—Ma mio padre? dov'è egli? perchè non lo conosco? Oh se lo sapessi! se il rivedessi! una parola di lui basterebbe a formare la dolcezza di tutta la mia vita; un suo consiglio temprerebbe questa foga rovinosa. Vederlo, trovarlo ed esser beato—beato come nel paradiso!»
Nè con minore sospensione d'animo passava quel tempo Macaruffo. Seduto per terra con una gamba distesa e coll'altra piegata in modo, che colle giunte mani la reggeva al ginocchio, inchinato il capo sicchè tutta la faccia rimaneva adombrata, guardava egli sottecchi dietro dietro al soldato che sbadatamente passeggiava. L'aria fiera di quel soldato, la partigiana che quegli recavasi in mano, e il cui ferro luccicante riverberava a momenti la fievole luce del lampione, mettevano i brividi a Macaruffo. Già gli pare d'essere scoperto, e vedersi quel guerriero venire incontro a ferirlo; già sentesi il gelo di quell'arma in mezzo al ventre… aspira con angoscia, come davvero ferito; ed un ahi di spavento gli corre fino alla gola. Allora per isviare la paura caccia la mano in tasca, palpa la borsa, lento la slega, fa scorrere sotto ai polpastrelli gli zecchini; e come un innamorato forma mille proponimenti, che tutti poi distrugge il primo rivedere dell'oggetto de' suoi sospiri, così i terrori sbrattano dall'animo del carceriere al tocco, al rovistìo di quel metallo.
—Uno, due, tre… venti… quarantanove, cinquanta! e sono miei!» pensava egli.—Altro che giuggiole! Tanti anni di fatica non mi partorirono che stenti e miseria; ed ecco una notte mi fa capitare quello che in vita mia neppure avevo sperato! Oh stamattina devo pure essermi segnato bene! Ora capisco perchè il fuoco jersera soffiava a quel modo… Ed io balordo anguillai prima di accettare! Sì, sì; m'han detto giusto a chiamarmi il Lasagnone. Ma ora sarà finito questo rodimento di ascoltare ogni tratto, Lasagnone to qua, Lasagnone fa questo, fa quello. E i bettolieri? chè non c'è buco dove io non abbia messo il chiodino: domani gli avrò pagati di moneta corrente. Domani di quest'ora, se le gambe mi dicono il vero, si arriva a casa: moglie, figli saltano dal pagliericcio, mi si fanno intorno a chiedere: Che novità è codesta? non è Natale, che anche i banditi vengono a casa.—Cheti là, dico io: son fuggito.—Ma il signor Luchino? dice la donna. Dico io: Me ne infischio del signor Luchino e di chi fa per lui: mangi chi vuole quel suo pane di sette croste, dico: vale meglio un cantuccio del mio paese e lo stare in santa pace a maturar le ossa al mio focolare, che non tutta la sua città e il suo palazzo,—Sì, dice la donna: ma mangiare?
Allora senz'altro buttar fiato, caccio a mano la borsa; la fo sonare:—Che? sono cappelletti di chiodi? domanda Bortolino. Io li verso sul desco, e vedono—oh vedono! Che festa mia moglie! Perdincibacco, non fu sì allegra da nozze. E i puttini, che non han mai visto dindi, richiedono: Che roba son cotesti, o tata?—Sono, dico io, tutto quel che uno vuole: sono quelli che fanno muovere il mondo, e godere il paradiso in questa vita e nell'altra. Venerateli, dico, che hanno l'impronta di sant'Ambrogio. E se il tale e il tal altro vivono in sciali e la portano alta, e se noi baciam basso e gli obbediamo e facciamo le sberrettate, gli è perchè essi hanno di questi un buon dato. Altrimenti il Lasagnone sarebbero essi, ed io il bello e il buono e il bravo. Ah ah!
Si stropicciava le mani e brillava, e rideva davvero, talchè il soldato di sentinella si fermò a guatarlo. Quell'occhiata operò su di lui l'effetto, che sopra un insolente scolaretto côlto in fallo produce il cipiglio del sopraggiunto pedagogo. E rapido come il mutar dei vetri in una lanterna magica, si convenivano quelle ridenti immagini in immagini tetre, di pericoli, di castighi: e con queste gli entrava il consiglio di un tradimento.
—Ah Macaruffo, buona minestra hai fatto! Ma son in tempo di ripigliare la parola. Or ora, quando ricompare il Quattrodita, gli vo incontro e gli dico: Assolutamente non voglio; ho detto per baja. Ma egli rivorrà il suo denaro. Fossi matto! I fiorini al giorno d'oggi valgono sessantaquattro soldi di terzoli, e non se ne trovano sulle siepi…. Se potessi salvare la capra e i cavoli!—A buoni conti i fiorini sono in saccoccia (e li palpava, quasi per accertarsene): potrei andare dal signor Luchino e spiattellargli tutto.—Spiattellargli tutto! e poi? Vengono, pigliano il Quattrodita, l'impiccano: questo va di suo piede. Ma a me, cosa mi entra in tasca? Egli non potrà più pagarmi il fiasco e un boccone, come ha fatto le tante volte: e quel ch'è peggio, l'anello di diamante è bell'e andato. È vero che potrei dire, Signor Luchino illustrissimo, ho da cantare, ma voglio una mancia: egli me la prometterà: promettere costa poco: ma che mantenga? Dirà: Hai fatto parte del tuo dovere, e mi darà delle zucche marine. È poi, e poi, stesse li. La pena sarebbe che soggiungesse: Quei fiorini sono di mal acquisto, e me li togliesse, e li serbasse coi suoi, tutti d'acquisto eccellentissimo».
Pure questo partito, e come più sicuro, e come il meglio confacente alle abitudini sue, gli piaceva al gusto; ma anche qui non era tutto zucchero—Come ho da fare? Piantar qui, e correre a svegliare l'illustrissimo?—Mai più… di quest'ora! Lo dirò a questa guardia? Oibò! Forse è di balla col camerata; se no, crederà ch'io sia in cimberli. Gli mostrerò in prova i denari. Ecco subito un bolli bolli:—ma il Quattrodita è un bizzarro, che Dio ne guardi. Certo sta all'erta, tutt'in orecchi come una lepre: al primo passo che fo, salta fuori; a colui non gli croscia il ferro: e m'ha certi occhi, da non vi metter nè olio nè pepe a tirarmi una lanciata. Una lanciata! Allora l'illustrissimo mi rammenderà quell'occhiello?»
Fra questi e simili pensieri trascinò quel pajo d'ore. Non erano finite quando Alpinolo uscì a rilevare la sentinella, mostrandosi in atti ancora sonnacchioso.
—Bravo Quattrodita: (gli diceva il soldato) Arrivi a tempo: tengo a fatica aperti gli occhi.
—Va pur là, Pagamorta (rispondeva Alpinolo), e dormi col cuore quieto, che se anche lascerai trascorrere il tempo non ti guasterò il sonnellino dell'oro».