Così spasimava Alpinolo quando stava scevro e solitario dagli altri; quando era accompagnato, seppelliva dentro il suo dolore; obbediva come un automa ai cenni dei caporali, per quanto se ne facesse schifo; mescevasi alle gozzoviglie de' suoi commilitoni, a trar sulle carte, a sbalzare dadi, ove, ad onta delle severe proibizioni del principe, biscazzavano il loro guadagno; pagava ad essi il fiasco, lasciavasi spillare il suo, tanto per farseli amici: onde tutti «Quattrodita» di qua; «Quattrodita» di là: unico nome col quale il conoscessero.

Ma il vino, che nelle orgie nauseabonde tracannava di brigata, tornava in tanto veleno a quel dispettoso; e al vedere una ruga sdegnosa che tratto tratto gli solcava la fronte, e ne alterava il baldanzoso raggio giovanile, era facile accorgersi come quella fosse una testa pensante, fra tutte l'altre impassibili e macchinali. E nel bel mezzo di loro, mentre in apparenza alternava con essi i brindisi e lo sguajato motteggiare, concentravasi in sè stesso, e fremeva e si stomacava del dover vivere confuso tra quella schiuma di ribaldi, che per mestiero, diceva, oggi custodiscono l'assassino, domani il martire generoso; oggi difendono una vita insidiata, domani ne spengono mille; oggi scannano il nemico, domani il camerata; e sotto la divisa che si chiama del prode velano la massima della viltà, un'obbedienza irriflessiva sino al delitto, ai voleri di colui che ne forzò la volontà.

Fu alcuna volta che si arrischiò a gettare fra di loro alcune lontane parole di emancipazione, di libertà; pei più era un parlar di colori a ciechi: i pochi che lo intesero gli chiedevano che pazzo gli toccasse di desiderare di meglio? non era libertà la loro di aver da mangiare e bere e fare stare gli altri?

Alpinolo davasi premura di assentire a dottrine così antiche, e rodendo il freno, capiva la necessità di non far conto che sopra sè stesso per l'adempimento de' suoi disegni.

Non gli era riuscito difficile accostarsi a Luchino. Quando il Visconti si presentava spettacolo ad un popolo che opprimeva e disprezzava, credevasi sicuro perchè cinto di guardie: eppure fra queste n'era una, il cui unico pensiero era d'ammazzarlo. Alpinolo, in fatti, dominato da quell'idea, tratto tratto divampava in viso, e negli occhi, sporgeva sino la mano al pugnale: pure il trovarsi circondato da pronti nemici, e, quel che più gli pesava, da incerti fautori, lo smoveva dal proposito di sangue. Allora poi che gli veniva un bel destro di scannare Luchino, e forse porre in salvo sè stesso, quello che prima gli era parsa una giusta vendetta, anzi un fatto glorioso, gli si presentava come un delitto: spingevasi innanzi, poi si ritraeva sgomentato, perchè la coscienza con voce imperiosa gli diceva, No. Di questo provava dispetto e vergogna come d'una fiacchezza, d'una viltà, d'un perfidiare alla parola data a sè stesso: e nei momenti di passione tentava conficcarsi nel suo proponimento, e rinvigorire la volontà con ragioni, con superstizioni, con distillare le colpe altrui e il proprio livore. Stava mezzo un dì appoggiato su quel canto del Broletto nuovo, dove erasi lasciato tradire da Ramengo: ore ed ore teneva gli occhi fissi sovra la porta dei Pusterla, donde avea veduto strascinar fuori la Margherita; andò alla Madonna di S. Celso, che in quegli anni appunto aveva cominciato a diventar celebre per miracoli; e con un fervore intenso, ma distratto ed irrequieto, ben altro da quello di chi prega la giustizia ed ottiene la pace, supplicò nostra Donna:—Datemi forza per uccidere il nemico del pubblico bene e di quella santa che tanto v'imitò. Se me ne fate la grazia, voglio andare pellegrino armato a Nazaret, e non tornare finchè io non abbia ucciso mille di quegli infedeli, che negano culto al vostro santo nome».

Da questa insana preghiera, da quel voto di vendetta fatto alla Madre di misericordia, credette egli d'avere attinto nuovo vigore, e pochi giorni dopo parve gliene nascesse favorevole occasione. Era di guardia ad un gabinetto di piacere, posto in mezzo ad artificioso boschetto nel parco di Belgiojoso, delizia dei Visconti; e guardando attraverso al graticolato della gelosia, che vi lasciava liberamente circolare l'aria, vide Luchino che, rinvolto nel mantello, vi si era addormentato: addormentato solo, coi due mastini al piede, che dormivano anch'essi. Alpinolo rinnovò il suo voto, accostossi, brandì il pugnale, l'innalzò sul capo del tiranno, esclamò dentro di sè:—Cane! non ti ridesti più fino al giorno del giudizio».

Il giorno del giudizio!

Questa idea se gli attraversò come una sbarra che, gittata fra' violenti passi d'un furibondo, lo fa cadere per terra.—Il giorno del giudizio! Dunque e lui ed io avremo a trovarci un dì al cospetto di un giudice comune: Anche Luchino potrà a quel tribunale aver torto.—Ed io? dovrei mostrare, io, la mano lordata d'un assassinio?»

Simile pensiero gli rattenne il colpo, sventò in un minuto la risoluzione maturata per un anno; e cautamente indietreggiava per uscire, ma non potè fare così cheto, che non risvegliasse i cani. Balzano questi abbajando: Luchino stesso destasi e sorge impugnando la spada: volle il caso che in quella il capitano Lucio entrasse a riferire con aria trionfale, siccome il giorno innanzi, nella rocchetta di porta Romana, erano stati condotti Francesco Pusterla e il suo figliuolo.

L'accostarsi del soldato fu interpretato per zelo d'avere voluto dar avviso che alcuno veniva, ed Alpinolo restò salvo; ma qualunque peggior tormento, ma il lacerargli brani a brani le membra non avrebbero a pezza uguagliato lo strazio ch'e' provò nell'intendere la fiera novella, nel mirare la gioja spietata di Luchino e del capitano di giustizia, a udirli dire:—Ora daremo spaccio a tutto. Domani a Milano; e presto ogni cosa sarà finita».