—Oh, versassero almeno torrenti di acqua! rumoreggiasse il tuono, sicchè, fra il crosciare della pioggia e lo schianto dei fulmini, andasse inascoltato ogni rumore de' passi nostri! Perchè… già un passo basta a risvegliare questi mastini.—E allora?… Oh ma no: tutto è silenzio, il tuono li desterebbe: meglio così. E la luna sia velata, almeno sinchè abbiam valicato quel fossatello. Allora, giù pei campi… il desiderio di libertà impenna l'ale a quegl'infelici.—Quanti ringraziamenti! quanto ben me ne vogliono!—No, no; ora non è tempo di parole, di ringraziamenti; lesti al noce; colà sono i cavalli…»
E l'occhio di lui correva via via per la pianura, colla celerità che augurava possibile ai passi fuggitivi. La campagna era posseduta dalla sorda bonaccia che suole precedere lo scoppio della tempesta.—Fra poco (rifletteva Alpinolo) quella quiete sarà rotta dallo scalpitare de' tre cavalli che ci porteranno lontani da questa maledetta Milano».
E spiegando verso la città il pugno, in atto di chi slancia un sasso, rizzavasi, e incrociate le braccia sul petto anelante, si poneva a riguardarla.
—Anche colà tutto dorme. Dorme il povero, trovando nel sonno tregua alla fame, mal saziata col tozzo che o un ostinato lavoro o la superba carità del dovizioso gli procacciarono; dorme il ricco, smaltendo la sovrabbondante cena; dormono i forti concordi e i disuniti oppressi: dorme il tiranno… Possibile che dorma esso, mentre tante voci gridano contro di lui vendetta in cielo? mentre qua vegliano tanti per sua cagione, per ordine suo, nel dolore beffato? mentre per lui son io tempestato così? Eppure sì, dorme certo: non l'ho visto io dormire nel parco di Belgiojoso? Che fa a lui il duolo, il pianto dei miseri, se quel duolo, quel pianto ne assodano il potere?
—Ma i cittadini?… Dormono anch'essi. Oh, se non vegliarono mai neppure di giorno! Se, cullati dalla pace tra le oziose braccia, hanno sempre gli occhi chiusi ai torti, onde vengono oppressi ogni ora, ogni momento? Vigliacchi! hanno veduto la rovina di tante persone lor care, e tacquero. Che fa a loro il soffrire degli altri? E quand'anche toccano una nuova sferzata dall'oppressore, si risentono un tratto, danno una volta stizzosa pel letto gridando, Come si sta male! poi rattaccano più sodo. Se alcuno alza la testa, vede gli altri che dormono, e non l'odono o non gli badano; onde per lo meglio tace, si adatta, e l'ahi che preparava, finisce in un va bene. Quando verremo a liberarli, non ci cureranno: staranno forse contro di noi. Vigliacchi! Eppure tanti ne conobb'io—generosi, pronti a versare il sangue per l'utile comune. Or dove sono? Dove son più quei giorni? Ecco! appena diciannov'anni io conto, e già rimpiango il passato come un vecchio che gemette sulla tomba di tutti i suoi conoscenti!»
Lievemente ondeggiando il capo, cogli occhi aggravati da una spasmodica veglia e colla bocca socchiusa, stava incantato a riguardare quei tetti, quelle torri, su cui tratto tratto qualche nuvola squarciandosi versava un raggio di luce, tanto chiaro quanto fugace. Adesso erano immagini lontane, ch'egli cercava nelle proprie rimembranze; la fanciullezza sua, gli spensierati trastulli, rive tranquille dove era destinato a trascorrere sua vita, ignorando le iniquità degli uomini; accudendo un mulino, insidiando ai pesci, ed imbandendoli la sera sulla mensa frugale, pari a tutti gli altri mugnaj.
—Eppure no: chè essi hanno padre, madre, fratelli; io no, io nessuno! io germogliato come il grano di segale che il vento trasportò in cima di questa torre. Oh potessi almeno rimembrare di mia madre! potessi richiamarmi i sorrisi, i vezzi onde m'avrà vagheggiato appena io nacqui, e in quella sua terribile corsa giù pel fiume!»
Osservava in dito l'anello, il baciava e ribaciava.
—Avevo giurato di non ispiccarmelo se non morendo. Ora lo butterò in gola all'avaro carceriere. Che importa! Trattasi di compire una buona azione. Tu ne sei contenta, o madre: non è vero? Tu sei santa lassù, e ti piace ch'io salvi quest'altra santa in terra».
E raddoppiava i baci intenerito.