Ben cercava consolarsi, rassicurarsi almeno, col riflettere a quanto aveva operato per salvezza del Pusterla, all'avere a questo serbato un figlio; che gli facesse conoscere la speranza, che l'attaccasse all'avvenire. Ma, come attribuire lode a sè stesso d'avere in parte medicato una ferita, da lui medesimo aperta?—Non è il Pusterla tuttavia nel forte del pericolo? quando pure gli riesca di camparne, qual vita sarà la sua, esule dalla patria, profugo fra sconosciuti, diviso da ogni suo bene, dalla Margherita?… E questa? Sventurata! sa Dio quante ambasce, quanti patimenti! Ed io son qui, qui in sicurezza?… No, no, si ritorni; dividerò con loro i guaj, di che sono stato o causa od occasione; andrò fuggiasco con lui: lo servirò da fante: gli parlerò della Margherita, gli conterò il mio fallo, diventerò per penitenza il suo schiavo: assisterò almeno alle sue miserie, come fui a parte di sue fortune».
E così, senza dar lena o fiato al suo cavallo, voltava la briglia e si metteva a ritornare verso Milano. Schiariva già l'alba: ed ecco altra gente venire di colà cavalcando. All'incerto crepuscolo li ravvisò: erano altri Milanesi, o colpiti dalla persecuzione, o paurosi di quella, o goffamente vani di mostrarsi perseguitati. Aveano a capo Zurione, fratello di Francesco Pusterla, il quale ravvisato Alpinolo,—Ehi! qual furia? dove si va? verso Milano? indietro, indietro.
—Perchè?» domandò il giovane con piglio fra torvo e smemorato, a guisa di persona destata per forza.
E l'altro:—Come? non sai nulla? tanti arresti…
—Li so pur troppo!» esclamò Alpinolo.
—Tu avevi entratura colla casa nostra; non la camperesti netta. La città è chiusa; drappelli di soldati battono la campagna su tutte le direzioni. Indietro con noi.
—E il signor Franciscolo?» proferì Alpinolo, più per una riflessione sua che per una domanda ad altrui.
—Non si sa: è scappato; lo raggiungeremo.
—La sua signora?
—L'hanno pigliata».