Facile, ho detto, il mezzo, cioè la condanna dei Pusterla, poichè i giudici sapevano di gratificarsi il potente coll'aggravare il preteso colpevole, e che, sentenziandoli a morte, secondavano la legge, la forza, la passione di una di quelle anime dispotiche, in cui il non volere aver torto è il sentimento surrogato a tutti gli altri. E già come complici della congiura del Pusterla molti erano stati mandati al supplizio: forse anche è vero che alcuni, o per violenza di tormenti, o per propria fiacchezza, o perchè credessero minor male il versare ogni colpa sopra chi pensavano trovarsi in luogo sicuro, avea deposto a carico di Francesco quanto bastasse alla legge per chiarirlo reo. Egli stesso, il Pusterla, col fuggire avea somministrato un indizio di sua reità. Il principe poi aveva manifestato troppo apertamente il voler suo col violare persino il diritto delle genti affine di aver nelle mani quel famoso ribelle; come tale egli era stato rappresentato ai Pisani, affine d'indurli a consegnarlo; come tale nominato alle varie Corti che s'informavano di quel fatto; come tale ritenuto nei discorsi del popolo, fra il quale la congiura del Pusterla era divenuta, a forza di ripeterlo, un fatto di comune persuasione.

Senza dunque parlare dei vigliacchi che non valutano la coscienza se non pel vantaggio di poterla vendere, anche i meno ligi fra i giudici, convocati a formare la commissione di giustizia, erano in disposizione sfavorevole affatto ai Pusterla. I nuovi tenevano a gran calcolo l'onore fatto ad essi dal Visconti col trasceglierli a riconoscere la rettitudine del suo procedere; e poichè ognuno crede sè medesimo probo e generoso, persuadevansi che egli, coll'elegger loro, avesse dato prova di giustizia, e quindi, senza quasi accorgersi, pendeano a non mostrare ingratitudine a Luchino col contrariarne i disegni.

Ben n'avea di quelli che, come buoni padri di famiglia, come cittadini di uno Stato che conservava il nome ed alcune apparenze di repubblica, avevano fremuto contro di un processo che l'equo sentimento e l'esame spassionato dichiaravano iniquo: ma le fittizie opinioni della società hanno saputo creare due onestà diverse pel particolare e pel magistrato, e insinuarono che uno possa come privato ammirare colui, che come giudice pretende esporre all'infamia.

Io non dico che queste cose si analizzassero come oggi: dico che come oggi le si facevano.

Quanto a coloro che avevano già avuto mano nel giudizio precedente, troppo interesse trovavano che il nuovo non ne discordasse. Posto ancora che contro dei Pusterla fossero mancate tutt'altre prove, fossero anzi (caso poco men che impossibile in processi di tal genere) apparse dimostrazioni di sua innocenza, il confessarlo incolpevole non tacciava di falsi i giudizj precedenti? Che sarebbesi detto se fossero risultati innocenti quelli, su' cui compiici già si era proferita una condanna? Dove sarebbe andata la dignità della giustizia qualora si fosse mostrato possibile che ella s'ingannasse? e s'ingannasse in decisioni irreparabili? il ritrattarsi è tale forza di virtù, che rare volte ne è capace un privato: non so se mai un corpo.

Pendevano dunque i giudici a volere trovar reo il Pusterla, persuasi fosse questo un atto di mera giustizia; per lo meno una conseguenza immediata e necessaria delle giustizie antecedenti. Così l'iniquità ha natura simile all'acqua; se appena faccia pelo in un edifizio, per robusto ch'e' sia, a poco andare l'avrà scassinato e riverso.

Lettori miei, di buon cuore e di buon senso, voi vedete che io m'ingegno di mostrarvi come l'uomo, passo passo, giunga a reprimere il sentimento del retto e del dovere, deposto in fondo all'anima sua. So chi da tali fatti deduce che quel sentimento è un sogno, che l'uomo è una belva feroce, a frenare la quale bastino appena la forza dei patti sociali e la severità delle leggi: ma se esploreremo le vie che guidano al pervertimento morale, e quel che possano l'educazione e le leggi, vedremo che, se esso si vela e si deturpa fra l'ambizione, l'egoismo e la prepotenza, vive però nelle anime schiette e paghe del loro stato, per attestarne l'origine divina.

Per la pura verità bisogna confessare che la causa del Pusterla trovavasi ora di gran lunga peggiorata. In quel suo esigilo erasi egli veramente adoperato a cercar nemici al Visconti; gli stava a fronte Ramengo, il quale smaniava di trarre a fine una tela scelleratamente ordita, e pur troppo poteva produrre a carico di Francesco le pratiche conosciute a Pisa, i discorsi da lui tenuti nell'abbandono della confidenza; in fine il suo tentativo per unirsi allo Scaligero, a danno del Milanese. Farsi capo di esercito straniero contro la patria era colpa, che destava orrore a qualunque buon Lombardo.

Dopo ciò mi permetterete ch'io tralasci la fralezza delle prove, l'assurdo dei confronti, il sofisma delle deduzioni, le confessioni estorte o con tormenti o con raggiri o con suggestioni; tutto l'artifizio onde Lucio e gli altri s'industriarono a travisare la verità. Qui, come altrove, la storia potrebbe aver apparenza di satira.

Che se pure fra i disconforti che troppo spesso ella reca, vorremo in tutto questo cercare cosa che ne consoli, sia il considerare quanto la dignità dell'uomo abbia, da quel tempo in poi, acquistato rispetto. Allora dalla condanna restava generalmente colpito, non il reo soltanto, ma tutta la famiglia; e non intendo solamente del disonore, che fin oggi non s'imparò a limitare unicamente sul colpevole, ma le pene ancora ricadevano sugli aderenti del condannato, come sugli averi di lui. Nei delitti di Stato principalmente la brama di atterrire con esempj spaventosi faceva che i fratelli, la donna, i figliuoli s'involgessero nella condanna del ribelle; teneri fanciulli (tutte le storie il ricordano) vennero, per le colpe dei padri, sepolti nelle carceri, tratti al patibolo, dati a sbranare ai cani. Ora la nascita e la parentela danno soltanto diritto a gradi ed onori; allora si era più atroci, ma anche più logici.