Non appena i due legni si furono avvicinati, chiamarono il Caspio all'obbedienza, ed ammainate le vele, si venne all'arembaggio. Il capitano Samminiato richiese i nomi dei passeggieri; e Ramengo traendosi innanzi, e accennando quel pietoso gruppo, esclamò:
—Questo qua è Francesco Pusterla».
Colla turpe soddisfazione della sbirraglia quando giunse a ghermire la preda, si lanciarono tosto i soldati addosso all'infelice, la cui unica voce fu ancora,—Mio povero Venturino!» e caricato di catene, lo gettarono nella stiva e seco il figliuolo;—colà almeno gli fu tolto l'aspetto della ribalda gioja di Ramengo.
L'oro che seco portava il Pusterla divenne bottino del traditore, il quale non si fidò di rimettere il piede in Pisa, ricordevole dell'avventura dell'altra volta, e domandò al capitano del Caspio che lo tragittasse a Genova. Questi, volendo (ripeteva) esser libero come il mare, pose a terra il suo carico, e tosto diede la volta per dove Ramengo gli comandava. Il quale poi sbarcato, a gran giornate come chi reca una prospera novella, attraversò la Liguria e il Monferrato, toccò a Vigevano i confini del Milanese. Quivi però dovette subire una contumacia, essendo allora sospetticcio di peste, e massime nella Toscana, ove la fame dei due anni precedenti sviluppò la contagione in modo che la sola Firenze perdette in quell'estate quindicimila cittadini. Veniva come un tremendo foriero di quella che infierì sette anni dopo; intendo la troppo famosa, descritta dal Boccaccio, che sterminò centomila persone in Firenze, ottantamila in Siena, quarantamila a Genova, settantamila a Napoli, fra Sicilia e Puglia cinquecentotrentamila, restando alcune città, come Trapani, affatto disabitate; e perdendo tutta Europa tre quinti degli abitanti. Era ben altro che il colèra.
In quell'occasione valse la severità di Luchino, che con rigorosissimi cordoni tenne lontano l'imminente flagello. Per tanto Ramengo dovette durare la quarantena a Vigevano, poi per lo stupendo castello di Bereguardo, fabbricato dai Visconti, passò sopra il ponte gettato sul Ticino, lungo un miglio, largo e sfogato a segno da potervi sopra correre tre carri di fronte e sotto le navi più grosse; con ponti levatoj in capo, e due rôcche di legno assai forti in ordine di battaglia. Benchè fosse uno dei bei lavori architettonici, non credo che Ramengo v'abbia posto gran mente; e tanto meno, nel venire da Abbiategrasso a Milano lungo il Ticinello, avrà considerato l'ardimento d'una piccolissima repubblica, che osava tentare una tanta opera, qual era condurre artifizialmente il Ticino per trenta miglia fino alla città. Entrò in Milano per la stessa porta Ticinese, dond'era entrato quell'altra volta colla parata trionfale; passando dalla Palla, diede un'occhiata al palazzo del Pusterla, ove in benemerenza abitava il capitano Lucio; e coll'aria trionfale di chi sente d'avere compita una bella, se non buona impresa, si presentò alla Corte di Luchino.
Il buffone Grillincervello stava nell'anticamera in mezzo a camerieri e donzelli e paggi, insinuando la morale, e additando i buoni esempj con certe sue storiacce, ond'era provvisto a dovizia.—E sicchè (diceva) non vedendo ella altro modo di trovarsi col ganzo, ed egli non rifinendo di richiederla, gli fece intendere che, la tal notte, entrasse nella camera dove essa dormiva col marito, e si facesse alla proda del letto, dalla banda di lei.—Ma, se il marito sente, e m'accoppa» diceva il baggiano. Ed ella:—Portate in mano un par di guanti, e se vi accadesse di esser sentito, scoteteli, imitando il batter delle orecchie di un cane. Egli vi crederà il bracco suo fidato, che cuccia sempre nella stanza vicina.—Non occorre altro; e l'uomo piano piano, quatto quatto, entra fin al talamo beato. Un'anima di sambuco di quella sorte, pensate che paura! che battisoffiola! Moveva i passi come camminasse sulle uova; teneva il fiato, da gonfiare come una bôtta: ma quando si dice nascere disgraziati! il diavolo ci mise la coda, e ser colui urtò della maledetta nella cassapanca da piedi della lettiera. Il marito ode:—Chi è là? e il prode, che non aveva pelo che non gli tremasse, comincia a dimenare i guanti. L'argo ripete l'intimata, e l'altro a scuoter più forte. Il marito balza dal letto; e il gaglioffo, vedendo che l'agitare dei guanti non bastava, credette far l'effetto coll'aggiungere, con una gorgia da Cittadella, Sont el brach»[29].
Uno scoppio di risa vive e sguajate secondò ed interruppe quel racconto; nel più vivo delle quali appunto ecco entrare Ramengo. Tutti gli sguardi si volsero a lui, come al comparire d'un resuscitato; Grillincervello, troncata a mezzo la favola, tese il dito verso lui con un oh lungo e strascicato, fece due capriole, ed entrato da Luchino roteando il suo berretto e facendo mille attucci da babbuino,—Marcia, sparisci e torna (esclamava). Quanto mi pagate, ed io colla mia polvere di biribara, vi fo comparire qua in petto e in persona Ramengo da Casale?».
Luchino non mostrò nè meraviglia, nè piacere; già l'aspettava, onde asciutto rispose:—Entri.
—Entri qui, o in carbonaja?» domandò Grillincervello meravigliato.
—Qui, qui,» replicò Luchino.