—No: dite su, che Dio vi benedica; cosa c'è di nuovo?»
E l'altro:—Udite, e poi segnatevi»: e gli riferiva il trambusto avvenuto a porta Romana, nel modo che andava per le lingue, e colle alterazioni che sogliono subire i racconti nel passare di bocca in bocca o di penna in penna;—argomento opportunissimo a dimostrare, per nostra discolpa, la inclinazione che ha l'uomo al romanzo storico.
Frate Angiolgabriello da Concorezzo non tardò a correre a raccontarlo al prevosto frà Giovanni di Agliate. Questo era ancora a letto: esclamò—Povera gente!» diede una volta, uno sbadiglio, e rattaccò un sonnellino. Con maggiore curiosità si facevano intorno al portinajo gli altri laici e professi per udirla: ed egli, glorioso d'essere il primo a spargere una notizia e di andare per la comunità siccome autore (tanto questa gloria d'autore lusinga fin nelle minime cose!) volentieri la diceva, e ridiceva come il cieco la sua leggenda. I frati ascoltavano col pacato interesse, onde si ascolta una notizia che non ci riguarda; al più, una moderata compassione, e i migliori, facendosi il segno della santa croce, esclamavano:—Gesummaria per loro!»
Ma chi fossero quei fuggiaschi troppo lo comprese fra Buonvicino allorquando, appena mise piede fuori della cella, il portinajo, che non aspettava che lui, corse subito a raccontargli il fatto, senza sapere di qual coltellata lo trafiggesse.
—Ma l'appiccato (chiese egli) era veramente il carceriere o un soldato?
—Il carceriere, che Dio lo benedica»; rispondeva frate Angiolgabriello:—chi me lo narrò, l'aveva coi proprj occhi veduto. Ed io sono stato il primo…
—E nessun soldato n'andò di mezzo, che si sappia?» l'interrompeva frà Buonvicino.
—Eh eh! e quanti!» ripigliava l'altro, trinciando l'aria colla destra spiegata.
Frà Buonvicino trasse il cappuccio sugli occhi, ma non sì presto da celar la sua emozione agli occhi del narratore. Il quale dappoi al suo racconto aggiungeva questa nuova circostanza per dimostrare a tutti di che tempra compassionevole fosse il fratel Buonvicino, che Dio lo benedica.
Quest'ultima tavola del naufragio era dunque fallita. Non già che frà Buonvicino vi avesse posta troppa fidanza; ma l'uomo è così fatto, che, col lungo fermarvisi sopra, si affeziona anche a ciò che egli medesimo sa non essere altro che sogni e fantasie. Due giorni e due notti aveva egli trascorse, fissato, assorto in quell'idea, in quella speranza: ed era svanita; svanita così dolorosamente! Gli piangeva il cuore per Alpinolo, che credeva dover esser perito in quel parapiglia: figuravasi i peggioramenti degli amici suoi; sicuro che l'oppressione avrebbe da ciò preso motivo per esacerbarne la condizione. Poi il giudizio loro si sarebbe precipitato; e la prepotenza avrebbe côlto volentieri quest'occasione di mostrare come le intelligenze, di cui più non potevasi dubitare, imponessero la necessità di togliere ai fautori dei Pusterla la speranza di camparli con qualche nuovo tentativo.