—Ah, siete pratico della casa? Lo conoscete quel sant'uomo?» e qui cominciava per recitare una leggenda di sue virtù, ma come vide che Alpinolo gli avea vôlte le spalle, badandogli come un pedante al buon senso, gli esclamò dietro:—Passate, passate pure, che Dio vi benedica!»
Stava frà Buonvicino nella piccola camera, le cui masserizie, secondo la regola, si riducevan al paglione con un capezzale e due lenzuola di lana e a un predellino di legno. Su questo sedeva il frate, inchinata la fronte, le mani intrecciate sulle ginocchia, cogli occhi fissi sopra un qual si fosse oggetto indifferente, e senza vederlo. Alle rughe anticipate della sua fronte, alle guancie pallide e scarne, all'occhio affossato, ognuno avrebbe potuto dire «Per costui il pensare è soffrire»; ma nel dolore di esso non v'era abbattimento, e potevasi scorgervi frammista una speranza—o forse una memoria.
Al passo incerto, all'ansioso occheggiare, al tono della voce, ben avvisò frà Buonvicino nel soldato qualche cosa di straordinario; onde, sorto dal meditabondo riposo, se gli fece incontro col consueto saluto:—La pace sia con voi, o fratello».
Non rispose l'altro al benedetto augurio se non interrogando:
—Padre, siamo soli?
—Soli con Dio.
—Nessun pericolo che altri c'intenda?
—Nessuno», rispose il frate, e fissava attentamente il nuovo arrivato, il quale, fattosegli più vicino, chiese:
—Padre, amate voi Margherita? la Pusterla?»
A una domanda così inaspettata, una domanda che egli schivava di fare a sè stesso, per quanto la maestà della sventura avesse resa più venerabile e santa agli occhi suoi quella che un tempo aveva amata d'amore, tutto si risentì frà Buonvicino: rizzò la testa abbattuta, pose la mano sulla bocca del soldato, come per imporgli silenzio, rabbattè attentamente l'uscio e l'impannata della celletta; indi, afferrando il braccio dell'ignoto,—Ma voi chi siete?