—No, no: andrà con loro.

—Ma tu hai parlato soltanto di due.

—Oh quest'altro si sottintende: è la giunta soprammercato» diceva con qualche impazienza l'uom d'arme. Ma l'altro:—Che giunta? che soprammercato? non tirarmi fuori altre gretole. Se ha da andarsene anche quello, voglion esser altri quattrini. Dici poco? Tre persone per cinquanta fiorini! Fuori, fuori degli altri; già per quel che ti costano! O ripiega in altro modo: o se non sai, buona notte; il cecino resterà in bujosa.

—Odi, mascalzone (ripigliava il soldato, frenando a stento il parossismo di rabbia): cinquanta fiorini sono qui, (e gli gettava la borsa): pel ragazzo guarda questo». E distendendo la mano sinistra, mostrava in dito un bel diamante. Il carceriere fissandolo, toccandolo, volgendone le brillanti faccette diversamente alla luce, domandava:—È scaglia di bicchieri?»

Il soldato lanciò un potentissimo giuraddio, ed esclamando a tutta voce,—Che tristo ti faccia Iddio! se tu sapessi quant'è prezioso!» andò colle pugna sul viso del malnato, e col calcio della lancia battè per terra con tal forza, che Macaruffo diede un passo indietro, parandosi colle mani spiegate, e dicendo:—Ih ih, che furie! Casca il mondo per così poco?»

L'altro, ricompostosi come chi si frena per necessità, e col nifo di un ragazzo che inghiotte una medicina disgustosa perchè sua madre lo assicura che altrimenti non guarirà, ripigliava:—Questo anello, parola d'onore, val la metà di quei danari e d'avvantaggio. E te lo darò a te in prezzo del figliuolo, al primo uscir loro all'aria aperta».

Qui un gran ricambio di ma, di se, di objezioni, di confutazioni; sinchè, per non ve l'allungare, il partito e la fuga e il come e il quando rimasero accordati. Il soldato baciò l'anello, e stette a contemplarlo fiso fiso. Macaruffo, strettagli la mano e detto—Birba chi manca», sdrajatosi di nuovo sull'ammattonato, pieno d'allegrezza e di buon pro ti faccia, al lume della lanterna guardava, pesava, numerava, fiutava persino i fiorini. Tante volte il denaro corruppe per un delitto; allora corrompeva per salvare degli innocenti: corruzione ancora: ma del peccato non deve ricadere la sua parte sopra coloro che strascinano a commetterlo?

Qui però, o lettori, dovete esser curiosi di sapere chi fosse il pietoso, che patteggiava lo scampo di esseri, pei quali, tristo il mio racconto se voi non aveste preso interessamento.

Era Alpinolo. Vi deve ricordare come il lasciammo, in quella funesta sera del 20 giugno 1340, sulla via di Brera, dove consegnò a frà Buonvicino il fanciulletto del Pusterla. Scarico di quel sacro peso, allora primamente rivolse gli occhi sopra sè stesso; e non dubitando di essere anch'egli compreso nel novero dei proscritti, trascinato piuttosto dall'istinto della conservazione che da un calcolo di salvezza, errò di via in via, di porta in porta, e lungo tutta la mal compiuta mura, finchè là verso la rocchetta di porta Romana, dove era un montone di materiali preparati per finire i lavori di questa, trovò modo di uscirne, siccome l'avevano trovato molt'altri dei perseguitati e dei timorosi.

Vedutosi alla campagna, si diede a fuggire in arbitrio di fortuna e secondo il cavallo lo portava, come una cosa pazza. Pur troppo conosceva che immediata cagione di tanto disastro era stato lui medesimo; e per quanto gli paresse non averne colpa più che di una imprudenza, colpa che la coscienza dei giovani così facilmente si perdona; per quanto si industriasse di voltar ogni male a carico dello scellerato Ramengo, pure, se non un atroce rimorso, certo il più disperato furore lo lacerava: bestemmiava tutta la razza umana, quasi fosse complice delle iniquità del suo offensore: ma poi finiva col maledire sè stesso, perchè non avesse mai saputo frenare gl'impeti sconsigliati di gioventù, perchè non avesse imparato mai la virtù che, diceva egli, è somma ed unica nella società, quella di simulare e dissimulare cogli uomini, in cui non vedeva più che ingannatori ed ingannati, che oppressi ed oppressori, che il brutale dominio della forza, o il maligno dell'astuzia.