—E ch'io vada ad avvertire mastro Impicca di prontare i ferri del mestiere?
—Meno scene», l'interruppe Luchino, bujo come un diesire: e Grillincervello, che sentivasi ancora del le bôtte rilevate in quell'ultima lezione alla rocchetta di porta Romana, non istette a farselo dire due volte; e introdotto Ramengo, diceva agli scioperoni dell'anticamera:—Non avevo mai visto i tordi andare a cena col cacciatore».
Il vile cortigiano espose a Luchino di punto in punto tutta la sua involtura e l'iniqua trama, mettendo nel racconto la furfantesca soddisfazione che gli scaltriti usano nel narrare come trappolarono un semplice ed innocente. Luchino gli attendeva colla severità consueta, e s'avvicendavano in lui la contentezza della riuscita, e l'inesauribile disprezzo che tutti provano pei traditori e per le spie.
—Ed ora (soggiungeva Ramengo dopo finito) se ho ben meritato della vostra magnificenza, permetta ch'io la supplichi ad impegnarmi di nuovo la fede sua per la promessa impunità da qualunque delitto, sì a me, sì a mio figliuolo.
—Dove avete cotesto figliuolo?» chiese Luchino.
—A tempo la vostra magnificenza il saprà; ed io confido potrà farsi al potere di essa robusto sostegno, quanto volonteroso fu il genitore».
Tratta di seno la pergamena dell'impunità, già speditagli, come altrove abbiamo veduto, fece che Luchino vi apponesse di proprio pugno la firma. Conteneva essa che a Ramengo da Casale e a quello che egli indicherebbe per suo figliuolo, fosse conceduta intera impunità; col solito ordine a tutti gli ufficiali di rispettare quella ordinanza. Ramengo teneva in serbo questo colpo estremo per mostrare all'esacerbato Alpinolo quanto l'amasse, e mitigarlo, e cancellato di bando e di condanna restituirlo in patria agli onori ed alle ricchezze.
Ma ad onori e ricchezze aspirando, prese egli a mostrare a Luchino la grandezza dei prestatigli servigi: come per questi si trovasse, non solo scompigliato nelle proprie faccende domestiche—tacque della buona presa fatta sopra il Pusterla,—ma disonorato in faccia dei cittadini: qualora se ne sapesse: onde era del decoro del principe di conferirgli un grado, un impiego che lo tornasse e mantenesse in riputazione e in grado di continuargli i servigi. Nol lasciò finire Luchino, ed allumandolo biecamente, con atto sprezzante ed iracondo, gettatagli ai piedi una borsa di denaro,—Tieni (gli disse) i pari tuoi si pagano con argento e non con dignità»: e gli volse le spalle, nè più ne volle udire.
Quanto sia al povero nostro Pusterla, non tardò molto ad arrivare anch'egli: e il popolo corse a vedere quel famoso capo di ribelli, quel che voleva mandare Milano sottosopra, disfare lo Stato e ristampare la religione. Esso pure fu rinchiuso nella torretta di porta Romana; dove appunto lo vide entrare la sciagurata Margherita, che noi lasciammo svenuta a quella vista. Al male vogliamo credere il più tardi possibile; ed essa, la infelice, s'ingegnava di non dar fede ai proprj occhi:—Vedendo così a spicchio, mi sarò ingannata.—Sarà una illusione dell'amore e del timore». Ma ogni dubbio le fu tolto un giorno, che il carceriere Macaruffo entrò nella sua segreta con un portamento di manierato sussiego, e con un viso schizzinoso, sciamando:—Che tanfo qua entro! Che odor di chiuso! Perchè non date aria all'appartamento? Non vi si regge»: e facevasi vento con una pezzolina di seta. La Margherita fu presta a riconoscere il raso, sul quale ella aveva incominciato a ricamare una margheritina, che poi non potè finire: quel raso che Buonvicino aveva tolto dalla sala nell'ultimo giorno che vi entrò, e dato in carissimo dono al Pusterla, il quale recollo sempre con sè. Ora nel ravvisarlo, la Margherita si scosse tutta, come alla memoria di soavi affezioni, di cari giorni, dell'ultimo istante di sue gioje tranquille: e—Donde aveste quel ricamo?» domandò con ansietà all'aguzzino.
—Che? vi piace?» le rispose il ghiotto, scherzosamente sciorinandoglielo sopra gli occhi.—Me l'ha dato un altro camerata, alloggiato qui presso, e che voi conoscete.