisse a lui e agli altri naviganti, e una grossa mancia per soprappiù; ne destava anche la compassione col palesare chi fosse, perchè si trovasse colà, a quel pericolo esposto; prendesse pietà di quel fanciulletto innocente. Udiva il capitano quelle ragioni, quelle preghiere, seguitando a scompartire le occhiate fra il supplicante, i passeggieri, il sole, l'acqua; poi, stringendosi nelle spalle, disse:—Di tutte coteste fazioni io non m'intrico: io sono libero come il mare. Ma devo stare agli ordini di quel signore».
E accennò Ramengo, il quale bruscamente gli intimò:—Il vostro dovere, e innanzi!»
Che benda squarciarono tali parole d'in sugli occhi del Pusterla! Ragioni, suppliche, lacrime, che non adoperò a intenerire quell'atroce? Per quanto gli repugnasse l'animo del piegarsi, di cui quel momento gli rivelava tutta la turpitudine, pure, nulla credendo sconvenevole a un padre, fino ai piedi gli cadde, e, unito al suo fanciullino, ne abbracciò le ginocchia, gli rammentò le antiche benemerenze di sua famiglia, il nome di Rosalia.—Anche voi dovete intender che cosa sia l'amor paterno…. voi ancora un momento foste padre….»
Il satanico riso che guizzava sulle labbra di Ramengo nel contemplar l'umiliazione, nell'udir le preghiere del suo nemico, e nel sentirsi determinato a non esaudirle, si convertì in un ruggito feroce a queste ultime parole, e,—Padre ancora e marito sarei, se tu non eri, o maledetto!» esclamò, lanciando con un gesto brutale lontano da sè il supplicante. Poi soggiungeva:—Ma ringrazio Dio che almeno ho gustato la consolazione di veder tu pure straziato in quell'affetto onde hai privato me».
Non poteva il Pusterla comprendere del tutto il senso di queste parole: la beffarda e insieme atrocissima espressione del ribaldo, non consentiva di chiederne una spiegazione; e poi il sentimento di sua dignità era rinato: e colla superbia che sente l'uomo leale allorchè si trova calpestato dall'infame, voltò dispettosamente le spalle a Ramengo, e, senz'altro più dire se non:—Mio povero Venturino!» abbracciatosi al suo fanciullo, sedette sopra la coffa in calma discorata. I passeggieri non restavano indifferenti a quel patimento, alcuno interpose parola presso Ramengo, e non profittò più che la voce di un mendicante sulla borsa di un avaro; i Pisani volevano persuadere il Pusterla a non temere, che, essendo in mare, su libera nave, non correrebbe rischio di sorta; altri gli profondevano consolazioni generiche e triviali, giacchè gran filosofi sono gli uomini nel sopportare le disgrazie altrui e nel consolarsene! Scampati dai pericoli, vicini a uscire dalle noje della lenta e discomoda navigazione, allettati da un bel giorno, da un prospero vento, dall'aspetto del lido, della patria, la salutavano rallegrati.
Solo il Pusterla, tenendosi sulle ginocchia Venturino, sospirava in silenzio, curva la testa sulle spalle del figliuolo, il quale, strettegli le braccia al collo, piangeva dirottamente.
Oh! i pericoli, quando sopravvengono all'uomo libero di sè e delle sue membra, che può volere, può tentare uno sforzo onde svellersi dalla penosa situazione, se non altro, coll'avventarsi in una peggiore, pare che raddoppino il coraggio. Ma qui, sopra una nave, coll'inevitabile aspetto delle medesime cose, delle persone medesime, vedersi oncia ad oncia avvicinare al precipizio, e non poter tampoco allungare un braccio al riparo! Deh come allora invocava la tempesta, paventata i giorni innanzi, avesse anche dovuto in quella perire! Ma calmo affatto era il cielo, e se non fosse stato l'argenteo solco che la chiglia lasciavasi dietro, sarebbesi potuto credere il legno fermo in un mare di cristallo; la tinta carica della volta aerea confondevasi col colore dell'acqua; il sole faceva scintillare mille vaghi splendori sulla liquida pianura, simili a diamanti che tempestassero la sciabola di un guerriero.
Il Pusterla girava gli occhi per l'orizzonte, cercando una nube, una vela, un qualunque oggetto ove aggrapparsi con un resto di speranza, e non vedea nulla: gli alzava verso la Meloria, verso quelle coste d'Italia che di tanto desiderio avea desiderate, verso i monti lucchesi… Per vederli da lontanissimo, o piuttosto per indovinarli, s'era tante volte arrampicato sui più erti picchi di Francia, stando ad osservarli col mesto tripudio d'un ritorno più ambito che sperato. Ed ora che se gli facevano sempre vicini, gli osservava collo spavento di chi, in buja notte smarrito per deserta campagna abbia seguitato un lume lontano colla fiducia che gli segnasse un ricovero amico; e si trova condotto invece ad una spelonca d'assassini.
La nave intanto era stata veduta, e di dietro la Capraja sbucarono due galere a remi battenti, movendosi alla volta di essa: la vipera viscontea sciorinata in penna non lasciava dubitare di chi fossero. Il Pusterla le guardò avvicinarsi; ardì gettare ancora un'occhiata sopra l'infame Ramengo, ma senza trovargli in viso che una scellerata contentezza: onde per disperato si aggruppò ancora col singhiozzante figliuolo, e chiuse gli occhi aspettando l'inevitabile destino. Così prostrossi boccone nella sua piroga il selvaggio indiano, che sentivasi irresistibilmente strascinato verso la cascata del Niagara.