—Anche Cristo fu giudicato; giudicati i martiri, e il cristiano che sel ricorda, sa che talora la spada della giustizia emula il coltello dell'assassino: sa vedere l'innocente perfino in chi sale al palco, e il riprovato da Dio in colui che lo condannò.
—Ebbene, Dio li salvi se sono giusti (parlava Luchino). Quanto a me, per non sembrare mosso da particolari affetti li sottoposi a giudici indipendenti, e secondo parrà alla loro rettitudine, sarà fatto.
—Qui appunto sta il forte, (riprese la parola fra Buonvicino animandosi), che sotto al manto della rettitudine non si mascheri l'iniquità. I giudici saranno eglino incorrotti? Avranno il coraggio di sentenziare diverso da quel che altri accenna loro come desiderio del padrone?»
Non parve vero a Luchino di trovare un appiglio onde irritarsi e gridare, e sottrarsi così alle argomentazioni del frate, che più lo serravano quando erano esposte con maggiore aspetto di calma e di soggezione.—E che? (gridò) osereste dubitare dell'integrità dei miei giudici? Padre, finchè parlaste di noi, finchè mi intimaste i miei doveri, dritto o no, io vi ho dato orecchio colla sommessione di un fedel cristiano. Ora non più: voi intaccate i più onorevoli fra i miei cittadini. Silenzio, dunque: basta. Della premura che vi prendete per l'anima nostra e per la nostra fama, gran mercè: ve ne ringrazieremo meglio che con parole. Ma qui finisce la vostra parte. Vi sono leggi, e vi sono giudici per applicarle. Innanzi ad essi compariranno cotesti vostri protetti, vedranno snudate le loro scelleraggini, e… morranno».
Così disse con quella voce risoluta che non ammette più replica, e quest'ultima parola, traboccatagli come in ricatto della forzata degnazione adoperata sino allora, rimbombò terribile per la dipinta volta del salone, e a guisa di un fulmine colpì il frate, che ammutolito chinò la testa. Quando la rialzò, vide Luchino che varcava la soglia a passi concitati, lasciandolo solo. Così anche le poche volte che la verità può accostarsi all'orecchio dei tiranni, la funesta abitudine di veder fatta legge la propria volontà reprime quel grido, e pone ancora al luogo del diritto l'arbitrio e la potenza.
Luchino tornò ad almanaccare la conquista di tutta Italia con Andalon del Nero; l'Umiliato discese come cieco le scale del palazzo; attraversò la città compassionando i popoli, a cui Dio manda il peggiore dei flagelli che accolga nei tesori dell'ira sua, una trista signoria; e venne al convento di Brera, meditando le miserie del giusto, le quali gli gridano come la sua patria non è quaggiù.
CAPITOLO XXI.
SENTENZA.
Frattanto ogni cosa era disposta pel nuovo giudizio. Quel Lucio, capitano della giustizia, del quale abbiamo accennato i severi e maligni procedimenti, era stato, in premio del suo zelo e della fedeltà, messo al temporario godimento del palazzo in Milano e della deliziosa villa di Mombello, ricchezza un tempo e ricreazione dei Pusterla; lasciandogli scorgere che, qualora i primitivi possessori cessassero di potervi pretendere mai più, ne rimarrebbe in lui l'assoluta padronanza.
In un anno egli vi si era naturalmente affezionato, e naturalmente desiderava conservarseli tutta la vita, tramandarli al suo carissimo primogenito; e, o non ritornare mai più nella patria, la quale ricordava la vergogna de' suoi bassi natali e della originaria sua povertà, o recarvi un fasto e una ricchezza che gli attirasse l'invidia di chi prima gli aveva avuto compassione. Il mezzo poi era così facile! Quando mai l'avaro e l'ambizioso si tolsero da un loro divisamento perchè costasse un'ingiustizia?