—E carico di onori e di ricchezze», aggiungeva Maso, il quale, pratico del mondo, sapeva in che consistano le sue felicità.
Alpinolo se n'andò; raggiunse un drappello di quelle cerne ed entrò con esse in Lombardia. Eran costoro feccia di gente come chiunque fa mercato del proprio sangue; ai più, da un sucido stracciume trasparivano le carni sporche e abbronzite; molti ancora avevano manco un occhio o una mano, perchè come ladri avevano già subita la pena degli statuti di Milano, che infliggevano, pel primo furto, la perdita di un occhio; pel secondo, l'amputazione della mano; pel terzo la forca; ma sozzi, storpi, ladri, servivano ugualmente ai fini di Luchino.
Nè avvicinandosi ai luoghi di sue giovanili memorie esultava l'animo di Alpinolo; anzi, con una scontenta maraviglia, con un iracondo stupore, vedeva come, nonostante i guaj della tirannide, i contadini seguitassero, tranquilli, ai lavori; i trafficanti, al commercio; i padri, alle faccende casalinghe; egli ch'erasi immaginato dappertutto sconforti e desolazioni, che pietà fosse il vederli; e che fin la terra fin l'aria sfruttata, immalsanita, dovessero partecipare al duolo e all'onta del servaggio. Quando poi dai casali e dalle borgate traevano, come si fa, a guardare quella frotta di soldati, e dietro e a paro di loro marciavano i fanciulli, misurando il passo secondo la cadenza dei pifferi, il cuore faceva sangue ad Alpinolo, sembrandogli che avrebbero tutti dovuto riguardar con orrore quegli artefici di loro catene.
Ma, (diceva tra sè), non è che vulgo ignorante e materiale. In città, oh, in città sarà tutt'altro andare».
E in città fece la sua entrata fra un centinaio di quella soldataglia, e colà pure la plebe a riguardare le nuove reclute, e chiamarsi l'un l'altro, e mostrarsele, spensierati come la pecora quando vede arrotare il ferro destinato a scannarla. Intanto su per le piazze cerretani e saltimbanchi mantenevano nel vulgo quell'allegria, che tanto piaceva a Luchino; i signori, in una attività inoperosa, passavano i giorni fra risa e motti e festeggiar compagnevole; le botteghe, non che fiorire come prima, erano cresciute in numero e in appariscenza; stabilite tessiture d'oro, d'argento, di seta; introdotte bellissime razze di cavalli e di cani da caccia; il vino, migliorato coll'innestare la vernaccia sulle viti nostrali, moltiplicava le ubbriachezze popolari e la patrizia festività; ganzerre sul Ticino e sul Po, mettevano Milano in comunicazione cogli altri paesi, talchè, non di una città, ma aveva aspetto di una intera provincia, dove argento, oro, perle, larghissime balzane, sfoggiavan le donne sui vestimenti; nelle case cibi squisiti, bevande prelibate e forestiere, e ogni guisa di delicatura.
Questo fenomeno riusciva inesplicabile ad Alpinolo, il quale ignorava come ripiglino fiore le terre confortate di pace e di sicurezza; e come alla prosperità materiale si fossero vôlte interamente le classi medie, dopo che il governo di un solo le dispensava dal dover necessariamente pigliare parte alle fazioni interne e alle guerre esteriori. Quei principotti poi, mentre calcavano i ricchi e chi faceva ombra, favoreggiavano la moltitudine; avevano gara tra sè, non meno in magnificenza di Corte e di apparati, che in prosperità e ricchezza dei piccoli loro Stati; poco o nulla si impacciavano nelle particolarità dell'industria e del commercio, abbandonandoli all'operosità di ciascuno e all'emula concorrenza; onde, nel mentre coll'avarizia, colla libidine, coll'invidia, colle personalità tormentavan chi stava a loro vicino, lasciavan godere agli altri i comodi della primitiva libertà, senza le agitazioni di essa.
Soltanto l'eccesso della politica depravazione rovina a bella posta il traffico e la cultura di un paese per fiaccarlo: soltanto più tardi sentì la Lombardia la silenziosa oppressione di governi che, senza individualmente uccider nessuno, dissanguavano l'intera nazione. Potrebbero i primi paragonarsi ai flagelli, che tratto tratto desolano un paese: guerre, turbini, contagi, poi cessano, e lo lasciano rifarsi; gli ultimi, ai miasmi che corrompono l'aria, e che, senza parere, moltiplicano vittime alla sorda, ma continuamente.
Chi però ha fiore di sentimento, pensi quanto atroce penitenza si fosse imposta Alpinolo in quell'ostinato suo intento. Tra una marmaglia spregevole e spregiata, dipendente dal brutale comando del connestabile Sfolcada Melik, vivere ancora, passeggiare per quella città che in sì diverso aspetto lo aveva veduto; che in ogni luogo gli ridestava tante memorie; che vie più aveva cara dopo costretto ad abbandonarla: vivervi come uno straniero, come un ministro della tirannia; e non potere mai con veruno manifestare le commozioni di un cuore convulso. Mirava le case ove già soleva essere il ben accolto e passare le gaje serate: ora stavano chiuse per lui. Imbattevasi talora in alcuno degli amici, con cui tante volte avea comunicato timori e speranze, ragionato del presente, dell'avvenire, che gli avevano promesso ogni poter loro per la causa del bene; ora tacevano, obbedivano. Scorreva ancora per la via degli Spadari: Malfilioccio della Cochirola non v'era più, chè, a forza di rimpiangere i tempi passati, era ito ad acculacciare la pietra: ma tutti gli altri lavoravano come e più che prima; lavoravano (pensava Alpinolo) le armi dei proprj padroni, le punte contro i proprj petti. S'incontrò qualche volta anche nel Basabelletta: cauto e coll'acqua in bocca costui tirava lungo le pareti, contento d'averla scampata, nè più brigandosi di leggere sul libro dei ricchi e dei potenti. Passava Alpinolo dal palazzo dei Pusterla, vuoto degli antichi padroni, ed abitato dal capitano di giustizia Lucio;—un Lucio sostituito a Franciscolo, alla celeste Margherita!
Le persone da questa beneficate se la saranno certo ricordata, se la ricordava la fanciulla di Santa Eufemia, per lei campata dal disonore: ma i poveri, gli infelici, i disuniti cosa altro possono che amare? Spesso in un chiassuolo, sur una piazzetta, Alpinolo scorgeva otto o dieci giovani, stretti a colloquio animato, confidente, misterioso: il cuore gli diceva di che parlottassero; tanto più che, quando s'accostava lui, con quella divisa in dosso, li vedeva o disperdersi timorosi, o non dissimulare con atti e con motti lo spregio verso chi aveva venduto il suo sangue per ribadire le loro catene. Come l'animo di lui si struggesse sotto quella lenta tortura, io non farò prova di descriverlo. Fu per soccombere delle volte assai, e fuggire;—ma rimeditava il suo fallo, e gli pareva che ad espiarlo fosse scarso qualunque inferno.
Fatalità! certe anime robuste, nate fatte ad ogni gran cosa, capaci de' più ostinati sacrifizj, delle più magnanime risoluzioni, quante volte si vedono andar traviate, e svaporare quella vampa in null'altro che il rendere infelici sè ed altrui, perchè all'impeto della volontà non è proporzionata la ragionevolezza: perchè conoscono ogni eroismo fuor quello della pazienza.