—Viva il Quattrodita» replicava l'altro, sporgendogli la mano rozzamente.—Tocca. Un po' burbero, un po' stizzoso, ma di buon fondo. Bravo ragazzo! Lascia fare, che appena io diventi principe, ti erigerò caporale».
E con un ghignazzo che si conchiuse in un sonoro sbadiglio, se ne andò. I passi di lui rimbombarono lungo il corridojo, più e più sempre allontanandosi: ed Alpinolo li contava, guardandogli dietro con ansietà. Quello entrò nel camerotto, lasciò rabbattersi dietro l'uscio, e tutto ritornò nel silenzio. Alpinolo diede una girata origliando, guardando; e non udendosi fiato, si accostò al carceriere:—Ebbene?
—Ebbene?» replicò Marcaruffo, alzando il capo come per ismemorato, a guisa d'un baco da seta che dorme, e fissando in volto ad Alpinolo due occhi d'artificiosa storditaggine. Ma questi in atto imperativo e minaccioso afferrandogli il braccio, diceva:—Sta su: l'ora è opportuna.
—E poi?» domandava l'altro, mentre rizzavasi dinoccolato, e sentendo in quel punto meglio che mai quanta distanza corra fra il promettere di fare e il fare.
—Come? tu cagli? e i denari?» replicava risoluto Alpinolo.
—E il diamante?» ridomandava Macaruffo.
—Sì, il diamante è qui; ed al varcare della soglia ti giuro da uom d'onore che sarà tuo. Ma a noi! il tempo stringe.»
L'altro si mosse dimenando la testa, e brontolando fra sè:—Uomo d'onore, uomo d'onore!» Ma una guardatura fulminante di Alpinolo, ed una stretta di mano che parve una tanaglia, lo fece accorto che non era più tempo di trarsi in dietro, e neppure di star in tentenno. Per far dunque che almeno l'effetto gli riuscisse senza sconciature, si trasse le scarpe, ossia gli zoccoli che allora ne facevano le veci; inginocchiossi, e recitò una preghiera che solo il terrore gli traeva sulle labbra, e colla quale non voleva se non domandare a complice il Cielo. A taciti passi allora inoltrandosi, spense il lampione che fiocamente rischiarava il corridojo; spiccò dalla cintura le chiavi, e s'avviò muro muro e tastone verso la carcere di Francesco Pusterla.
Solito sempre a mutare i passi fragorosamente, fischiando e cantando canzonacce con voce assordante, senza verun riguardo ai prigionieri, a cui il gridare spezzava i sonni e conturbava la fantasia, ora ciampeggiava con tutte le gelose e timide premure d'una madre, la quale gira attorno alla cuna dell'ammalato suo bambino. Il men che lieve fruscio dei panni gli metteva i brividi; i passi suoi, comechè fosse scalzo, gli pareva sonare più che quelli di un guerriero tutto ferro dai capelli alle piante; fin l'anelito studiavasi rattenere: le chiavi, per cura che adoperasse, girando nella toppa scricchiolavano, crocchiava l'imposta, onde se gli rizzavano le chiome in capo. Men pauroso, ma più sollecito, Alpinolo gli era sempre alle spalle, colla sospensione di un ladro mentre il compagno sconficca lo scrigno di un usuriere. Alla fine il chiavistello fu aperto, tirato il paletto; e Alpinolo si precipitò giù per due o tre rozzi scaglioni, chiamando sommessamente—Francesco! signor Francesco!»
Questi, al sentir dischiudere la prigione in ora tanto insolita e in più insolito modo, già coll'immaginazione era corso a quei timori, che sono abituali nei carcerati; una violenza, un assassinio. Buttossi ginocchione, chiese a Dio mercede dei suoi peccati, e gli raccomandò l'anima sua come se fosse sul punto di comparigli davanti; risvegliò il suo Venturino, baciollo, il rincantucciò nel più riposto angolo della prigione, dicendogli «Sta zitto»; lo ricoperse col suo stramazzo; gli pose davanti, come trincea, i soli arnesi che vi si trovavano, uno sgabello e la brocca: premura di paterno istinto, che ricorre ad ogni mezzo di difesa, per fiacco e inutile che il mostri la ragione. Così la chioccia, udendo la romba del nibbio che volge sopra il capo di essa le ampie ruote, chiama o ricopre i pulcini sotto l'ala, che neppure un momento li schermirà dal rapitore.