—Egregiamente!» riprendeva Luchino; e pratico nell'antico sofisma che mostra il torto dell'avversario col fargli dire più che non abbia inteso, continuava:—Egregiamente! negare al principe il diritto di punire! renderci da meno di un superiore dei vostri conventi! Ma già il mondo non s'impara fra quattro mura, nè il governo di una comunità ecclesiastica insegna quel che giovi a una città, a un popolo… Sì, sì, vorrei veder io chi starà arbitro fra me e cotesto popolo; chi verrà a dirmi,—Trascendesti i patti, dunque discendi».

E batteva la mano sul pomo della spada. Ma frà Buonvicino,—Ecco dunque qual parrebbe a voi il gravissimo dei misfatti: l'osar parlarvi la verità. Sempre dunque misura delle opere la potenza, ogni quistione risolta colla forza, per la quale potete comandar di tacere. Eppure questa società vi ha affidato il potere: essa è l'organo di Dio, il quale è superiore a cotesto brando in cui fidate…

—Eppure» l'interrompeva Luchino colla compiacenza di chi ferisce l'avversario colle armi sue stesse:—eppure questo Dio si compiace di esser chiamato il Dio delle vendette».

Ma il frate, senza esitare,—Sì, perchè egli è giusto per essenza, e però vendica gli innocenti, giudica le giustizie, si fa rifugio dell'oppresso e del tribolato. Ed egli, scevro da passioni e da interessi mondani, dettò una legge superiore a queste, fatte dall'uomo, fallibile per cuore e per mente, una legge di mansuetudine e di perdono. Ed egli stesso ha dato la spada ai signori della terra, ma per punire, non per vendicarsi, per tutela della società, non per oltraggio, non per far misura delle opere la potenza. Se il patto s'infrange, non cessa da questo istante il diritto? E il ministro di Dio non ha obbligo di rinfacciarlo al trasgressore?»

A guisa di un fanciullo caparbio e ritroso, che non sa come replicare, pur non vuole obbedire, il Visconti con un tal riso che gli era proprio, esclamava:—Obblighi nuovi! nuovi incarichi!

—Nuovi! (soggiungeva fra Buonvicino) nuovi quanto il libro ove il più sapiente dei re scriveva: Ascoltate, o regnanti; imparate, o giudici: da Dio v'è dato il potere, ed egli interrogherà le opere vostre, e vedrà se mai voi primi aveste contraffatto alla sua legge[35]. Nuovi quanto il Vangelo, dove è raccontato del servo che fu sentenziato alle tenebre inferiori perchè non aveva usata al conservo debitore la misericordia che egli stesso aveva ottenuta dal padrone. Meno poi avrebbero a somigliar nuovi in Milano, e a voi che tante volte traete a pregare alla basilica ambrosiana. A quella stessa drizzavasi un altro principe, la più gran maestà della terra, un Teodosio imperatore romano: quand'ecco uscirgli incontro un vescovo, il mite Ambrogio, e rimproverargli il sangue versato in città ribelle. Eppure questa città era sorta alle armi e all'eccidio. O principe, il mite Ambrogio non ricevette alla comunanza della preghiera e del sacro pane l'imperatore finchè con lunga penitenza non ebbe tersa la macchia…. O principe, e le mie son novità?

—Ma al nome sia di Dio; in conclusione che volete da me? (dava su Luchino con irrefrenata impazienza). Che io disserri le prigioni, o mi empisca il paese di furfanti e di assassini?»

Allora il frate con tono supplichevole,—Sono tutti furfanti e assassini quelli che chiudete nelle vostre prigioni? E con loro confusi non gemono forse altri, non dirò rei, ma accusati di trame contro la vostra autorità? Quale impresa tentassero io nol so. Ma se, così pochi, pensavano togliervi un potere difeso dal popolo che ve lo conferì, non meritan piuttosto compassione che castigo? Non torna meglio farsene altrettanti amici col perdono? Se poi avete ragione di credere che il popolo stesse con loro, come persuadervi che il sangue di pochi affogherà le ragioni comuni? e allo sdegno sostituirà nella moltitudine l'amore, unico fondamento durevole all'autorità? Non è a temere piuttosto che il gemito di ogni vittima risuoni nei cuori già commossi, per eccitarvi il desiderio di vendetta? Tanto più se le vittime sono illustri, se care per virtù, se credute innocenti. O principe, voi tenete nei ceppi Francesco Pusterla e la donna sua….

—Che? tutta la predica dunque riesce a questo? Ove si tratti di bella donna, anche voi, reverendo, ne prendete a cuore la sorte?»

A fra Buonvicino andarono nel fondo dell'anima queste parole. Recatosi in sè stesso, rapidamente esaminò se i primieri affetti avessero troppo parte nella condotta sua presente: gli parve di no, ma disse in cuor suo:—Ciò sia in riscatto dei miei trascorsi» e tacque. Luchino, a cui quello scherzo era sfuggito in un momento ove il naturale prevalse alla riflessione, rifattosi più serio di prima, continuava:—Voi non ignorate come i costoro complici siano stati processati, e come dalle spontanee loro confessioni pur troppo risulti che la famiglia Pusterla, ingrata a tanti benefizi, stava a capo di una trama contro la sicurezza mia e del mio Stato. Osereste richiamare in dubbio un giudicato?